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Sergio Ramazzotti: viaggio in Corea del Nord
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reportage apparso su "Gulliver", novembre 2001
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Nel giugno scorso ho viaggiato per dieci giorni in Corea del Nord, travestito
da medico in vacanza e accompagnato da un uomo e una donna che avevano il
compito – affidato loro dallo Stato – di mostrarmi ciò che lo Stato
riteneva conveniente per la propria reputazione, e soprattutto di tenermi a
debita distanza da ciò che non avrei dovuto vedere.
Pyongyang, giorno 1
Per mettere subito in chiaro il concetto di fiducia, il paese accoglie i
viaggiatori con una radiografia, una scansione al metal detector e una
perquisizione. All’aeroporto di Pyongyang, un poliziotto fa passare il mio
bagaglio sotto i raggi x e sequestra il telefono cellulare, in cambio del quale
ottengo una ricevuta con una stella rossa. Sorriso P.R. del poliziotto: "Le
verrà restituito alla partenza. Non si preoccupi, tanto non potrebbe usarlo.
Non c’è la rete. Il prossimo anno, chissà". Ci sarebbe una domanda da
fargli, ma mi rendo conto che sarebbe tempo sprecato.
All’uscita vengo preso in consegna da due persone che non mi lasceranno più
fino alla fine del viaggio. Si presentano come il signor Li e la signorina Li,
tengono a precisare di non essere parenti e sono inquietanti nella loro
uniformità perfetta, dal taglio della camicia bianca a quello dei capelli fino
al nome e alla spilla con il volto del padre della patria Kim Il Sung appuntata
sul petto a sinistra, appena sopra il cuore. Il compito della signorina Li,
apprendo, è di farmi da interprete e da guida, mentre quello del signor Li è
di "supervisionare il corretto svolgimento del programma". Mai un
funzionario del ministero dell’Interno scelse una copertura più infelice.
Alla guida della Mercedes che ci scarrozzerà in giro c’è, naturalmente, una
terza persona. "È stato fortunato ad avere una Benz" dice la
signorina Li. "Ne abbiamo solo due, in una flotta di cento e più
macchine." Una flotta niente male, considerato che l’anno scorso il paese
è stato visitato da un totale di trentanove turisti.
Anziché andare in albergo, ci fermiamo subito all’arco di trionfo, nel centro
di Pyongyang. La signorina Li ne snocciola le misure con orgoglio, come se
fossero quelle di sua figlia: un cubo di 60 metri di lato, tre metri più alto
dell’arco di trionfo di Parigi, decorato con 70 azalee: "È il fiore
preferito del Grande Leader".
In una piazza poco distante gruppi di bambine si allenano per una danza
coreografica, guidate dai comandi militari che un’istruttrice bercia nel
megafono. Hanno il volto contratto per lo sforzo, perché negli allenamenti non
sono tenute a sorridere. "Posso fotografarle?" domando.
"Assolutamente no" dice la signorina Li sgranando gli occhi in un’espressione
di genuino terrore. "È proibito, finché non sono perfette."
"Per che cosa provano?" "Per le celebrazioni dell’aprile 2002,
quando il Grande Leader compirà novant’anni. Sarà una cosa straordinaria,
senza precedenti." "Ma Kim Il Sung non è morto sette anni fa?"
"Sì, ma il presidente è ancora lui e il suo compleanno si festeggia
comunque." Le chiedo se è prevista una festa anche per Kim Jong Il, il
Caro Leader, figlio di Kim Il Sung e attuale capo del partito. "Certamente.
Ma per lui stanno provando gruppi a parte." "Da quanto stanno
provando?" "Oh, provano tutto l’anno."
La signorina Li guarda l’orologio e dice "È ora di andare". Il
programma, stilato in dettaglio ora per ora per i prossimi dieci giorni, adesso
prevede la visita alla torre dell’idea Juche (pronuncia giu-cé), una
spaventosa stalagmite alta 170 metri che pare scaturita dalle viscere della
terra in seguito alla spinta di forze immani, quali solo la natura può
produrre. L’obelisco si leva dal centro di un’infinita piazza di granito e
lo sovrasta una fiamma di vetro scarlatto che pesa, dicono, 45 tonnellate. L’idea
Juche, in poche parole il principio secondo il quale l’uomo è l’unico
arbitro del proprio destino, è alla base del sistema cosmologico elaborato da
Kim Il Sung a partire dal marxismo-leninismo, e la torre che la celebra è un
bell’esempio di come le idee vadano sostenute con i fatti. Venticinquemila
tonnellate di pietra sono un buon sostegno. Intorno c’è un apparato di
illuminazione sproporzionato al potenziale elettrico del paese. "La torre
è illuminata di notte?" chiedo alla signorina Li. "Qualche volta. Sa,
i cali di energia. Però quando c’è la luce la fiamma sembra vera."
