I migliori anni della nostra vita pertiene, secondo la definizione autentica di Ernesto Ferrero, al genere romanzesco. Viene perciò naturale confrontarlo con il resto della produzione narrativa del suo autor, che si era mosso finora attorno al genere storico: dal fortunato N a L’anno dell’indiano, da Barbablù al monologo teatrale Elisa, Ferrero ha usato i codici di un genere forse mai davvero caduto in disuso in Italia per parlare d'altro. Così avviene anche in questa rassegna di personaggi e fatti einaudiani che, raccontati con garbo, discrezione e qualcosa più di un pizzico di perfidia restituiscono un’idea di cultura e di paese che sembra oggi irrecuperabile. Ernesto Ferrero, entrato giovanissimo in casa editrice, ne è lontano ormai da qualche anno. Ha quindi la distanza giusta per ricordare, con malinconia e oggettività di saggista, figure come i due GiuIio, Bollati ed Einaudi (il Maestro e l'Editore) e la panoplia e gli scrittori passati per le stanze di via Biancamano: da Primo Levi a Gadda, da Calvino a Cesare Pavese, da ManganelIi a Natalia Ginzburg; oltre ai protagonisti delI'avventura editoriale, quelli che sono rimasti quasi nell'ombra, dal redattore Daniele Ponchiroli a Roberto Cerati. Di questo libro, Ernesto Ferrero ha parlato con “Stilos”.
Come è entrato in Einaudi, nel 1963? Per concorso. Alla fine del 1962 Einaudi cercava un responsabile dell'ufficio stampa perché Guido Davico Bonino, che lo aveva retto sino ad allora, doveva assumere le redini della segreteria editoriale, in pratica il cuore del sistema operativo della casa. Risposero in 120, ci furono dei colIoqui di selezione con tutta la direzione, e fu quella la prima volta che - emo¬zionatissimo - entrai nella sala delle riunioni, affacciata su corso re Umberto, e mi sedetti al tavolo ovale dei mercoledì. Avevo appena affidato in lettura a Davico Bonino, di cui ero amico, un romanzo resistenziale in stile “simil-Gettoni” (la famosa collana di Vittorini). Sì venne a parlare anche di quello. Einaudi si fece raccontare la storia, sembrava esserne incuriosito. Mi parve di veder vibrare le sue famose antenne. Dopo qualche giorno mi fu chiesto di scrivere un “risvolto” di prova, perché allora l'ufficio stampa si occupava anche della gestione dei “risvolti” e delle "quarte” di copertina, insomma di quello che oggi si chiama il paratesto (la scelta dell'illustrazione in copertina toccava invece a Giulio BolIati). Mi fu affidato - come racconto nel libro - un romanzo difficile perché minimalista, l contrattempi sentimentali di Lullina Baligioni Terni. Vi si succedeva assai poco, piccoli eventi quotidiani, increspature emotive. Credo di aver scritte un testo legnoso, un po' rattrappito, ed ero convinto d'aver sprecato la grande occasione delIa mia vita: entrare nel Parnaso einaudiano, che ai miei occhi rappresentava ogni possibile perfezione. A Calvino, insuperabile maestro di “risvolti”, non piacque molto. Einaudi decise invece che andava bene. Così fui assunto. Non credevo ai miei occhi.
E' sua la definizione del libro come “romanzo con personaggi veri”? Raffaele La Capria ha scritto nel suo nuovo e bellissimo libro, L'estro quotidiano, una pagina straordinaria su come funziona la memoria: da narratore, appunto. La memoria sceglie e conserva della nostra vita alcuni particolari che ritiene interessanti, lavora senza posa su quelli, riscrivendoli e reinventandoli continuamente. La nostra memoria è uno strato millefoglie di rappresentazioni che si sovrappongono e modificano senza fine: è un work in progress che si svolge a nostra stessa insaputa. Accade così anche me. I personaggi storici e “veri” sono diventati dei personaggi miei, un prodotto della mia sensibilità, che pure è partita dall'osservazione di dati reali. È il paradosso della letteratura, finzione e menzogna che - se sono oneste - arrivano alla sola verità che conta, quella della pagina. Come diceva Lalla Romano, solo ciò che è raccontato vive. I protagonisti/testimoni ancora in vita della stagione einaudiana potrebbero raccontarla in modi anche molto diversi dal mio, anzi, l'hanno già fatto. Per esempio il Calvino di Davico Bonino (Alfabeto Einaudi) parla moltissimo, il mio invece pochissimo. E il Giulio Einaudi che potrebbe raccontare Orengo sarebbe sideralmente distante dal mio, perché lui ne ha avuto una diversa percezione. Per questo ho parlato di romanzo, e mi sembra che recensori e lettori su questo siano d'accordo.
Qual è il suo mestiere? Editore, scrittore, storico, direttore della Fiera di Torino? Quanto c'è di einaudiano in questo eclettismo? Il lavoro che mi piace di più, che credo di saper fare meglio o meno peggio, è quello dello scrittore. Scrivere mi è necessario come respirare o camminare, mi appaga. Ma mi sono divertito moltissimo a lavorare nell'editoria (d'una volta) e la Fiera del libro mi diverte ancora molto, perché la intendo come servizio civile. Da ragazzo volevo fare del cinema, ho musicato poesie di Brecht e Eluard. Il mio primo libro è stato addirittura un lavoro Iessicale, un dizionario dei gerghi della mala. Troppe cose insieme? Può darsi, ma l'importante è fare cose divertenti, gratificanti. Questo credo sia un tratto einaudiano, la curiosità. Un editore è un curioso che non sa nulla di specifico (non è uno specialista di qualche cosa, tranne casi rarissimi), ma vuole saperne di più di tante cose. Vuole cercare, sperimentare, capire. Forse, come accade agli attori, una sola identità non mi basta. Difatti i miei libri, a ben vedere, girano proprio attorno al problema dell'identità.
