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2 settembre 2010
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Lo strano dottore d'Egitto. Gabriele Romagnoli intervista ‘Ala Al-Aswani.
Il dentista ha l'insegna al neon nascosta tra gli alberi di Garden City, ma tutti sanno dov'è l'ambulatorio. Non perché siano pazienti: lo hanno visto in televisione, sui giornali, dappertutto. Il suo libro ha venduto centomila copie, e sta per uscire il film. Scritto in lingua araba, negli ultimi tre anni è secondo soltanto al Corano. Ma molto più divertente, aperto, collegato alla realtà. Il dentista, adesso che la sua insegna diventa visibile, si chiama ‘Ala Al Aswany. Il suo romanzo, Palazzo Yacoubian, è già uscito in mezzo mondo. In estate arriverà anche in America, dove il dentista si è specializzato, all'Università dell'Illinois. Mi ha dato appuntamento in ambulatorio un sabato alle sette di sera, "così possiamo stare tranquilli". Non è esattamente quello che accadrà. Mentre parliamo, un suo collega riceverà e spedirà via, con visi doloranti, due anziani e una bimba. Prima che questo accada, sto per accomodarmi anch'io sulla poltrona reclinabile quando Al Aswany porta una sedia da giardino e la sistema di fronte alla piccola scrivania dove prepara le ricevute.

Ho letto il suo libro un anno fa e l'ho trovato un ritratto spietato e amorevole del Cairo contemporaneo. Non mi aspettavo, però, che l'uomo che ha saputo farlo passasse davvero le sue giornate a combattere la carie. Come è possibile, dottore?
Non sarebbe possibile altrimenti.

Si spieghi.
Mio padre faceva lo scrittore. E l'avvocato. Due cose mi ha insegnato. La prima è stata l'amore per la scrittura. Ricordo quando da bambino tornavo a casa e mia mamma mi diceva: "Ssst! Papà sta scrivendo". Camminavo in punta di piedi e pensavo: un giorno, magari, anch'io. Il secondo insegnamento è stato di fare, intanto, un altro mestiere che mi desse da vivere, mi mettesse in contatto con la gente, che è la fonte di tutte le storie.

Sì, d'accordo, ma il dentista...
È perfetto. Mi fa guadagnare bene, mi permette di scegliermi gli orari senza dipendere da nessuno: io scrivo dalle sei del mattino alle dieci, e poi apro l'ambulatorio. E ancora: non è una professione che esponga a ritorsioni del regime. Facessi il giornalista mi potrebbero far cacciare, ma un dentista è un uomo libero, finché ha clienti. E io sono un discreto dentista. Poi, mi creda, è un gran modo di conoscere le persone, perché le vedi quando soffrono, e quando pagano, che è un altro modo di soffrire. Su quella poltrona incontro i personaggi dei miei romanzi.

Faccia un esempio.
C'era questo milionario, che venne per la pulizia dei denti, poi continuò, tutti i giovedì alle tre. E non c'era niente che non andasse nei suoi denti. Prendevamo il caffè, parlavamo, lui reclinato sulla poltrona, io sullo sgabello. Ero il suo psicanalista, pensavo. Mi sbagliavo: ero il suo unico amico. Era troppo ricco, troppo solo. Insisteva per pagare comunque. Aveva il doppio dei miei anni. Poi è morto. Ma vivrà nel mio prossimo romanzo.

Insieme a chi?
Al ministro che arriva con la scorta, blocca il quartiere, sale seguito da questi tipi minacciosi. È uno che fa dichiarazioni durissime, che mi considera un sovversivo pericoloso perché sa che sono contro questo regime, che sono la firma numero sei nell'atto costitutivo del movimento Kefaya, basta, basta con Mubarak, con suo figlio, con la corruzione, con lo Stato di polizia. Mi metterebbe in galera per questo, se potesse. Ma sono il solo dentista di cui si fida. E vedesse come trema, il ministro di ferro, quando avvicino gli strumenti alla sua bocca.

Ci sono sempre due persone in lei, una che vive e l'altra che guarda la vita per farne letteratura?
Come in ogni scrittore.

E, un giorno, ha deciso di fare un romanzo sul palazzo dove aveva il vecchio studio...
Esatto, sono partito proprio da quello, dal luogo. È un classico della letteratura: il luogo come personaggio principale. Yacoubian è un nome bellissimo e il palazzo era pieno di inquilini interessanti, poi ci ho aggiunto un po' di fantasia, qualche piano in più, le baracche sul tetto...

Alcuni però l'hanno querelata per diffamazione, riconoscendosi in qualche personaggio...
Questa è stata una mossa disperata del regime, sono stati loro a sobillare le azioni giudiziarie.

