Dopo Ernesto De Martino, Carlo Tullio-Altan, scomparso ieri a 89 anni, è stato il più grande antropologo italiano nel duplice senso: di significativo esponente di quella disciplina, l´antropologia culturale, così poco coltivata in Italia, e di spietato indagatore dell´antropologia degli italiani caratterizzata da "arretratezza socioculturale, clientelismo, populismo, trasformismo e ribellismo" come recita il sottotitolo di un suo importante libro La nostra Italia, edito nel 1986 da Feltrinelli. Il suo Manuale di antropologia culturale, che Valentino Bompiani nel 1975 gli chiese di scrivere per introdurre in Italia una scienza che Ernesto De Martino aveva sondato sul campo, è ancora oggi l´unico grande testo che espone la storia e il metodo di questo sapere, che francesi e inglesi praticavano dalla fine del Settecento, con una letteratura ricca e copiosa, da cui le scienze psicologiche e le scienze sociali trassero spunto per rinnovare a loro volta i loro metodi di studio, superando quel vizio, non ancora estinto, dell´eurocentrismo, ora migrato Oltreatlantico. Ma la grandezza di Carlo Tullio-Altan non sta tanto in questo suo pionierismo, quanto nel fatto che le sue ricerche antropologiche erano guidate da profonde conoscenze filosofiche che facevano riferimento allo strumentalismo deweyano, al materialismo storico, alla fenomenologia, all´esistenzialismo, al neopositivismo, allo strutturalismo, al funzionalismo, perché Tullio-Altan aveva capito che l´uomo è una realtà troppo complessa per essere inquadrata e compresa in una sola idea. Quando ci incontrammo nel 1984, e poi negli anni successivi, discutemmo a lungo su una questione che allora sembrava accademica e astratta, e oggi appare in tutta la sua drammatica concretezza. Nel relazionarci agli altri, che percepiamo diversi da noi, per intendersi non basta parlare inglese, ma bisogna capire la simbolica sottesa alla loro cultura, a partire dalla quale diventano comprensibili idee, significati e comportamenti che altrimenti, come quelli dei folli, ci apparirebbero alieni. Frutto di quelle discussioni fu un suo splendido libro Soggetto, simbolo e valore. Per un´ermeneutica antropologica edito da Feltrinelli nel 1992. Rileggerlo e riproporlo oggi sarebbe di grande attualità e ci farebbe capire che tante guerre esplodono perché guardiamo gli altri a partire dalla nostra cultura (che naturalmente riteniamo superiore) senza la minima cura di capire come sono fatti i popoli diversi da noi, e a partire da quale simbolica promuovono i loro comportamenti. Questa ricerca, anticipatoria per i problemi che sarebbero esplosi in futuro, proseguì con Ethnos e civiltà. Identità etniche e valori democratici (Feltrinelli, 1995) in cui, pur considerando la democrazia il miglior sistema finora inventato per garantire l´umana convivenza, Carlo Tullio-Altan avvertiva che non può essere "esportata" senza tener conto delle identità etniche in cui è il deposito millenario delle culture diverse dalla nostra. Qualche anno prima, nel 1989, con Populismo e trasformismo, individuava i rischi che, se non corretti, avrebbero trattenuto l´Italia a quel livello pre-politico, dove non si confrontano le idee, ma solo gli interessi. Carlo Tullio-Altan chiuse la sua ricerca tre anni fa con Le grandi religioni a confronto (Feltrinelli, 2002) dove richiamava l´attenzione sul fatto che la globalizzazione non avrebbe solo messo a stretto contatto i popoli di tutto il mondo in un felice interscambio di comunicazioni, intese commerciali, circolazioni di idee, ma avrebbe anche generato quei conflitti religiosi, duri da stemperare, perché nella religione si radica la simbolica profonda dell´identità dei popoli. Se in occasione della sua morte riprendessimo tra le mani i suoi libri e riflettessimo sulle sue idee, spesso profetiche e anticipatrici, renderemmo a Carlo Tullio-Altan il migliore degli omaggi.
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