Nel tardo pomeriggio, come accade spesso, s’addensano nel cielo cumulonembi
color piombo. "Speriamo che piova" sospira la signorina Li. "Non
piove da un mese, ed è già la peggiore siccità degli ultimi mille anni."
"Mille?" "L’hanno detto i giornali. Il raccolto andrà
male." La signorina Li probabilmente ignora che anche lo scorso anno il
raccolto è andato male, e che negli ultimi trenta mesi si stima siano morti di
fame un milione e mezzo di suoi compatrioti. Secondo un’analisi della Fao, in
compenso, la situazione è destinata a migliorare, poiché la parte più debole
della popolazione ha finito di morire e ora non rimangono che i migliori, cioé
coloro che sopportano meglio i morsi della fame. Ma anche per questi reduci, la
distribuzione del cibo con la tessera annonaria (in media duecento grammi di
riso o cereali al giorno) viene effettuata in proporzione diretta al grado di
fedeltà al partito: un’ombra sul proprio curriculum di militante – diciamo
una denuncia perché una mattina si è usciti senza la spilla del Grande Leader
appuntata sul petto – e le razioni si riducono d’un terzo.
In fondo a un viale a sei corsie, a chiudere la prospettiva d’una discesa
vertiginosa, si staglia un’altra mostruosità cementizia, un’immensa
piramide dove i turisti di un futuro non si sa quanto lontano verranno sdoganati
al loro arrivo in città: l’hotel Ryugyong, il più grande del mondo, 105
piani, 305 metri di altezza, un incrocio tra il Cervino e l’astronave di
Guerre Stellari. "Una volta finito sarà interamente ricoperto di specchi e
visibile dallo spazio" dice il signor Li, e si capisce che crede a quel che
dice. Per il momento è un guscio vuoto, con le tremila finestre (tante quanto
le stanze) nere come denti cariati: il cantiere è abbandonato da un decennio.
"Ci vogliono investimenti stranieri" dice la signorina Li, e non si
capisce da dove potrebbero venire, per un’opera tanto folle, se non dallo
spazio.
Il mio albergo, lo Yanggakdo, non è da meno, con i suoi 48 piani e le mille
stanze. "È l’unico posto dove può cambiare i suoi dollari" osserva
il signor Li, ma è inutile, giacché tutti i prezzi sono espressi in dollari.
Il signor Li si occupa della registrazione e torna con le chiavi di tre stanze.
"Questa è la sua." "E le altre due per chi sono?" "Per
me e per la signorina Li. Sono le stanze accanto alla sua." "Ma non
andate a dormire a casa?" "No, vogliamo starle vicino. Sa, se dovesse
succedere qualcosa di notte." Che premura.
La signorina Li fa di tutto per salire in camera con me, ma vuole solo
controllare che il letto sia cubico al punto giusto e che nel thermos vi sia
acqua bollente per il tè. Se ne va annunciando: "Cena fra mezz’ora, al
pianterreno." Poi aggiunge: "Se vuole, dopo c’è un casinò. È Macao
style." "Un casinò qui? E chi ci va?" "Lei. Si paga
solo in dollari. Alla gente normale (intende i nordcoreani, ndr) è
vietato l’accesso."
Alle otto in punto trovo la signorina Li davanti alla porta del ristorante. Mi
guida in fondo alla sala deserta, fino a un tavolo sul quale un garofano di
plastica porta un barlume di letizia: "Questo sarà sempre il suo
tavolo". Ordino la cena. Il cameriere porta i piatti e la signorina Li
rimane in attesa, impettita, in piedi davanti a me, le mani giunte. Aspetta che
cominci a mangiare, ma non lo faccio proprio perché c’è lei che aspetta.
Alla fine è lei a rompere il silenzio dicendo: "Si serva". Pilucco
una strisciolina di carne e lei si allontana. "Non cena qui?" le
domando. "Non è per la gente normale."
Dopo cena, visto che non mi è concesso di uscire, per distrarmi entro nel
negozio dell’albergo, che espone svariati tipi di medicine, una confezione di
siringhe ipodermiche, un catetere sottovuoto di produzione giapponese, due
videocassette vergini, una pila di barattoli di caffè solubile, un assortimento
di grappe cinesi, un barattolo di ginseng nordcoreano, "contro la
denutrizione dei bambini e altre 200 patologie", offerto alla scandalosa
cifra di 450 dollari.
Salgo in camera e accendo il televisore. Una parata oceanica sulla piazza Kim Il
Sung, alla presenza del Caro Leader e di tutte le alte cariche del partito. Un
mare di fiori di plastica e aquiloni e bandiere fucsia invade la piazza. Primo
piano su vecchie rugose trasfigurate dalle lacrime. Primissimo piano su uno
svenimento per l’emozione. Spengo che non sono neanche le nove. Mi affaccio
alla finestra, che dà sul fiume Taedong. In lontananza, la torre dell’idea
Juche è illuminata come un Ariane sulla rampa di lancio. La fiamma rossa
proietta nella notte immobile e muta un alone debole ma convincente. Sul
lungofiume, conto i fari di tre automobili in movimento.
