Cosa c'è di nuovo Tutte le informazioni sugli scrittori Gli autori raccontano Approfondimenti, notizie e libri Appuntamenti con gli autori L'arte del web e i libri La sezione Feltrinelli Digital Le classifiche dei più cliccati e dei più venduti I Blog dei nostri autori Feltrinelli Podcast


Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
10 febbraio 2012
un autore al giorno
una parola al giorno
link consigliati

Scopri i nostri widget: leggi gli estratti dai libri, ricerca all'interno del testo, socializza i tuoi preferiti su Facebook e gli altri social network.


Sergio Ramazzotti: viaggio in Corea del Nord
reportage apparso su "Gulliver", novembre 2001
Nel giugno scorso ho viaggiato per dieci giorni in Corea del Nord, travestito da medico in vacanza e accompagnato da un uomo e una donna che avevano il compito – affidato loro dallo Stato – di mostrarmi ciò che lo Stato riteneva conveniente per la propria reputazione, e soprattutto di tenermi a debita distanza da ciò che non avrei dovuto vedere.

Pyongyang, giorno 1
Per mettere subito in chiaro il concetto di fiducia, il paese accoglie i viaggiatori con una radiografia, una scansione al metal detector e una perquisizione. All’aeroporto di Pyongyang, un poliziotto fa passare il mio bagaglio sotto i raggi x e sequestra il telefono cellulare, in cambio del quale ottengo una ricevuta con una stella rossa. Sorriso P.R. del poliziotto: "Le verrà restituito alla partenza. Non si preoccupi, tanto non potrebbe usarlo. Non c’è la rete. Il prossimo anno, chissà". Ci sarebbe una domanda da fargli, ma mi rendo conto che sarebbe tempo sprecato.
All’uscita vengo preso in consegna da due persone che non mi lasceranno più fino alla fine del viaggio. Si presentano come il signor Li e la signorina Li, tengono a precisare di non essere parenti e sono inquietanti nella loro uniformità perfetta, dal taglio della camicia bianca a quello dei capelli fino al nome e alla spilla con il volto del padre della patria Kim Il Sung appuntata sul petto a sinistra, appena sopra il cuore. Il compito della signorina Li, apprendo, è di farmi da interprete e da guida, mentre quello del signor Li è di "supervisionare il corretto svolgimento del programma". Mai un funzionario del ministero dell’Interno scelse una copertura più infelice. Alla guida della Mercedes che ci scarrozzerà in giro c’è, naturalmente, una terza persona. "È stato fortunato ad avere una Benz" dice la signorina Li. "Ne abbiamo solo due, in una flotta di cento e più macchine." Una flotta niente male, considerato che l’anno scorso il paese è stato visitato da un totale di trentanove turisti.
Anziché andare in albergo, ci fermiamo subito all’arco di trionfo, nel centro di Pyongyang. La signorina Li ne snocciola le misure con orgoglio, come se fossero quelle di sua figlia: un cubo di 60 metri di lato, tre metri più alto dell’arco di trionfo di Parigi, decorato con 70 azalee: "È il fiore preferito del Grande Leader".
In una piazza poco distante gruppi di bambine si allenano per una danza coreografica, guidate dai comandi militari che un’istruttrice bercia nel megafono. Hanno il volto contratto per lo sforzo, perché negli allenamenti non sono tenute a sorridere. "Posso fotografarle?" domando. "Assolutamente no" dice la signorina Li sgranando gli occhi in un’espressione di genuino terrore. "È proibito, finché non sono perfette." "Per che cosa provano?" "Per le celebrazioni dell’aprile 2002, quando il Grande Leader compirà novant’anni. Sarà una cosa straordinaria, senza precedenti." "Ma Kim Il Sung non è morto sette anni fa?" "Sì, ma il presidente è ancora lui e il suo compleanno si festeggia comunque." Le chiedo se è prevista una festa anche per Kim Jong Il, il Caro Leader, figlio di Kim Il Sung e attuale capo del partito. "Certamente. Ma per lui stanno provando gruppi a parte." "Da quanto stanno provando?" "Oh, provano tutto l’anno."
La signorina Li guarda l’orologio e dice "È ora di andare". Il programma, stilato in dettaglio ora per ora per i prossimi dieci giorni, adesso prevede la visita alla torre dell’idea Juche (pronuncia giu-cé), una spaventosa stalagmite alta 170 metri che pare scaturita dalle viscere della terra in seguito alla spinta di forze immani, quali solo la natura può produrre. L’obelisco si leva dal centro di un’infinita piazza di granito e lo sovrasta una fiamma di vetro scarlatto che pesa, dicono, 45 tonnellate. L’idea Juche, in poche parole il principio secondo il quale l’uomo è l’unico arbitro del proprio destino, è alla base del sistema cosmologico elaborato da Kim Il Sung a partire dal marxismo-leninismo, e la torre che la celebra è un bell’esempio di come le idee vadano sostenute con i fatti. Venticinquemila tonnellate di pietra sono un buon sostegno. Intorno c’è un apparato di illuminazione sproporzionato al potenziale elettrico del paese. "La torre è illuminata di notte?" chiedo alla signorina Li. "Qualche volta. Sa, i cali di energia. Però quando c’è la luce la fiamma sembra vera."
