Angelo Marano: Pensioni. Questione di cassa
Intervista di Manuela Cartosio, tratta da "il manifesto", 28
agosto 2002
La crescita del Pil è scivolata sotto l'1%. La commissione che verifica
l'andamento della spesa pensionistica (Covip) afferma che la crescita del Pil
deve superare il 2% perché il rapporto con la spesa previdenziale resti
stabile. Il governo userà questo argomento "oggettivo" per mettere di
nuovo le mani sulle pensioni?
Se il Pil cresce meno del previsto e la spesa pensionista cresce come previsto
è ovvio che la seconda incide di più sul primo. Gli effetti di questa
variazione non sono rilevanti e non sono immediati. Non è un buon argomento da
usare come grimaldello per intervenire sulle pensioni. Un governo che lo
facesse, ammetterebbe che si rassegna ad avere un Pil che per i prossimi 10 anni
crescerà solo dell'1%.
Dunque, il ritornello sulle pensioni è stato di nuovo intonato solo ed
esclusivamente per fare cassa, per ragioni che con le pensioni non c'entrano un
tubo.
E' così. Fare cassa per contenere il deficit e/o per finanziare la diminuzione
delle tasse. C'è un'ipotesi aggiuntiva. Nonostante l'Italia sia il paese che ha
fatto di più per mettere in ordine i conti della previdenza, la Ue preme
perché metta fine alle pensioni di anzianità in anticipo sulla tabella di
marcia fissata dalla riforma Dini. Il governo Berlusconi potrebbe essere tentato
di concedere qualcosa alla Ue su questo terreno per ottenere in cambio un'intepretazione
più elastica del patto di stabilità. Così facendo, però, si metterebbe in
rotta di collisione, oltre che con la Cgil, con Cisl e Uil.
D'altra parte, chiudere la finestra delle uscite per le pensioni di
anzianità è l'unico modo che garantisce un gettito immediato.
Non è del tutto vero. Il grosso dei lavoratori che usciranno nel prossimo
biennio sono dipendenti pubblici. Se si vieterà loro di andare in pensione,
bisognerà pagargli lo stipendio e si risparmierà poco. Nella delega
previdenziale si dice che entro il 2014 la contribuzione per parasubordinati,
artigiani e commercianti dovrebbero arrivare al 19%. Potrebbero accelerare per i
cococo, ma ne deriverebbero solo 500 milioni di euro all'anno. Un metodo ci
sarebbe: mettere le mani nelle pingui casse autonome di professionisti come
notai, avvocati, ingegneri, architetti, giornalisti. Dubito, però, che il
governo Berlusconi voglia mettersi contro queste categorie. Alla fine, penso che
toccheranno in modo soft le pensioni d'anzianità dei lavoratori dipendenti.
Della delega previdenziale, che fa lo sconto alle imprese sui contributi
previdenziali per i nuovi assunti, non si sente più parlare. Quello sconto,
però, è la contropartita che Confindustria esige per mollare il Tfr a banche e
assicurazioni che lo gestiranno nei fondi pensione per far "decollare"
alla grande la previdenza integrativa privata. Si è (per fortuna) inceppato
qualcosa?
La delega previdenziale è stata per il momento congelata. Il governo è in
difficoltà, non sa dove trovare i soldi per coprire la decontribuzione.
Verosimilmente stralcerà qualcosa dalla delega e la metterà nella prossima
finanziaria.
Tutto, comunque, gira attorno al Tfr. E' la posta in gioco, la chiave di
volta. Nel libro lei spiega molto bene come il Tfr venga chiamato a fare più
parti in commedia. Nella commedia, però, a rimetterci sono sempre i lavoratori
dipendenti, cioè i proprietari del Tfr.
