Preludio
“Sua madre era bellissima”, mi raccontò di lui un ‘amica, “e suo padre un intellettuale. Erano amici dei miei genitori, vicini di casa a Kiryat Haim, una cittadina a nord di Huifa. Lui aveva sette, otto anni, io ne avevo qualcuno di più. Me lo ricordo perché quello dev’essere stato una dei suoi primissimi concerti ed eravamo venuti tutti apposta ad ascoltarlo; già allora aveva le idee chiare: non aveva voluta sentir parlare di addobbarsi, in merletti e velluto, di rinunciare ai pantaloni color cachi (dei giovani pionieri), o di star tranquillo primo del recital, senza giocare. A un certo punto gli dicemmo che era tardi, che dovevamo sbrigarci. Che dovevamo rientra re, sennò erano guai... Lui ci guardò stupito e rispose tranquillo: tanto senza di me il concerto non inizia. Si chiamava Daniel Barenboim.
“Io invece mi ricordo”, mi ha raccontato un musicista israeliano, solista alla Filarmonica, “quando la preside della mia scuola – era in quarta elementare ci disse: ‘Bambini, oggi Dani della quarta C suonerà per noi”. Dio, come suonò Dani (Daniel)... Ero piccolo, non capivo nulla, ma ne rimasi talmente incantato e innamorato che tornai a casa e feci impazzire i miei genitori perché mi comprassero un pianoforte come quello di Dani (invece mi comprarono una fisarmonica, ma quella è un’altra storia).
Più di mezzo secolo dopo, nel lussuosissimo camerino del Teatro alla Scala di Milamo, così diverso, tutto in splendidi toni del bianco e del marrone, dagli spartani inizi a Kiryat Haim, sono seduta di fronte a Daniel Barenboim, l’uomo e la leggenda, appena reduce da una prova: di statura media, brizzolato, l’uomo di oggi, incredibilmente, non ha perso nulla della straordinaria forza e vitalità del bambino prodigio di allora.
Maestro, alla prima del 7 dicembre lei dirigerà, sciopero permettendo, Tristano e Isotta di Wagner. Molti, in Israele, ancora si oppongono a Wagner, in quanto simbolo della musica nazista.
Iniziamo con alcune parole sullo sciopero, che sono certo non ci sarà. Il grande pericolo degli scioperi è che le parti in causa — come nella politica del resto — si dimentichino le ragioni iniziali della disputa, che diventano secondarie, e si preoccupino solo, alla fine, di non perdere la faccia. E adesso passiamo a Wagner. L’antisemitismo del grande compositore è notorio, però non dimentichiamo che è morto 50 anni prima di Hitler ed è stato orribilmente usato e abusato dai nazisti, che l’hanno fatto diventare il loro profeta. Wagner provoca, come ben si sa, dolorose associazioni mentali ai sopravvissuti della Shoah: ho conosciuto chi ha visto morire i propri cari nei crematori, al suono della musica di Wagner. Ad altri ebrei non fu permesso di studiare Wagner, in quanto “musica troppo alta per un ebreo”. Perciò capisco perfettamente chi non vuole ascoltare Wagner, ma credo che non debba impedire ad altri di farlo. Wagner non è certo l’unico compositore antisemita.
A proposito di Israele e mondo arabo, se lei fosse il direttore d’orchestra del Medio Oriente, che cosa farebbe ai prossimi incontri di Annapolis?
Il Medio Oriente purtroppo non è ancora paragonabile a un’orchestra. Perché il Medio Oriente possa essere simile a un’orchestra, i suoi membri dovrebbero avere la capacità di esprimersi e contemporaneamente di ascoltare, come si fa nella musica. L’unica decisione che, secondo me, dovrebbe comunque essere presa durante i colloqui è un secco “no” alla soluzione militare al conflitto. E capire che i destini del popolo israeliano e di quello palestinese sono strettamente legati. Che il bene dell’uno è il bene dell’altro e viceversa. Ma sono scettico che ciò avvenga.
In generale, sente arrivare dal mondo suoni “luminosi” o suoni “scuri”?
Suoni scuri..., il mondo sta faticosamente cercando se stesso. Abbiamo vissuto avvenimenti molto drammatici che hanno cambiato la realtà che conoscevamo — la fine della guerra fredda, la caduta del muro di Berlino, la fine del secolo, del millennio... — e con loro gli americani hanno ricevuto un orribile regalo: l’egemonia del mondo. Noi adesso li critichiamo, gli americani, ma che cosa faremmo senza di loro? Chi sarà il nuovo padrone del mondo? La Cina? O forse l’India? Il mondo sta cercando un nuovo ordine, un nuovo equilibrio, e ancora non l’ha trovato. Questo non è pessimismo. È realtà.