Nel tardo pomeriggio, come accade spesso, s’addensano nel cielo cumulonembi color piombo. "Speriamo che piova" sospira la signorina Li. "Non piove da un mese, ed è già la peggiore siccità degli ultimi mille anni." "Mille?" "L’hanno detto i giornali. Il raccolto andrà male." La signorina Li probabilmente ignora che anche lo scorso anno il raccolto è andato male, e che negli ultimi trenta mesi si stima siano morti di fame un milione e mezzo di suoi compatrioti. Secondo un’analisi della Fao, in compenso, la situazione è destinata a migliorare, poiché la parte più debole della popolazione ha finito di morire e ora non rimangono che i migliori, cioé coloro che sopportano meglio i morsi della fame. Ma anche per questi reduci, la distribuzione del cibo con la tessera annonaria (in media duecento grammi di riso o cereali al giorno) viene effettuata in proporzione diretta al grado di fedeltà al partito: un’ombra sul proprio curriculum di militante – diciamo una denuncia perché una mattina si è usciti senza la spilla del Grande Leader appuntata sul petto – e le razioni si riducono d’un terzo.
In fondo a un viale a sei corsie, a chiudere la prospettiva d’una discesa vertiginosa, si staglia un’altra mostruosità cementizia, un’immensa piramide dove i turisti di un futuro non si sa quanto lontano verranno sdoganati al loro arrivo in città: l’hotel Ryugyong, il più grande del mondo, 105 piani, 305 metri di altezza, un incrocio tra il Cervino e l’astronave di Guerre Stellari. "Una volta finito sarà interamente ricoperto di specchi e visibile dallo spazio" dice il signor Li, e si capisce che crede a quel che dice. Per il momento è un guscio vuoto, con le tremila finestre (tante quanto le stanze) nere come denti cariati: il cantiere è abbandonato da un decennio. "Ci vogliono investimenti stranieri" dice la signorina Li, e non si capisce da dove potrebbero venire, per un’opera tanto folle, se non dallo spazio.
Il mio albergo, lo Yanggakdo, non è da meno, con i suoi 48 piani e le mille stanze. "È l’unico posto dove può cambiare i suoi dollari" osserva il signor Li, ma è inutile, giacché tutti i prezzi sono espressi in dollari. Il signor Li si occupa della registrazione e torna con le chiavi di tre stanze. "Questa è la sua." "E le altre due per chi sono?" "Per me e per la signorina Li. Sono le stanze accanto alla sua." "Ma non andate a dormire a casa?" "No, vogliamo starle vicino. Sa, se dovesse succedere qualcosa di notte." Che premura.
La signorina Li fa di tutto per salire in camera con me, ma vuole solo controllare che il letto sia cubico al punto giusto e che nel thermos vi sia acqua bollente per il tè. Se ne va annunciando: "Cena fra mezz’ora, al pianterreno." Poi aggiunge: "Se vuole, dopo c’è un casinò. È Macao style." "Un casinò qui? E chi ci va?" "Lei. Si paga solo in dollari. Alla gente normale (intende i nordcoreani, ndr) è vietato l’accesso."
Alle otto in punto trovo la signorina Li davanti alla porta del ristorante. Mi guida in fondo alla sala deserta, fino a un tavolo sul quale un garofano di plastica porta un barlume di letizia: "Questo sarà sempre il suo tavolo". Ordino la cena. Il cameriere porta i piatti e la signorina Li rimane in attesa, impettita, in piedi davanti a me, le mani giunte. Aspetta che cominci a mangiare, ma non lo faccio proprio perché c’è lei che aspetta. Alla fine è lei a rompere il silenzio dicendo: "Si serva". Pilucco una strisciolina di carne e lei si allontana. "Non cena qui?" le domando. "Non è per la gente normale."
Dopo cena, visto che non mi è concesso di uscire, per distrarmi entro nel negozio dell’albergo, che espone svariati tipi di medicine, una confezione di siringhe ipodermiche, un catetere sottovuoto di produzione giapponese, due videocassette vergini, una pila di barattoli di caffè solubile, un assortimento di grappe cinesi, un barattolo di ginseng nordcoreano, "contro la denutrizione dei bambini e altre 200 patologie", offerto alla scandalosa cifra di 450 dollari.
Salgo in camera e accendo il televisore. Una parata oceanica sulla piazza Kim Il Sung, alla presenza del Caro Leader e di tutte le alte cariche del partito. Un mare di fiori di plastica e aquiloni e bandiere fucsia invade la piazza. Primo piano su vecchie rugose trasfigurate dalle lacrime. Primissimo piano su uno svenimento per l’emozione. Spengo che non sono neanche le nove. Mi affaccio alla finestra, che dà sul fiume Taedong. In lontananza, la torre dell’idea Juche è illuminata come un Ariane sulla rampa di lancio. La fiamma rossa proietta nella notte immobile e muta un alone debole ma convincente. Sul lungofiume, conto i fari di tre automobili in movimento.
Di notte sogno molto e, come in una navigazione nella nebbia, i miei sogni sono illuminati dalla fiaccola rossastra dell’idea Juche.