Di notte sogno molto e, come in una navigazione nella nebbia, i miei sogni sono
illuminati dalla fiaccola rossastra dell’idea Juche.
Pyongyang, giorno 2
Alle otto del mattino, con un lugubre ululato di sirene, la grande macchina
siderurgica dello Stato si è messa in moto. La signorina Li è venuta a
prendermi dopo colazione e siamo partiti in direzione della casa natale del
Grande Leader Kim Il Sung, meta di ferventi pellegrinaggi. Nelle strade di
Pyongyang c’era il traffico dell’ora di punta (per un incrocio qualsiasi
della città si poteva stimare una media di trenta veicoli l’ora) e le
vigilesse che dovevano dirigerlo, che parevano essere state inamidate insieme
alla loro divisa bianca, roteavano sui tacchi con rigore militare in mezzo agl’incroci,
girando ogni tre secondi esatti la testa a destra e a sinistra con scatti da
automi che avrebbero messo a durissima prova anche le cervicali più tenaci, in
marziale attesa d’un traffico che non veniva.
La casa natale di Kim Il Sung, sulla collina Mangyongdae, è opportunamente
povera: un cortile di terra battuta sul quale si affacciano due capanne, la
stalla, un granaio. La modestia è però nobilitata da un’opera di restauro (o
piuttosto di ricostruzione) che non trova pari, in quanto ad accuratezza,
nemmeno nel Cenacolo leonardesco: i pavimenti e le pareti sono rasati e dipinti
di fresco d’un color ocra vivo, i legni degli attrezzi sono lucidati e cerati,
le vecchie pentole tirate a specchio, e tutto è immacolato e allineato come in
una sala operatoria. Sotto lo sguardo di ghiaccio di poliziotti-mummie, i
pellegrini in fila per due compiono un rapido giro del cortile come alla Ka’aba,
apprezzando le vestigia della vita semplice ma onesta condotta dalla famiglia
Kim prima che il figlio venisse illuminato, come si dice qui, dalla
"rivelazione". Altoparlanti nascosti negli alberi contribuiscono all’atmosfera
di generale raccoglimento diffondendo una melodia che è miele puro. Poco
lontano dalla sacra dimora c’è un pozzo dove i visitatori si mettono in coda
per attingere l’acqua, che si crede abbia proprietà miracolose.
Torniamo in città. Quel che colpisce di Pyongyang è l’assenza assoluta di
qualsiasi forma di commercio visibile, a eccezione di certi baracchini su
rotelle dietro ai quali una donna vende lo sciroppo contenuto in un secchio di
plastica. Ma ogni volta che azzardo un passo nella direzione di uno di essi, il
signor Li con uno scatto da rettile mi afferra per l’avambraccio e dice:
"Siamo in ritardo sul programma. Il baracchino lo vedrà al ritorno".
"Al ritorno" è il suo mantra contro l’eccesso di curiosità, una
brutta bestia, in effetti. Ma al ritorno facciamo sempre un’altra strada.
La città è deserta. "È perché tutti usano la metropolitana" dice
la signorina Li. La metropolitana si sviluppa su 40 chilometri, per un totale di
17 stazioni che portano nomi come Gloria, Vittoria, Paradiso, Stella Rossa,
Rinascimento. In prossimità di quest’ultima la signorina Li decide una
clamorosa eccezione al programma e dice: "Le faccio visitare la
metrò". Una scala mobile ci porta nelle viscere della terra, a cento metri
di profondità, quota considerata sicura (in abbinamento alle triple porte d’acciaio
pronte a chiudersi a ogni stazione) per sfuggire all’attacco missilistico
sudcoreano, che qui si è sempre dato per scontato come il giorno del giudizio.
Le stazioni, in compenso, sono quanto di più leggiadro si possa immaginare,
almeno secondo i canoni dell’arte socialista, certo con lo scopo di rallegrare
i sopravvissuti del fallout nucleare. "Rinascimento" ci
accoglie con una cascata di luce proveniente da grappoli di magnolie di vetro, e
un mosaico dove il Grande Leader è portato in trionfo dalla classe operaia
tutta. "Gloria" è invece un tunnel di azalee in fiore e di salici
piangenti, sui quali splende un sempiterno sole al neon.
Con una risalita dantesca lungo una scala mobile senza fine torniamo alla luce,
dove la signorina Li, non senza una punta di emozione, annuncia: "Adesso
andremo a rendere omaggio alla statua del Grande Leader Kim Il Sung". Lungo
la strada, mi viene spiegata la procedura: il visitatore è solito comprare un
mazzo di fiori, deporlo ai piedi della statua e quindi inchinarsi per tre volte.
Ai piedi della collina, al parco di Mansudae, la signorina Li si esercita nell’arte
della retorica: "Che ne direbbe di acquistare un mazzo di fiori per il
Grande Leader?". Una vecchia dagli occhi acquosi si avvicina e mi porge un
mazzetto di magnolie. "Sono cinque dollari" dice la signorina Li.