Ecco, questa è la cosa davvero stupefacente: nel romanzo c'è la polizia che tortura e stupra, c'è un governo di corrotti che vende posti in Parlamento, c'è un riconoscibilissimo Grande Uomo che regge le fila del gioco, ma non è stato censurato. Come mai?
Perché non leggono. Quando si sono accorti del danno era troppo tardi. Il libro aveva già venduto migliaia di copie, era tradotto ovunque, non potevano più farci niente.

C'è, nel romanzo, un personaggio particolarmente toccante: il ragazzo bocciato al concorso per diventare poliziotto solo perché figlio di un umile portinaio, che, per rabbia, diventa un terrorista islamico. Non è la metafora di quello che i governi d'Occidente cercano di far credere: in Medio Oriente se cadono i dittatori arrivano i fanatici religiosi?
Sì, ma questo è un ricatto. È il messaggio che i nostri tiranni hanno mandato all'Occidente, che ci è cascato. Così appoggia questi fascisti per paura degli altri fascisti. Ma io lo dico senza alcun timore: questa che viviamo è l'epoca peggiore della storia d'Egitto. Il potere assoluto porta la corruzione assoluta. E noi abbiamo ministri affaristi: ce n'è uno al turismo che è proprietario di un'azienda turistica, si rende conto?

Vengo dall'Italia, ho visto di peggio. Ma ho vissuto qui, e visto giovani come quello di cui lei racconta rassegnarsi o emigrare. Come si può sperare nel popolo di questo Paese?
Si deve, mi creda. Io conosco gli egiziani: sono gente misteriosa, imprevedibile, sono come una tempesta che arriva all'improvviso. Ventiquattr'ore prima della rivoluzione, i servizi inglesi mandavano a Londra bollettini che assicuravano: calma piatta, tutto sotto controllo. È quello che adesso pensa il regime. Ma domani, chissà. Non ascolti quello che la gente dice, non è ciò che pensa. La gente ha memoria, e sa che non è sempre stato così. Ha speranza: sa che non sarà sempre così.

Cosa le dice la sua memoria?
Guardi, io ho ambientato Palazzo Yacoubian nel centro del Cairo proprio perché ci sono cresciuto. E ho nostalgia di quei tempi. La società era tollerante. C'erano feste per ogni religione. Alla scuola dove ho studiato insegnavano due professori ebrei. La mia era una famiglia aperta, con grande rispetto reciproco. Mia madre era musulmana osservante, mio padre no. Lui beveva, lei gli portava da mangiare per ammorbidirne gli effetti. Ci scherzavano sopra. Quello era il vero Egitto, quello era il vero Islam, tollerante. Poi è arrivata la sconfitta nella guerra dei Sei giorni e la barzelletta della punizione divina. Dopo, i sauditi. E adesso siamo ridotti così. Ma noi, l'Iraq, la Siria, eravamo una civiltà prima dell'Islam e dobbiamo ricordarcelo. Il nostro orgoglio non si fonda sul Corano, la nostra storia non nasce dal nulla, dal deserto, dal petrolio.

E la sua storia personale, dopo un simile successo, dove va?
Da nessuna parte. Non voglio sbandare. Quando ero soltanto un dentista che scriveva racconti all'alba, ricevetti l'offerta di andare a lavorare negli Emirati Arabi, per un sacco di soldi, e dissi di no. Ora ricevo offerte analoghe perché scriva per il cinema o la televisione, e dico di no. Neppure al film tratto da Palazzo Yacoubian ho voluto lavorare. I soldi ti cambiano. Perderei di vista l'obiettivo principale della mia vita: fare letteratura. Sa qual è la mia grande fortuna? Una moglie che capisce le mie scelte. La seconda moglie, perché la prima non capiva. Io sono diventato femminista, da quando l'ho sposata. Lei è una persona pratica ma comprensiva, un modello umano evoluto.

E l'evoluzione della specie, come sarà?
Disastrosa, se non ci liberiamo del capitalismo e non impariamo a convivere tra esseri umani di ogni genere.

Invece si parla di scontro di civiltà. E si traducono pochissimi autori arabi, come se qui...
... andassimo ancora sui cammelli. È quello che mi chiedono in America. Egiziano? E quanti cammelli hai? Esiste una barriera psicologica contro la letteratura araba, proprio perché viene da un'altra civiltà, che non si vuol conoscere, solo demonizzare.

Ma lei pensa di aver scritto, parlando del Cairo, di un suo palazzo, dei suoi inquilini, una storia universale?

Qualunque storia si preoccupi dell'umanità è universale. Lo capiranno anche in Occidente, anche in Italia. Io credo questo: se tu ti curi della gente, la gente si cura di te.
copertina

Palazzo Yacoubian
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  La scheda autore di 'Ala Al-Aswani
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