Stavo ancora fissando la bacheca, quand’ecco che davanti al monumento compare una donna che prima non c’era. Sotto la luce del tramonto mi pareva un’estranea, e anche un po’ fuori dal comune. Era per caso uscita dalla porta dietro dell’edificio? O era sbucata dallo stretto passaggio fra quello e le case vicine? Che strano: sino a un momento prima ero qui da solo, mentre adesso, così dal niente, era spuntata quella sconosciuta. Non era di qui. Era molto magra e impettita, con un naso aquilino, il collo corto e massiccio, in testa un buffo cappello giallo pieno di spille e fibbie. Era vestita da escursionista, aveva uno zaino rosso sulle spalle, una borraccia legata alla cintura, degli scarponcini, teneva in mano un bastone e sull’altro braccio aveva appeso un impermeabile, non certo adatto al mese di giugno. Sembrava ritagliata da una pubblicità per viaggi alla scoperta della natura. Ma non qui da noi, in regioni ben più fredde. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. La sconosciuta ha ricambiato con uno sguardo truce e penetrante, quasi feroce. Aveva un’aria altera, come se mi disprezzasse dal profondo del cuore, o quasi volesse dire che per me non c’era nulla da fare e lo sapevamo bene tutti e due. Era talmente pungente, quel suo sguardo, che non ho potuto fare a meno di scostare il mio e allontanarmi in direzione di via dei Fondatori, verso la facciata dell’edificio. Dopo una decina di passi non ce l’ho più fatta e mi sono voltato. La forestiera non c’era più. Inghiottita dalla terra. Ma io non riuscivo a mettermi il cuore in pace. Ho fatto il giro dell’edificio e proseguito su per via dei Fondatori, con un nitido presentimento che mi piantava le unghie addosso: la sensazione di non essere a posto, di dover fare qualcosa, qualcosa di essenziale ma anche grave, qualcosa che dovevo assolutamente compiere e invece mi defilavo. […]
Nella piazzetta della fermata del pullman ho incontrato Benni Avni, sindaco di Tel Ilan, insieme all’ingegnere responsabile dei lavori pubblici e a un piastrellista di Netanya che stava spiegando come rifare i vecchi marciapiedi. Mi è parso strano che stessero discutendo della faccenda a un’ora così tarda. Benni Avni mi ha dato una pacca sulle spalle e ha chiesto: come va, mister immobiliare? Poi ha aggiunto: hai l’aria preoccupata, Yossi, fai un salto da me in ufficio, magari venerdì a mezzogiorno, io e te dobbiamo parlare. Ma quando ho provato a tastare il terreno su che cosa volesse da me, non sono riuscito a cavarne nulla. Vieni, ha detto, ti offro un caffè e ne parliamo.
Tutto ciò non ha fatto che accrescere l’ansia che già mi accompagnava: qualcosa che mi toccava fare, o che mi era impedito di fare, mi stava addosso e mi turbava, anche se non riuscivo proprio a capire di che cosa si trattasse. Mi sono incamminato verso il Rudere. Ma non per la via più breve, bensì facendo un piccolo giro per passare davanti alla scuola e lungo il viale di pini lì accanto. Avevo come l’impressione che quella forestiera, apparsa tutt’a un tratto nel giardinetto abbandonato dietro la Casa della Cultura, volesse accennarmi qualcosa, fors’anche di molto importante, mentre io mi ero rifiutato di ascoltare. Che cosa mi aveva spaventato? Perché ero fuggito via da lei? Ma era andata proprio così? A dire la verità, quando mi ero voltato la donna non c’era più. Dissolta nel crepuscolo. Era una figura esile e impettita, stretta in quella strana tenuta da escursionista, con un bastone da passeggio in una mano e un impermeabile ripiegato sull’altro braccio. Come se non fosse affatto il mese di giugno. Sembrava piuttosto un’alpinista un po’ eccentrica: forse austriaca? Svizzera? Che cosa aveva da dirmi, e perché ero scappato via? Non avevo alcuna risposta in proposito, del resto non avevo nemmeno la minima idea di come mai Benni Avni volesse far quattro chiacchiere con me e non potesse accennarmi già qualcosa, visto che ci eravamo incrociati nella piazzetta della fermata. Invece mi aveva invitato a passare in ufficio da lui a quell’ora così strana – venerdì a mezzogiorno.
Su una panchina in ombra, in fondo a via Tarpat, c’era un pacco di modeste dimensioni, avvolto in carta marrone e legato con dello spago nero. Mi sono fermato lì davanti e mi sono chinato per vedere se ci fosse scritto qualcosa. E invece niente. L’ho anche girato con prudenza di qua e di là, ma la carta era intonsa su tutti i lati. Dopo un attimo di esitazione ho deciso di non aprirlo, ma sapevo che era mio dovere comunicare a qualcuno di quel reperto. A chi, però? L’ho sollevato con tutte e due le mani. Sembrava piuttosto pesante, in rapporto al volume: più pesante di un pacco di libri, come se dentro ci fossero state delle pietre o del metallo. Mi è preso un certo timore per quell’oggetto, perciò l’ho rimesso dov’era con somma attenzione. Dovevo dire alla polizia di quel pacco sospetto, ma il mio cellulare era rimasto sulla scrivania, in ufficio. Ero uscito solo per far quattro passi, e non volevo essere disturbato. […]
|