Con la riforma Dini si era convenuto di sacrificare la liquidazione per
compensare con la previdenza integrativa la riduzione delle future pensioni
pubbliche. Con slittamenti successivi siamo arrivati a Confindustria che vuole
usare il Tfr per finanziare la decontribuzione. Nel primo caso il Tfr veniva
usato per far risparmiare lo Stato, nel secondo caso per far risparmiare le
imprese. Inoltre, il Tfr è uno è non può essere usato per cose diverse. Più
cose il Tfr deve "compensare", più il risultato finale - la pensione
integrativa - sarà basso. In sostanza, al lavoratore vengono chiesti contributi
aggiuntivi per farsi due pensioni (una pubblica e l'altra privata) la cui somma
sarà forse inferiore a quella pubblica di una volta.
Un tempo la previdenza (in quanto salario differito) era terreno di scontro
tra capitale e lavoro. Ora, lei scrive, come tutti gli istituti dello stato
sociale, è diventata "un'arena dove interessi contrapposti del capitale
competono per il controllo e la riappropriazione delle risorse dei
lavoratori". Chi sta vincendo?
Qui da noi lo scontro tra imprese da una parta e assicurazioni e banche
dall'altra non è ancora risolto. La contrapposizione è oggettiva. Le seconde
hanno bisogno di contributi aggiuntivi che finiscono per alzare il costo del
lavoro. Le prime vogliono il contrario. Alla fine si metteranno d'accordo
facendo pagare ai lavoratori (con il Tfr) e al deficit pubblico (lo Stato dovrà
incentivare i fondi con la defiscalizzazione).
Applicando la matematica attuariale, e quasi prescindendo dal crollo delle
borse e dai tanti megascandali dei fondi pensione, lei dimostra che la
previdenza integrativa non è la panacea che si vorrebbe. E' uno strumento di
scarsa efficacia, eccessivamente costoso, foriero di iniquità. Insomma,
"un salto nel buio". Siamo ancora in tempo per non farlo quel salto?
Temo di no, purtroppo. Da dieci anni si punta tutto su questo strumento, le voci
critiche sono state troppo deboli rispetto alla potenza di fuoco delle pressioni
internazionali e dell'ideologia neoliberista. Il sindacato ha dato il suo
sostanziale consenso. Ci siamo dimenticati della storia e persino della cronaca
che sono zeppe di crolli dei fondi pensione. A questo punto, il minimo che
dobbiamo esigere è che i fondi pensione siano gestiti nel modo più trasparente
possibile. Ci vogliono istituti di controllo e regolamenti capaci di star dietro
in tempo reale alle trasformazioni della finanza. Ci sono ancora un sacco di
problemi irrisolti, cioè risolti male per chi mette i suoi soldi in un fondo.
Cosa succede a chi cambia lavoro e passa a un altro fondo pensione o a chi
cambia nazione di residenza? In Inghilterra, in entrambi i casi, succede che ci
si rimette parecchio.
La pensione non si improvvisa, cito ancora dal suo libro, alla fine uno ci
ritrova quel che ci mette. Il punto è che che bisogna metterci sempre di più
per avere - forse - quanto la pensione di una volta.
Le regola vale per tutti i sistemi previdenziali, in particolare per quello
contributivo. La discussione è aperta, invece, sul dove si mettono i
soldi che alimenteranno la pensione. Ideologia, propaganda, fideismo hanno fatto
credere che tutto funzioni meglio se i soldi accontonati vengono messi in un
fondo pensione piuttosto che nel sistema pubblico. Non è così. I fondi
pensione sono un modo per lo Stato di dismettere pezzi di welfare e per la
finanza di finanziarsi. Aspettavamo l'eutanasia dei rentier e invece la rendita
finanziaria ha avuto la sua rivincita.
Il suo libro, oltre al titolo inqietante, si conclude con una pagina nera sul
capitalismo che, caduto il muro di Berlino, cioè il comunismo, non ha più
bisogno di mostrare un volto umano e diventa qualcosa di simile ad un nuovo
feudalesimo.
Un nuovo feudalesimo dove non c'è più bisogno di uno stato sociale, né in
senso tradizionale e neppure nella versione blairiana delle opportunità
individuali. Lo stato sociale, è la linea di tendenza anche nella sanità,
viene ridotto a carità per i bisognosi. Diventa una tassa da pagare per evitare
disordini sociali. A quel punto la scelta sarà tra cosa costa meno, un po' di
stato sociale o un po' più di polizia.
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