Si ha l'impressione che la sua figura einaudiana di riferimento sul piano intellettuale fosse Giulio Bollati. È un lettura corretta? Sì, mi sentivo molto vicino a Giulio Bollati, che di fatti chiamavo “il Maestro”. Per temperamento, carattere, interessi culturali. Bollati aveva un lato materno, sapeva ascoltare, amava consigliare. Si interessava a te, ai tuoi problemi, a quello che facevi e avesti potuto fare. Gli piaceva pigmalioneggiare, per così dire. Tutti e due, maestro e allievo, eravamo poi affascinati dall'editore, così diverso, così vitale, così vampiro di sangue giovane. Tutti e due, a un certo punto, abbiamo "rotto” con Einaudi, anche drammaticamente. Io però l'ho ricuperato, e gli ultimi anni con lui sono stati bellissimi. Era un ottantenne giovanissimo, curioso e geniale come sempre ma senza più asprezze e arroganza. Le batoste l'avevano reso più umano, quasi perfetto. Lo diceva lui stesso sorridendo: "Sono diventato buono”. Quando veniva a cena a casa nostra erano momenti di grande allegria e divertimento. Mia moglie (la più einaudiana di tutti) e le mie figlie lo adoravano. Con lui, uomo che detestava la noia sopra ogni altra cosa, non ci si annoiava mai.
Posto che sia possibile rispondere, a quale degli scrittori nominati nel libro si sente più legato? Nella Einaudi di quegli anni, casa editrice e affetti privati, letteratura e vita quotidiana si mescolavano continuamente. Non esisteva un confine certo. I grandi scrittori erano altrettanti nonni, zii, fratelli maggiori, cugini, molto amati come persone prima che ammirati per le loro opere: Vittorini, Calvino, la Ginzburg, Carlo Levi, la Morante, Gadda, Sciascia, Volponi, Parise, Lalla Romano, Manganelli, Magris, Ceronetti, Fruttero e Lucentini, tantissimi altri. Il più caro di tutti è stato Primo Levi. Il primo giro di bozze che mi sono trovato sul tavolo è stato quello di La tregua. Ho scoperto un uomo e uno scrittore che poi centinaia di migliaia di lettori di tutto il mondo hanno imparato ad amare come uno dei più importanti del Novecento. Dovessi racchiuderlo in una definizione, userei quella che ha coniato Luciana Nissim, che era finita ad Auschwitz con lui: "La più alta espressione”. Dell'intelligenza, della disponibilità, della gentilezza, della misura. Di tutto quello che fa la grandezza di un essere umano. Era un uomo giusto, il giusto dei giusti. E un grande scrittore, a lungo frainteso.
In una delle sue ultime interviste, Giulio Einaudi sosteneva che non bisogna lamentarsi della scomparsa dei maestri. Altri ne nasceranno, altri già lo sono. Lei che di maestri ne ha conosciuto molti, come la pensa? Einaudi ha ragione quando dice che bisogna sempre guardare avanti, non farsi isterilire dalla nostalgia. Ma di grandi maestri oggi ne vedo pochi, e ce ne saranno sempre meno. Per il semplice fatto che oggi è più difficile crescere e maturare nei giusti tempi biologici, come una volta. Se sei bravo, ti chiedono di produrre a ritmi forzati, intensivi. Ti mettono alla catena di montaggio di te medesimo. La nostra è e sarà sempre di più una società senza padri. Oggi il coraggio, la forza, la concretezza e il senso etico mi sembrano molto più femminili che maschili. Confido nelle future maestre...
Ritiene ancora possibile, nel 2005, un'editoria di cultura al modo che l'ha intesa Einaudi nel Novecento? Oggi ci sono molti buoni e ottimi editori “di progetto”, in specie medi e piccoli, e io faccio il tifo per loro. Ma è cambiato tutto, o quasi, e soprattutto non esistono più i personaggi che facevano l'unicità del modo di lavorare del gruppo Einaudi. E non c'è più il direttore d'orchestra che lavorava non sull'unanimità, ma sulle differenze, sullo scontro dialettico. La ricerca esasperata della redditività è diventata più importante del progetto editoriale. Di fatto, oggi un marchio editoriale è meno importante e lo sarà sempre meno. Gli stessi libri possono uscire indifferentemente da questo o quello editore. In America il nome dell'editore è addirittura scomparso dalle copertine, uno vale l'altro. Una volta il libro Einaudi, o di altri editori molto connotati, lo comperavi a scatola chiusa. Adesso ci pensi tre volte.
Per quale motivo il libro ignora quasi del tutto i risvolti economici dell'avventura einaudiana? Il mio non è un lavoro storiografico. Ne accenno soltanto perche non credo che in un romanzo i dettagli economici siano importanti. Il grande problema della casa editrice è sempre stato la sua costituzionale debolezza finanziaria. Einaudi non ha mai voluto che entrassero nuovi capitali per non farsi condizionare dai nuovi soci ed essere totalmente libero nelle scelte. Certo, alla fine ha pagato a caro prezzo questa libertà, e I'ha fatta pagare a molti. Però penso che il piatto della bilancia continui a pendere dalla parte del catalogo che lui ha costruito, e che per decenni è stato la vera università degli italiani, un vanto dell'intero Paese.
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