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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
9 febbraio 2010
Professione vagabondo. Intervista a Ryszard Kapuscinski
di Wledek Goldkorn, tratto da “L’espresso”, n. 30, 2006
Viaggiare? una tragedia, o un vizio. In ogni caso è un’attività che va contro la natura. Lo dice Ryszard Kapuscinski, forse il massimo reporter vivente, sicuramente viaggiatore instancabile e avventuroso. In realtà Kapuscinski è un uomo mite e abitudinario. Lavora in uno studio, grande come un piccolo appartamento, in una luminosa mansarda della villetta dove abita al centro di Varsavia. Entrando si vedono solo libri: sugli scaffali addosso alle pareti, sul pavimento in mezzo allo stanzone, sui piccoli tavoli sotto le finestre. Sono per lo più testi di Filosofia e di storia, qualche romanzo, molte le poesie: Kapuscinski era grande amico di Josif Brodskij e di Susan Sontag. Il tavolo di lavoro è in un angolo, piccolo, quasi nascosto alla vista di chi entra, e privo di un computer. “Scrivo a mano”, dice, “perché la scrittura deve essere legata alla fatica fisica”. Si avvicina alla finestra e indica la villetta di fronte: “Qui si nascondeva durante la guerra Wladyslaw Szpilman”, il “Pianista” di Radio Varsavia immortalato nell’omonimo film di Roman Polanski, ‘è qui che incontrò l’ufficiale nazista che gli salvò la vita e che poi venne ucciso in un gulag russo”. Kapuscinski è reduce di un incontro con John M. Coetzee, il premio Nobel per la letteratura: “È venuto per un giorno a Varsavia, poi partiva per un paesino da cui viene un suo antenato. Gli ho fatto da anfitrione in questa città dove non conosce nessuno. Del resto, ora abita in Australia, ad Adelaide, in un paese lontano e poco interessante”.

Signor Kapuscinski, perché si viaggia?
Perché si è costretti. Sono convinto che l’uomo, per natura, è un essere sedentario, legato alla terra. E questo legame è un elemento importante dell’identità: molti cognomi (specie degli ebrei, e la cosa è buffa se si pensa che gli ebrei sono considerati “privi di radici”) indicano la provenienza geografica della persona. Ci si mette in cammino per fuggire dalla fame, dalla peste, dalla guerra, per cercare la sicurezza altrove.

È l’unico motivo perché si viaggia?
È il principale. Certo, ci sono stati i greci e i fenici, e gli abitanti di varie isole e penisole, da quelli del Pacifico agli inglesi che partivano per i mari, per curiosità, alla ricerca di altri mondi. Ma la storia è fatta per lo più di grandi civiltà che non hanno mai sentito la necessità di costruire le navi, o di andare ed esplorare l’altrove. Ha mai pensato al disinteresse degli africani per il mondo, o al fatto che i cinesi e gli indiani non hanno inventato niente che assomigliasse alla geografia? È vero, ci sono sempre state persone che si mettono in cammino per esplorare quello che è fuori. Ma è un piccolo gruppetto. La curiosità del mondo è un’eccezione, non una caratteristica comune agli umani.

Lei fa parte del piccolo gruppo dei curiosi.
Dei vagabondi, dei mendicanti, dei cantastorie. E di portatori di informazioni. Ma non dimentichiamo un altro gruppo di viaggiatori: gli esploratori. Anche loro pochi, ma presenti fin da quando abbiamo una storia scritta.

Fin dai tempi di Erodoto. Il suo ultimo libro uscito in Italia è intitolato infatti In viaggio con Erodoto.
Gli esploratori c’erano prima di lui. Ma si limitavano a descrivere i singoli luoghi. La novità di Erodoto è lo sguardo globale sul mondo.

Sul suo tavolo c’è una cartella dedicata a Bronislaw Malinowski. Una volta lei disse che fu lui, viaggiando, a scoprire ai primi del ‘900, che non esistono razze, ma diversità umane. Si viaggia per scoprire gli altri, o per scoprire se stessi?
Si viaggia per vedere chi sono gli altri. Ma nell’istante in cui lo si scopre, si capisce anche chi siamo noi. Faccio un esempio. lo ho scoperto di essere un uomo bianco grazie al mio primo viaggio in Africa. Ero in Ghana, nel 1957, per vedere il primo paese dell’Africa subsahariana che ha ottenuto l’indipendenza. All’improvviso, per la strada ho notato che tutti mi guardavano. Ero diverso, avevo la pelle bianca. Non ci ho mai pensato prima.

Nel ‘800, viaggiatori come Stanley o Livingstone, per andare in Congo, paese in cui anche lei ha lavorato molto, ci mettevano mesi e mesi. Potevano raccontare di aver visto i pigmei, o i cannibali. Nell’immaginario occidentale gli umani non europei facevano parte dl una natura selvaggia. Che senso ha oggi arrivare in poche ore, in aereo a Kinshasa, in un paese di cui si sa già tutto, grazie alla tv e a Internet?
Prima di tutto farei una distinzione importantissima. Livingstone era un missionario, un idealista, anche se in fin dei conti i missionari fornivano un’ideologia al colonialismo. Stanley invece era un realista, un duro, soprattutto un giornalista. Non era né geografo nè antropologo nè esploratore. Era uno dei primi a viaggiare solo per scrivere e poi vendere i reportage. In secondo luogo, oggi, a causa della moltiplicazione dei conflitti armati, a causa del crescente potere territoriale della criminalità organizzata, ci sono sempre più luoghi e paesi di cui non sì sa quasi niente. Andarci è molto pericoloso. Il Congo, appunto, è uno di questi paesi. E allora se vado in Congo, lo faccio per vedere e descrivere, consapevole di rischiare la pelle.