Allora parliamo di qualcosa di più ottimistico. Dell’orchestra Divan, per esempio.
Raccoglie ragazzi dai 19 ai 30 anni che vengono da Israele, Palestina, Siria, Libano, Turchia. La Divan ha cambiato la vita di tutti coloro che ne hanno preso parte. Non solo la mia e di Edward Said, l’intellettuale palestinese con cui fondai l’orchestra, ma anche quella dei ragazzi, delle segretarie, dei tecnici, di tutti. Forse è poco modesto dirlo, ma la Divan è un altro modo di vivere.
Ygal Kaminska, fagotto, 24 anni, israeliano.
“Per me è stata soprattutto una straordinaria esperienza di dialogo attraverso la musica. Io, un israeliano, ho suonato a Ramallah. È stata per me una possibilità di guardare al di là di confini altrimenti insuperabili, di imparare, discutere, anche ferocemente, con i miei colleghi, di giocare insieme a pallone come ragazzi normali. Ma non è una situazione idilliaca. Due di noi, militari, non sono potuti venire a suonare con gli altri a Ramallah.”
Youval Shapira, tromba, 24 anni, israeliano.
“Durante la guerra del Libano eravamo tutti al computer; l’uno vicino all’altro per vedere che cosa succedeva a casa. E casa era Libano, Siria, Israele, Palestina. I popoli in conflitto. E stata un’esperienza surreale. Eppure quando, a suo tempo, mi avevano invitato a prender parte alla Divan, mi ero detto che sarebbe stata una grande esperienza professionale, ma di certo non mi sarei lasciato lavare il cervello. Invece sono molto cambiato. Mi sono accorto che ogni pezzo musicale suonato dalla Divan riceve una forza particolare, unica, che nasce dal dialogo musicale dei componenti dell’orchestra. La stessa opera suonata da altri, magari magistralmente, non ha più per me lo stesso sapore. Adesso ho paura di tornare alla realtà.”
Nassib Al Ammadieh, 30 anni, violoncello, libanese.
“Io ormai sono tra i veterani, sono stato tra i primi. Barenboim è a mio parere non solo un grande musicista, ma anche un grandissimo, straordinario, paziente pedagogo. Attraverso la nostra orchestra ha radunato i migliori talenti della regione, il meglio del meglio di quello che il Medio Oriente può offrire, come quando, in tempi antichi, la nostra area era culla di cultura e delle arti, non di orribili guerre.”
(Barenboim ascolta mentre gli leggo le testimonianze sorride).
La musica, lei ha scritto, è molto meno studiata delle lingue, della matematica, della storia. Se venisse studiata di più sarebbe utile nella vita? Per i giovani?
Altroché. Serve a sviluppare il carattere individuale della persona, a conciliare disciplina e passione, senza dover scegliere tra l’una e l’altra. Serve a conoscere la morte con ogni suono che muore. La musica dà agli esseri umani capacità sovrumane.
Un grande scrittore israeliano mi disse, in un’intervista, che non voleva perdere la sua sofferenza, perché con la sofferenza avrebbe perduto la sua creatività.
Sembra quasi una barzelletta ebraica... Secondo me la creatività nasce da tanti elementi. Uno degli elementi è la sofferenza, ma certo non è l’unico.
E per finire torniamo agli inizi. Fin da piccolo lei si è distinto per genialità e vitalità. Che cosa sta succedendo invece ai bambini di oggi, che sembrano non meno persi degli adulti?
È una questione di educazione. Siamo, sono, schiavi della stessa tecnologia che abbiamo inventato. Ma la tecnologia non è che uno strumento, che può essere benefico o malefico. Quindi, non è giusto incolpare la tecnologia o la Tv di tutti i mali dei nostri giovani. Dobbiamo constatare, invece, che con la morte delle ideologie noi chiediamo ai nostri giovani, ai nostri bambini, sempre meno.
Finale
Da La musica sveglia il tempo di Daniel Barenboim
L’ultimo suono non è il termine della musica. Se la prima nota è collegata al silenzio che la precede, allora l’ultima deve essere collegata al silenzio che la segue... la musica è lo specchio della vita, entrambe cominciano dal nulla e finiscono nel nulla.
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