Cinque dollari, al cambio ufficiale, sono un ventesimo del salario mensile d’un
medico. Secondo il cambio nero, invece, per comprare un mazzetto di magnolie da
cinque dollari lo stesso medico dovrebbe lavorare quasi cinque mesi.
Arriviamo sulla cima della collina, dove il sole è oscurato dalla mole bronzea
del Grande Leader, alta settanta metri. Mi avventuro nell’immensità della
piazza con la cautela che si usa nel tempio d’una religione ignota, attento a
non fare mosse false che offenderebbero la divinità. Depongo i fiori di fronte
a una scarpa di bronzo lunga quattro metri sbirciando con la coda dell’occhio
la signorina Li e cercando di imitare il giusto grado del suo inchino. "Se
vuole fare una foto della statua" mormora "mi raccomando di stare
attento a non tagliare fuori nessuna parte del corpo." Ai piedi di questo
mastodonte, per la prima volta ho la misura del delirio che anima il culto di
Kim Il Sung, un uomo – se è ancora lecito definirlo così – la cui nascita
per i nordcoreani coincide con l’inizio del tempo, tanto che quest’anno non
è il 2001 bensì lo Juche 90.
"Quando era vivo" dice la signorina Li "Non potevamo nemmeno
immaginare la sua morte. Lui ci era stato mandato dal cielo, capisce? Purtroppo,
invece, era un uomo anche lui." Una frase azzardata, quasi blasfema.
"Il giorno della sua morte, piangemmo tutti fino a non avere più lacrime.
Piovve a dirotto per tutto il giorno: piangeva anche il cielo, perché lui era
stato così generoso con noi. Quando penso al giorno della sua morte ancora
adesso non posso fare a meno di piangere. Non so perché, ma non riesco a
trattenermi." La risposta forse sta in una frase di Boris Pasternak:
"L’uomo non libero idealizza sempre la propria schiavitù".
Nel pomeriggio andiamo in visita agli studi cinematografici: 750 mila metri
quadri di scenografie dove vengono prodotti una media di venti film l’anno. Ci
guida un funzionario in uniforme verde oliva: cammina qualche metro davanti a
noi e ogni volta che sorprende un inserviente acquattato nei cespugli a fare un
sonnellino, si precipita su di lui prima che possiamo vederlo e lo sveglia con
un discreto calcio nelle costole. Camminiamo in una strada dell’antica Cina,
nella Seoul degli anni 50 (un’insegna bene in evidenza: Esercito Usa –
scommesse) e in un land tedesco d’inizio secolo. Certi scenari del passato
ricordano scorci della Pyongyang che abbiamo appena attraversato in macchina:
strade deserte, negozi vuoti, polvere sugli scaffali e sulle vetrine, in attesa
che si giri il prossimo film.
La signorina Li guarda l’orologio: "È tardi, dobbiamo andare". Ci
attende il doposcuola, dove è stata organizzata una visita apposta per noi. È
un lugubre edificio, visitato, spiega la guida, ben 57 volte dal Grande Leader,
che ogni volta elargì "preziosi consigli per la sua manutenzione e i
programmi delle classi". I bambini, oggi, devono fare da inconsapevoli e
tragici testimoni del successo del sistema Juche. Non appena entriamo nell’aula
di fisarmonica, l’insegnante lancia un ordine da addestratore di cani e trenta
mocciosi attaccano a suonare, simulando lo stesso entusiasmo e il sorriso
estatico che sono stati addestrati a sfoderare per le delegazioni in visita
ufficiale. Qualcuno dirà che sono prevenuto, ma la gioia della musica fa
sorridere in un altro modo. La stessa scena si ripete nell’aula di pianoforte,
in quella di arpa, di calligrafia (Fidel Castro, quando la visitò nell’83,
volle provare a scrivere qualcosa con il pennello ma gli uscì il solito Patria
o muerte). Infine c’è il museo di storia naturale, dove sono esposti
"più di mille animali mandati in dono dal Grande Leader, inclusa la sua
scimmia personale, che allevava lui stesso", alla quale sono stati
pudicamente rimossi i genitali.
Più tardi partiamo per il monte Myohyang (160 km), una ridente località di
collina popolarissima tra gli anziani giapponesi, tanto che lo scorso anno l’hanno
visitata in una mezza dozzina. Sulla strada deserta comincia a piovere. Un
cartello che spunta da una risaia dice: "Sorridiamo anche lungo il cammino
spinoso". Nei campi del governo, i bambini seminano il riso del governo in
una corsa contro il tempo, prima che l’inverno siberiano si abbatta sul paese
e su di loro con i suoi quaranta gradi sotto zero. Lungo la corsia di sorpasso
ogni tanto sfrecciamo di fianco a uomini che camminano sotto l’acquazzone,
apparentemente senza meta.