Se è un rischio viaggiare, perché lo corre? Lei, almeno quattro volte nella vita, stava per essere fucilato.
Perché sono travolto dalla passione. Per una sfida che non ha una giustificazione né una spiegazione razionale, a cui tuttavia un reporter vero non è capace di resistere.

Cosa è un vero reporter?
Uno che va nei luoghi solo per descriverli, senza nessun altro scopo. Un medico per esempio, può descrivere tante cose, ma sarà sempre un medico che scrive, non un reporter.

Perché è necessaria la figura del reporter?
Perché in questo mondo, sempre più virtuale, c’è bisogno di qualcuno che è stato in un luogo, ha toccato con mano la situazione e quindi è un testimone. Diceva Malinowski che quella dell’antropologo è una “presenza partecipativa”. Lo stesso vale per il repotter, se vuole essere credibile. Ora c’è qualcosa di più che rende il reporter indispensabile e moderno. Il mestiere del reporter è affine a quello dell’interprete. C’è bisogno di costruttori di ponti tra le culture: gli interpreti e i reporter lo sono’.

Non basta la tv che fa vedere ovunque tutto il mondo?
No. La tv fa vedere poco. È troppo caro mandare intere troupes in giro per il mondo. E poi, l’informazione è sempre più standardizzata. Se, per ipotesi, lei dovesse fare il giro del mondo in 24 ore, cambiando ogni tanto l’aereo, in ogni aeroporto troverà la tv con la stessa identica notizia internazionale: un attentato in Iraq, o un discorso di Bush. E un paradosso, mentre procede la globalizzazione, la nostra conoscenza del mondo si fa sempre più povera e limitata, ci sono interi paesi scomparsi dal nostro immaginario, e dalle nostre carte geografiche. Anche perché sui giornali si dà sempre più spazio alle cronache locali e non alle questioni internazionali.

Colpa di chi?
Di tutti e di nessuno. Il fatto è che nei giornali sta dilagando il linguaggio della tv: informazione in pillole, poche righe, poco approfondimento, interviste coi politici locali. Così il reportage letterario dalle pagine dei quotidiani è emigrato su quelle dei libri. E i reporter da giornalisti si stanno trasformando in scrittori’.

C’è anche un’altra categoria di viaggiatore: il turista.
Il viaggio turistico è diventato un fenomeno di dimensioni colossali, inedite nel la storia e difficilmente immaginabili. Solo l’armo scorso, per turismo si sono spostate 800 milioni di persone. Il turista non viaggia perché è costretto, né per ragioni professionali. Lo fa alla ricerca del piacere. È una svolta nella civiltà.

Parlava della ricerca del piacere. Il piacere di viaggiare?
No. Lo scopo del turista, e stiamo parlando del turista in Africa e nei paesi poveri del Sud, è paradossale: evitare accuratamente di conoscere il paese in cui trascorre le vacanze, la sua lingua e la sua gente e dove spende i suoi soldi. Il turista evita i mezzi di trasporto degli “indigeni”, perché li giudica sporchi, lenti, insicuri. Del resto, il turista non vuole avere contatto con la gente del luogo (se non con i necessari servitori dell’albergo) perché ha paura di malattie, o che gli vengano chiesti dei soldi. E una paura che prevale su ogni curiosità. Gli interessa il cibo, il vino, le comodità, la terrazza e la piscina, il sole. Il turista è un uomo del Nord che cerca il sole. Ho incontrato persone che hanno viaggiato da Città del Capo e fino al Cairo, senza alcun contatto con la popolazione locale.

In “Il negus” lei racconta di un vertice dei capi di Stato africani ad Addis Abeba, negli anni ‘60, dove i resti del pranzo ufficiale vengono portati a una massa di poveri che li masticano in silenzio, fuori dal recinto del palazzo. È una metafora dell’arroganza di ogni potere e dell’umiltà dei diseredati. Oggi sono i turisti gli arroganti?
Il turismo di lusso di massa ha cambiato i connotati delle società in Africa. È nata una classe dei servitori dei turisti, gelosa del proprio status. E una classe che assomiglia a quella dei cortigiani dei re di una volta: gente che vive di quello che resta dal pranzo dei padroni e che scaccia via i veri poveri, quelli che non hanno niente. In questo contesto, il turista è il nuovo simbolo dell’arroganza.

Per vedere la diversità delle culture basta andare a visitare la periferia di Parigi o di Londra, o di un’altra metropoli. Non c’è bisogno di viaggiare...
Non è vero. Sono dei micro-universi tolti dal loro contesto. Sono dei giganteschi non-luoghi, privi di ogni dimensione temporale. Sono come gli aeroporti, i non luoghi per eccellenza. Del resto, gli aeroporti assomigliano sempre di più alle città e le città agli aeroporti. In Europa, comunque, il problema è limitato. Le nostre città storiche hanno strutture antiche che resistono. Non ci rendiamo invece conto come altrove le città sono diventate solo degli ammassi informi di baraccopoli.

Un’ultima domanda. Chi sono i suoi maestri?
Una volta avrei detto Hemingway. Ma cambiano, secondo del periodo. Oggi direi: Conrad, Dos Passos e Stendhal, il più straordinario dei reporter.
copertina

Autoritratto di un reporter
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