«Oggi parole come verità o realtà sono diventate per qualcuno impronunciabili a meno che non siano racchiuse tra virgolette scritte o mimate». Estraggo questa frase dal nuovo libro di Carlo Ginzburg Il filo e le tracce, una raccolta di saggi, tanto belli quanto sorprendenti. Belli perché ciascuno di essi si prospetta come un piccolo universo in espansione. A leggerli, viene in mente che le questioni che lo storico pone sono punti essenziali dai quali si può ripartire più ricchi e più consapevoli. Sorprendenti, per la tessitura che vi si intravede, per gli accostamenti, le comparazioni, la capacità di far parlare i libri messi a confronto: un dialogo di Maurice July e i Protocolli dei Savi di Sion, un romanzo medievale e la lettura che ne fa Jean Chapelain alla metà del Seicento, un oscuro critico di Flaubert che illumina, forse involontariamente, l´influenza della fotografia sulla letteratura e viceversa; il modo in cui gli europei arrivarono a scoprire la figura degli sciamani. Fermiamoci qui. Un´erudizione senza noia ci viene incontro.
Il filo e le tracce ci pone di fronte a una questione tutt´altro che secondaria: in che modo uno storico racconta ciò che è accaduto? Qualcosa succede, si tratta di capirne solo la rilevanza, l´attendibilità, il grado di verità; oppure bisogna prendere in considerazione circostanze che possono turbare questo equilibrio? Il sottotitolo del libro è Vero, falso finto. Dice Ginzburg: «Sono come tre arance che lo storico tira in aria. Bisogna fare attenzione a non farne cadere nessuna».
Professor Ginzburg, uno storico ha la possibilità di fondare la ricostruzione di un evento sulla prova? Può mettere davvero la mano sul fuoco che quella prova è fondamentale?
Come storico le rispondo innanzitutto che la metafora della "mano sul fuoco" non la userei, perché andrebbe troppo nella direzione del martirio. E poi, aggiungo, ogni prova, per definizione è provvisoria.
È un omaggio allo scetticismo?
Semmai è un omaggio a Popper e alla sua idea di verità potenzialmente falsificabile, altrimenti cadrebbe fuori dal discorso scientifico. Quindi anche l´affermazione "c´è stata la battaglia di Salamina" è falsificabile e dunque provvisoria, sebbene esista una massiccia serie di prove convergenti che ci dimostrano che quella battaglia c´è stata.
Ma chi si assume l´onere della prova?
L´onere della prova spetta agli oppositori. Nel momento in cui una prova diventa abbastanza convincente compito degli oppositori sarà confutarla. Ma la cosa interessante è che l´onere della prova evoca una comunità in discussione e quali rapporti di forza esistono al suo interno.
Anche una comunità scientifica lotta per il consenso?
Questo è sempre valso, in passato come oggi. Quello che in questi miei saggi mi premeva far notare è la possibilità di arrivare a una conoscenza del vero partendo dal finto e dal falso.
Intende dire che non tutti sono disposti a prendere in seria considerazione il finto e il falso?
Secondo me non è da respingere l´idea che si possa arrivare a una conoscenza del vero partendo anche dal finto e dal falso. Ed è un rapporto che non tutti sarebbero disposti ad accettare.
Insomma, il problema è sapere in che misura un evento immaginario può tornare utile a uno storico.
Sì, ed è una questione che viene posta in modo molto chiaro da Jean Chapelain alla fine del 1646, quando prende in considerazione il romanzo medievale Lancelot che lui legge come un documento storico.
Ma come può una narrazione fantasiosa risultare attendibile?
Le potrei rispondere che è l´eterno problema del che cosa fare di Omero dal punto di vista storico. Chapelain capisce che per quanto una narrazione possa essere immaginaria essa si fonda pur sempre sopra gli usi e i costumi da cui proviene. Allora, non si tratta semplicemente di dire che il finto è un documento in quanto tale, ma che il finto entra in rapporto con una verità storica che bisogna decifrare.
Non ha l´impressione che la verità sia caduta nel discredito? O lo splendore teologale di Ratzinger oppure l´opacità degli scettici.
Non vorrei farmi stritolare da questa tenaglia. Però vedo valide ragioni nel fatto di evocarla. Ritengo che senza un po´ di relativismo si soffoca, con troppo relativismo non si vede più nulla.
Lei prende le distanze dal relativismo portato all´estremo?
Mi sembra indifendibile. Mentre ritengo che sia legittimo sostenere punti di vista relativi. Montaigne riesce a capire i cannibali proprio perché in lui agisce un senso di relatività, anzitutto estetica.
Lei ha spesso polemizzato, anche se indirettamente, con l´idea che non esistono fatti ma solo interpretazioni. Anche questa è una variante del relativismo?
Lo è, ma oggi mi appare una battaglia marginale.
Non in Italia.
Pensavo soprattutto agli Stati Uniti. Quando è uscito il necrologio di Jacques Derrida sul New York Times mi colpiva da un lato il grande rilievo, ma dall´altro l´enorme massa di frivolezze scritte su di lui. E la cosa che si intuiva era che Derrida non fosse più di moda nell´accademia americana.
La fine del decostruzionismo?
Non solo, la fine di un certo potere accademico. Era uno smarcarsi generale. Qualcuno, in questa circostanza, ha parlato di ricambio generazionale. E aggiungeva che il decostruzionismo era stato anche un´arma accademica che ha dato a una generazione di giovani la possibilità di espugnare delle posizioni di potere. Ora tutto ciò le confesso mi riguarda relativamente poco, però mi interessa la distinzione tra domande e risposte.
In che senso?
Nel senso che sebbene le risposte date da questi scettici siano state per lo più poco interessanti e spesso scadenti, le domande non erano da sottovalutare. Ad esempio l´idea di interrogarsi sul rapporto fra la fonte e la realtà può essere una questione serissima, come appresi dal mio maestro Arsenio Frugoni, che molto prima del decostruzionismo si era posto il problema serissimo del rapporto tra una testimonianza su un individuo e quell´individuo.
A proposito di maestri, anche in questi saggi, ricorre il nome di Arnaldo Momigliano.
Con lui ho avuto un rapporto molto intenso, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Mi trovavo a Chicago, dove lui insegnava, e quindi lo vedevo spessissimo. Quello che ho imparato da lui si è sedimentato nel tempo. Mi ha aiutato a capire l´importanza dei tempi lunghi.
Immagino si riferisca al lavoro antiquario.
Momigliano scrisse uno straordinario saggio sulla storia antica e antiquaria, con il quale individuava due tradizioni che nel Settecento si fondono con Gibbon: da un lato la tradizione storiografica che però si occupa di eventi contemporanei e dall´altro l´antiquaria che lavora sulle fonti.
Da un lato il "filo", ossia la narrazione, dall´altro la "traccia", ovvero la ricerca erudita delle fonti. Lei per quale propende?
Amo conservare una tensione tra la forma che si svolge nel tempo e quella che si afferra con un colpo d´occhio. Ricordo che quando scrissi I benandanti, il mio primo libro, mi sarebbe piaciuto poterlo realizzare su un enorme foglio di carta per poterlo cogliere sincronicamente. La tensione tra il diagramma e la narrazione è qualcosa su cui non si smette di riflettere.
Forse è anche per via di questa tensione che i suoi libri hanno la capacità di sorprendere.
Diceva Voltaire che tutti i generi sono ammissibili tranne quello noioso. Ma cosa significa sorpresa? Se non c´è sorpresa vuol dire che le nostre domande arrivano in porto e trovano le loro brave risposte. Il che è una tragedia. È sempre importante l´incontro con l´imprevisto.
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