Nell’atrio dell’hotel Hyangsan, un meteorite di cemento precipitato in mezzo
a una foresta che, in effetti, sembra svizzera, mi accoglie una stucchevole
cascatella che si getta in un laghetto dove s’abbeverano daini di cartapesta,
e che l’uomo alla reception manovra con un interruttore ogniqualvolta entra un
ospite. La sera, a cena nel ristorante vuoto, ho una cameriera personale vestita
da sposa che mi porge il cucchiaio, mi aggiusta il tovagliolo sulle gambe e se
smetto per un attimo di mangiare fa per imboccarmi dicendo preoccupata:
"Prego, si serva".
Monte Myohyang, giorno 3
Visita al Museo dell’Amicizia Internazionale, sepolto nella foresta come un
castello incantato, nei cui 50 mila metri quadri sono custoditi tutti i 214.093
doni ricevuti da Kim Il Sung nel corso della sua carriera politica, in un
ambiente a temperatura e umidità controllate "per preservare il
tesoro", anche se il vero tesoro da preservare, in un paese afflitto da
costanti black-out, sarebbe l’energia elettrica bruciata ogni giorno per
alimentare i quattrocento condizionatori del palazzo. A questa cripta gelida si
accede oltrepassando due guardie in ghette bianche armate di speciali
Kalashnikov incisi al bulino e cromati a specchio, e una porta di bronzo da
quattro tonnellate che vi viene concesso di aprire personalmente per provarne la
scorrevolezza, a patto che accettiate di infilarvi un guanto di lana per non
macchiare la maniglia. Al di là dei solenni cardini si trova un atrio
sconfinato di marmo grigio, il cui pavimento, che dà l’esatta impressione d’una
pista di pattinaggio, si può calpestare solo dopo aver infilato le soprascarpe
di stoffa che vi porge una solerte addetta. In fondo alla sala una vecchietta in
uniforme spalanca un secondo portale, oltre il quale si penetra in un ambiente
onirico di soffitti di cristallo e corridoi senza fine. Su questo mondo sospeso
nel tempo si aprono le porte delle duecento stanze contenenti i doni: nessuno,
dicono, è mai riuscito a vederli tutti. "Solo l’anno scorso ne sono
arrivati duemilaquattrocento" proclama con orgoglio la nostra guida locale
"I doni sono un tesoro del popolo coreano. Anzi, un patrimonio dell’umanità,
e sono custoditi qui perché tutto il mondo possa goderne." Tra gli
innumerevoli oggetti esposti, il signor Li, la signorina Li, la guida locale e
io abbiamo potuto apprezzare: un elefantino di mogano (Mobutu, presidente dello
Zaire); un airone di porcellana (reverendo Billy Graham, Usa); un cavallo di
peltro (Istituto per le relazioni internazionali, Roma); una gondola in plastica
con la scritta "ricordo di Venezia" (dal presidente dell’Istituto
per l’automazione, Urss, un tragico riciclo); due poltroncine da bar rivestite
di ciniglia (maresciallo Tito, presidente della Jugoslavia); la pelle di un orso
bruno ucciso personalmente da Ceaucescu; una palla da basket autografata da
Madeleine Albright, ex segretario di stato americano; una carrozza ferroviaria
presidenziale blindata, dono di Stalin. A un tratto la signorina Li, timorosa
che il tesoro del popolo coreano possa essere una bufala, mi domanda: "Che
ne pensa del valore? Sono davvero oggetti cari?".
Più tardi andiamo al tempio buddista di Bohyon, il meglio preservato e il più
antico del paese (le sue fondamenta risalgono al 1042, cioè a circa nove secoli
prima dell’inizio del tempo, secondo il calendario nordcoreano moderno). Nel
tempio si vedono più militari che civili, il che fa uno strano effetto.
"Nessuno viene qui a pregare?" domando alla guida. "Certamente.
Ma devono pagare il biglietto." Il biglietto costa un won, ovvero dieci
volte quello della metropolitana. Il complesso ha, in effetti, un’aria
piuttosto artificiale, come un salotto buono con la plastica sui divani: non c’è,
sui diversi altari, un solo residuo di preghiera, né un incenso che finisca di
bruciare, né un monaco che si aggiri a rassettare i cuscini. In compenso,
qualcuno ha lasciato in una cassetta delle offerte una banconota da cento
dollari. La indico alla signorina Li, ma mi rendo conto che non capisce la
ragione del mio stupore, perché non è in grado di riconoscere una banconota da
cento dollari.
Per cena, il signor Li ha organizzato un barbecue sulla terrazza dell’albergo.
