Andare a quel paese è un modo di
dire, di solito ci si manda qualcuno per toglierselo di torno. Ma oggi che
andare in terre lontane, per turismo, più che un castigo, nel sentire
collettivo, è considerato un premio, il tradizionale malaugurio cambia
significato. Se qualcuno ci manda a quel paese, potremmo essere tentati dal
rispondere: magari! C’è di più. L’indeterminazione della meta,
"quel paese", richiama sia un discorso di deterritorializzazione
(tutte le destinazioni turistiche ormai competono tra loro), sia un venire
meno del dove. E infatti il libro tratta del come viaggiare, non del dove
andare.
Com’è strutturato il libro?
La prima parte del libro è storica e antropologica, nella seconda ci sono
dei suggerimenti su come comportarsi in trasferta turistica. E’ impossibile
iniziare un discorso sul turismo responsabile senza prima dimostrare che gran
parte del turismo non lo è affatto. Dopodiché, posto che il viaggiatore
perfetto non esiste (e se esistesse sarebbe antipatico!) dò dei consigli,
improntati alla ragionevolezza. Questo non vuole dire rinunciare a un pizzico
di ironia, che mi è sempre stata congeniale.
Perché uscire ora, alle porte dell'inverno, con un libro sul turismo
responsabile?
I nostri viaggi invernali (terrorismi permettendo) riguardano perlopiù
destinazioni esotiche, proprio dove sono più evidenti i contrasti e i danni
del turismo irresponsabile. Ma uno degli argomenti del turismo responsabile è
anche l’opportunità di fare "mente locale": non occorre fiondarsi
ai quattro angoli del mondo. Si può viaggiare in maniera intelligente, con
occhi nuovi, vicino a casa.
Dopo l’11 settembre, con l’ulteriore frattura tra mondo occidentale e
mondo islamico, viene meno il senso del viaggiare per incontrare culture
lontane?
Al contrario, guai se ci si chiudesse proprio ora. Ma guai se si
continuasse a praticare un turismo distratto, incurante delle ricadute
negative, un turismo che si avvale di tattiche e di strutture che sono in gran
parte ancora coloniali. Proprio con l’11 settembre 2001 si è capito bene
che non è possibile fare gli struzzi, il mondo è uno solo, siamo tutti sulla
stessa barca.
E’ possibile parlare di etica nel turismo?
Certo che sì. Fare turismo è incontrare e rispettare l’altro, il
diverso da noi. Lo ha ribadito anche il Papa nell’estate del 2001,
scatenando un putiferio tra i tour operator che gestiscono i villaggi
turistici. Etica in questo caso significa non fare del tempo libero un
"tempo di riposo dei valori". Perché nel turismo responsabile non
vale la logica del "lavoro, guadagno, pago, pretendo": la
disponibilità di denaro non ci autorizza a fare allegramente o inconsciamente
danni lontano da casa.
Che cos’è il turismo responsabile?
E’ un modo diverso di fare turismo, diverso da quello vissuto
passivamente da chi si lascia "impacchettare" dalle agenzie di
viaggi. Il viaggio è un bene spirituale, non si consuma come un qualsiasi
prodotto. Il turismo responsabile è quindi praticato da persone attente,
sensibili, curiose. Che del resto sono tali anche quando escono a comprare il
giornale. Credo che la responsabilità, nel turismo come nel nostro sistema
giuridico, sia sempre personale.
Che cos’è il turismo sostenibile?
Sostenibile, nel gergo internazionale e in particolare nel lessico delle
Nazioni Unite, è il turismo che non pregiudica la qualità dell’ambiente,
che rispetta le persone e le culture locali e che contribuisce allo sviluppo
armonico (non alla crescita incontrollata) delle destinazioni. Ma attenzione:
non esistono da una parte un turismo verde, culturale e "buono" e
dall’altra un turismo di massa "cattivo". E’ sostenibile solo
quel turismo che tiene conto del fatto che le risorse su cui poggia sono
limitate.
Lei è un antropologo: cosa c’entra l’antropologia con il turismo?
Nella storia dell'umanità non si è mai viaggiato tanto come ai nostri
giorni: la mobilità delle persone è il fenomeno antropologico più rilevante
della contemporaneità. Ebbene, se l’antropologia si occupa di relazioni tra
diversi sistemi di valori culturali, in campo turistico ha grande incisività
di analisi: ogni viaggio è, sì, un incontro tra persone ma anche tra la
cultura visitante e la cultura della comunità ospitante.
Quando e da dove nasce il suo interesse per l’antropologia del turismo?
Negli anni Ottanta, quando facevo l’inviato del mensile
"Airone", per il quale curavo l’etnologia. Un giorno a Canaima, in
Venezuela, stavo conversando con un indio quando all’improvviso fummo
raggiunti da un gruppo di turisti. Il ragazzo corse in capanna, si sfilò i
jeans e uscì con il solo perizoma. I turisti lo fotografarono e se ne
andarono. Lui si rivestì, tranquillo, e mi chiese: "Cosa stavamo
dicendo?". Capii subito che la tribù da studiare era quella dei turisti
e dei loro curiosi rituali (come quello di fotografare "l’esotico").
Cosa c’è di nuovo in questo tuo ultimo libro riguardo allo studio del
fenomeno e nel trattare la materia?
Andare a quel paese è la sistematizzazione – con una buona messe
di esempi concreti - di molte idee che ho maturato viaggiando, studiando e
insegnando l’antropologia della contemporaneità. Da qualche anno, inoltre,
seguo da vicino il lavoro della Associazione italiana turismo responsabile.
Ha rivisto alcune posizioni un po’ più dure del passato. scegliendo un
approccio più "educativo"?
Quello che scrivevo anni fa, per esempio nel Turistario (Baldini&Castoldi),
sembrava più duro, perché i tempi erano diversi. All’epoca, criticare
certi comportamenti coatti o gli impatti dell’industria turistica faceva
ancora scandalo. Si poteva discutere soltanto di cifre, statistiche, economia.
L’approccio sociologico veniva temuto come una minaccia per il business.
Oggi le cose sono molto cambiate: gli stessi tour operator cercano antropologi
e sociologi come consulenti. Personalmente, non sono mai stato un antiturista.
Mi ha sempre interessato, invece, notare come gli stessi turisti lo siano,
poiché hanno interiorizzato l’immagine negativa della figura del turista
elaborata, nell’Ottocento, dai viaggiatori aristocratici.
La regola d’oro del turista responsabile?
No alla fretta. E’ preferibile vedere meno e meglio, piuttosto che
"fare" molti paesi senza capirci nulla.
Ma il politically correct non ammazza l’avventura?
Non sono per un touristically correct che ammazzi le emozioni,
questo è sicuro. Viceversa, credo che proprio una maggiore consapevolezza,
quella di chi viaggia a occhi aperti, possa trasformare anche il viaggio più
banale in una vera avventura.