Lontani da occhi indiscreti, il signor e la signorina Li possono concedersi di
sedere al mio stesso tavolo e finalmente si rilassano: la signorina Li ha messo
per l’occasione un rossetto color fucsia e ha slacciato il suo papillon d’ordinanza;
il signor Li e l’autista rimangono in canottiera. Dopo cena, i miei commensali
mi tempestano di domande: vogliono sapere che cosa sono le tasse, quante stanze
hanno i nostri appartamenti, se chiunque può guidare una macchina, come mai sul
mio accendino (è incredibile ciò che riescono a notare) c’è scritto Made in
France e non Made in Italy; arcani che il canale della televisione di stato o l’unico
quotidiano disponibile (6 pagine) non trovano il tempo di spiegare. La signorina
Li e io parliamo dell’amore. "Mio marito non mi ha mai detto che mi
ama" dice lei. "Dunque perché mai l’ha sposato?" "Perché
finché non sei sposato il governo non ti concede un appartamento."
Pyongyang, giorno 4
Eccoci al cimitero dei martiri della rivoluzione, un altro sovrumano trapianto
di bronzo e granito che deturpa un’intera collina. Il sacrario pullula di
scolaresche entusiaste, e l’usuale musica struggente scaturisce da
altoparlanti nascosti nei boschetti di conifere. Decine di gruppi di pellegrini
sono in fila, in attesa di deporre fiori ai piedi di una gigantesca stella
repubblicana: è un supermercato della contrizione. Lungo il crinale della
collina, i busti dorati dei cento eroi della rivoluzione guardano verso la
città, disposti come le file di poltrone in un teatro, perché "il Grande
Leader ha detto che, anche se morti, avrebbero dovuto vedere dalla posizione
migliore le meraviglie della Corea liberata". Purtroppo per loro, nelle
rare giornate senza nebbia, dalla cima della collina si vedono il palazzo di Kim
Il Sung, oggi con le finestre murate e tramutato in mausoleo, e l’osceno
granchio di cemento dello stadio Primo maggio.
Torniamo nel mondo dei vivi, ma Pyongyang è una città stanca, astenica. Almeno
mi fosse concesso di fare una passeggiata a piedi. Noto soltanto oggi che non
esistono i semafori: evidentemente è più economico piazzare a ogni incrocio
una persona in carne e ossa. "Adesso percorreremo il viale
Liberazione" annuncia la signorina Li "È il più largo di Pyongyang:
cento metri." In mezzo a quest’orgoglio della rivoluzione, venti tram
sono immobili uno dietro l’altro e aspettano che ritorni la corrente. Mentre i
passeggeri spingono eroicamente il primo tram della fila non si capisce verso
dove, una vigilessa in divisa bianca continua imperterrita a dirigere il
traffico inesistente con i suoi scatti da automa.
Pyongyang, giorno 5
Oggi ho scoperto altri due aspetti dell’ingegno leonardesco di Kim Il Sung:
durante la visita alla diga di sbarramento di Nampo, costruita nel punto dove il
fiume Taedong si getta nel mar di Corea, la guida mi ha detto che fu il Grande
Leader in persona a disegnarne il progetto, dopo essersi "esposto ai forti
venti per decidere il punto esatto dove innalzare la diga". A Pyongyang, al
museo di storia naturale, un cartello spiegava come fosse stato possibile
salvare lo scheletro di dinosauro che mi trovavo davanti solo grazie ai
"preziosi consigli elargiti dal Grande Leader".
Prendiamo la strada per Kaesong (160 km), al confine fra le due Coree:
"Quella che un giorno porterà a Seoul" dice la signorina Li. Al
chilometro 90 accade una cosa strana: fermiamo la macchina in una sorta di
ristorante al bordo della strada (l’unico edificio fra qui e Pyongyang) e
ordiniamo quattro caffè. Quando è il momento di pagare, il signor Li sfodera
con noncuranza dal portamonete altrimenti vuoto una banconota da 500 won. Senza
battere ciglio, la cameriera di questo bagdad café dimenticato dal Grande
Leader e dagli uomini lungo un’autostrada senza traffico incassa la banconota
e porta subito il resto di 496 won. Che ci fa in circolazione – e soprattutto
nel portafoglio del signor Li – una banconota che paga due mesi di stipendio?
La signorina Li fa spallucce: "Oh, c’è da almeno sei anni".
Kaesong, a otto chilometri dalla zona demilitarizzata che divide le due Coree,
è una cittadina piacevole, con un quartiere vecchio di cinquecento anni , le
casupole con i tetti di ardesia e le finestre scorrevoli di ciliegio. Nei vicoli
acciottolati, bambini magri e sporchi mi fissano sgranando gli occhi come fossi
Belzebù e scappano in preda al terrore. "La gente di qui è strana anche
per noi" dice la signorina Li. "Se la vedessero in giro da solo
sarebbero capaci di chiamare la polizia: penserebbero che è una spia americana.
Finirebbe nei guai, e ci finiremmo anche io e il signor Li." Ricevuto.
In albergo, vengo fatto accomodare sul pavimento, su una stuoia di bambù, e
dopo cena una cameriera mi serve il tè in silenzio, secondo un’antica
cerimonia. Tutto è perfetto: anche la corrente salta solo dopo che ho bevuto l’ultimo
sorso.
Kaesong, giorno 6
La città si mette in moto alle sette, quando dai tetti dei palazzi più alti
gli altoparlanti cominciano a incitare la popolazione insonnolita:
"Lavorate! Producete di più!". I pochi negozi aprono, ma solo per far
prendere aria agli scaffali vuoti. Un uomo vestito da militare arranca sulla
strada deserta con il suo carro trainato da un bue smagrito. Camion dell’esercito
con le ribalte cariche di studenti scappano verso le scuole.
Infiliamo la strada per il posto di confine di Panmunjom, attraverso risaie
smeraldine che brulicano di seminatori. "Anche noi guide dobbiamo lavorare
nei campi, ogni tanto" dice la signorina Li. "Ma è un lavoro
tremendamente duro. Ecco perché un contadino guadagna il doppio di me."
Mentre la Mercedes corre verso sud, la signorina Li perde un briciolo della sua
compostezza e si mette a recitare a bassa voce gli slogan sui cartelli piantati
in mezzo alle risaie: "Non rinunciamo all’unificazione";
"Uniamoci con un solo cuore"; "Uniti resisteremo, divisi
soccomberemo". Riunire le due Coree sotto la stessa bandiera è un’ossessione
del nord quanto del sud; il problema non è tanto identificare la formula
migliore (secondo entrambi i presidenti, una federazione con due governi),
quanto convincere gli Stati Uniti che è giunto il momento di riportare a casa i
loro quarantamila soldati.
Finalmente il cartello che annuncia: Seoul 70 km. Ma non ci sono macchine
dirette a Seoul. A Panmunjom, sotto un arco di cemento che porta il motto
"Amicizia e unità", veniamo presi in consegna da un anziano tenente
con la divisa sfilacciata e i polsini sudici. Alla garitta, mi si avvicina un
uomo che indossa una giacca blu con una vistosa scritta sulla schiena:
Jugoslavija. È in Corea con la nazionale di pallacanestro, della quale è l’allenatore.
"Lei è l’italiano?" domanda. "E lei come fa a...?"
"Le voci girano." Ci fanno entrare nell’edificio dove, nel 1953,
Corea del Nord e Stati Uniti firmarono l’armistizio che pose fine a tre anni
di guerra. Il tenente che ci fa da guida indica il lato del tavolo dov’è
seduto l’allenatore: "Quello era il posto del generale Mac Arthur".
"Proprio me dovevate far sedere qui?" protesta l’allenatore.
"Non leggete che cos’ho scritto sulla giacca?"
Il tavolo è lungo e lucido; ai due estremi, sotto teche di vetro, la bandiera
nordcoreana e quella delle Nazioni Unite. "Gli americani non vollero che la
loro bandiera comparisse su questo tavolo, così usarono quella dell’Onu, per
non lasciare prove della loro aggressione." In realtà, le tracce che gli
Stati Uniti si affannarono a cancellare furono, come dichiarò lo stesso Mac
Arthur, quelle della vergogna di "aver firmato il nostro primo armistizio
senza aver vinto una guerra".
Ci spostiamo verso le sette baracche costruite sul 38° parallelo, che segna la
linea di confine fra nord e sud: una bella trovata architettonica per permettere
alle delegazioni nemiche di sedere nella stessa stanza senza abbandonare i
rispettivi paesi. Più oltre sorge un edificio d’acciaio e cristallo con un’aria
da centro commerciale, che ostenta ricchezza: dalla terrazza al primo piano una
dozzina di cannocchiali e telecamere sono puntati su di noi. Il nome dell’edificio
è "Casa della libertà". Dice il tenente: "Nel ‘96 il Caro
Leader Kim Jong Il venne in visita qui, esponendosi al fuoco nemico, ma
improvvisamente calò una nebbia tanto fitta che non si vedeva a cinque passi.
Vede, anche la natura lo ama, e volle proteggerlo così". Nella baracca
numero tre, la frontiera è segnata dal cavo d’un microfono steso sul tavolo
dei colloqui. In fondo alla sala, una porta azzurra si apre – o meglio,
potrebbe aprirsi – sulla metà scomparsa del paese. Il signor Li si avventura
oltre il tavolo: "È l’unico punto dove mi è concesso andare in Corea
del Sud". Lo seguo: fa una certa impressione varcare il confine più
impenetrabile del mondo con tanta facilità. Per lui, che sa che cosa sono le
tasse da sole 48 ore, dev’essere come oltrepassare la soglia spaziotemporale d’un
buco nero, penetrare nell’ineffabile. Da fuori, due militari sudcoreani in
divisa da marines ci spiano attraverso le finestre, ma non è una consegna: è
curiosità di ventenni. I nordcoreani, invece, stanno immobili con lo sguardo
fisso su un punto lontano come i bronzi della rivoluzione.
Wonsan, giorno 7
Siamo venuti a Wonsan, una bella località di mare sulla costa orientale. Prima
di cena, ho chiesto alla signorina Li se fosse possibile comprare una spilla con
il volto del Grande Leader, come quella che ogni cittadino è tenuto a portare
ogni giorno della propria vita. "Non è una cosa così semplice" ha
risposto lei, inorridita. "Per poter portare la spilla deve dimostrare una
devozione totale verso il Grande Leader." "Cioè?" ho domandato.
"Perlomeno deve rispettarlo più di sua madre."
Wonsan, giorno 8
Visita alla fattoria collettiva Chonsamri ("il Paradiso"), senza
dubbio la migliore dell’intera Corea, visto che mi viene concesso di mettervi
piede. La guida locale è una contadina che per l’occasione ha indossato il jogori,
il vestito tradizionale che trasforma ogni donna in bomboniera; ci mostra la
stele di pietra con incisi versi d’incitamento ai contadini, i campi di riso,
il cinema per il dopolavoro, il kindergarten, gli appartamenti dove vivono 1700
persone. Non una foglia è fuori posto. Il pezzo forte della visita è un albero
di prugne (principale prodotto della cooperativa, assieme al riso) che nel 1961
venne ammirato dal Grande Leader in persona. "Una pianta eccellente"
disse "Porterà ottocento frutti. Continuate così." Qualche giorno
dopo, quando raccolsero le prugne e le contarono, racconta la guida quasi in
estasi, videro che erano ottocentotré. Nell’udire questa storia, nemmeno il
signor e la signorina Li possono trattenere una risata; ma più tardi, in
macchina, dove nessuno può sentirci.
Pyongyang, giorno 9
Per il penultimo giorno mi hanno riservato la Grande Casa di Studio Popolare, un
colossale complesso in stile antico eretto sulla piazza Kim Il Sung, le cui
dimensioni clamorose ridefiniscono il concetto di spazio architettonico. La
Grande casa è una biblioteca che si estende su centomila metri quadri, per la
cui costruzione sono stati destinati quasi 250 miliardi di lire: al suo interno
sono custoditi 29 milioni di volumi, cioè 1,2 volumi per ciascun cittadino
nordcoreano, comprendendo nella cifra quelli rinchiusi nei campi di lavoro per
non essersi dimostrati in linea con il regime, quelli nel frattempo morti di
stenti mentre stilavo queste pagine e i profughi fuggiti oltre il confine cinese
per disperazione. Orgoglio della biblioteca è il sistema meccanizzato di
consegna dei libri, che schizzano fuori dal magazzino a velocità da proiettile,
a bordo di vagoncini in miniatura. Provo il sistema al bancone della narrativa
straniera. Chiedo qualche titolo significativo della storia della letteratura:
il massimo che il computer riesce a trovare è Ventimila leghe sotto i mari,
oltre a una raccolta di fiabe e leggende europee contenente un’Odissea
in versione ridotta a dodici pagine. Non senza malignità, domando all’impiegata
1984 di Orwell. "Millenovecentottantache?"
Pyongyang, giorno 10
Il signor e la signorina Li mi hanno accompagnato alla stazione, dove hanno
verificato che salissi sul treno diretto a Pechino. L’addio non è stato dei
più toccanti: quando ci siamo abbracciati, la terribile timidezza impediva loro
di stringermi. In compenso, la signorina Li mi ha fatto scivolare in mano, con
fare furtivo, un minuscolo involto di carta.
Mentre il treno sferragliava verso il confine di Dandong, ho aperto il cartoccio
e all’interno ho trovato una spilla con il volto di Kim Il Sung. L’ho
rigirata fra le dita per un po’, e intanto ho pensato alla signorina Li e al
suo amore barattato con un monolocale con angolo cottura, ai bambini sudici e
col ventre gonfio nei vicoli della vecchia Kaesong, a quelli cui si eran dovuti
amputare i piedi perché erano andati a scuola per settimane camminando nella
neve senza scarpe, all’entusiasmo forzatamente ipocalorico delle ragazzine
costrette a provare cinque ore al giorno per le parate di regime in onore d’un
cadavere, al posto di frontiera di Dandong, dove ogni anno almeno trecentomila
disperati sfidano le pallottole delle guardie di confine cinesi e nordcoreane
pur di scambiare le certezze di una vita da ergastolani con gl’incubi di un
futuro da clandestini. Poi ho pensato alle linee pulite ed eleganti delle
Mercedes del regime, al nitore ospedaliero del museo dei doni di Kim Il Sung, ai
milioni di dollari spesi in tecnologia militare e al fatto che il non poco
denaro che avevo sborsato per questo viaggio era stato direttamente versato –
come mi aveva rivelato in gran segreto il direttore dell’agenzia di viaggi –
sul conto in dollari di una banca privata di Basilea.
Allora, prima che il treno arrivasse alla frontiera, ho abbassato il finestrino
e ho restituito la spilla alle sue risaie.
reportage apparso su "Gulliver", novembre 2001
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Le foto di Ramazzotti dalla Corea del Nord
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