Pyongyang, giorno 2
Alle otto del mattino, con un lugubre ululato di sirene, la grande macchina siderurgica dello Stato si è messa in moto. La signorina Li è venuta a prendermi dopo colazione e siamo partiti in direzione della casa natale del Grande Leader Kim Il Sung, meta di ferventi pellegrinaggi. Nelle strade di Pyongyang c’era il traffico dell’ora di punta (per un incrocio qualsiasi della città si poteva stimare una media di trenta veicoli l’ora) e le vigilesse che dovevano dirigerlo, che parevano essere state inamidate insieme alla loro divisa bianca, roteavano sui tacchi con rigore militare in mezzo agl’incroci, girando ogni tre secondi esatti la testa a destra e a sinistra con scatti da automi che avrebbero messo a durissima prova anche le cervicali più tenaci, in marziale attesa d’un traffico che non veniva.
La casa natale di Kim Il Sung, sulla collina Mangyongdae, è opportunamente povera: un cortile di terra battuta sul quale si affacciano due capanne, la stalla, un granaio. La modestia è però nobilitata da un’opera di restauro (o piuttosto di ricostruzione) che non trova pari, in quanto ad accuratezza, nemmeno nel Cenacolo leonardesco: i pavimenti e le pareti sono rasati e dipinti di fresco d’un color ocra vivo, i legni degli attrezzi sono lucidati e cerati, le vecchie pentole tirate a specchio, e tutto è immacolato e allineato come in una sala operatoria. Sotto lo sguardo di ghiaccio di poliziotti-mummie, i pellegrini in fila per due compiono un rapido giro del cortile come alla Ka’aba, apprezzando le vestigia della vita semplice ma onesta condotta dalla famiglia Kim prima che il figlio venisse illuminato, come si dice qui, dalla "rivelazione". Altoparlanti nascosti negli alberi contribuiscono all’atmosfera di generale raccoglimento diffondendo una melodia che è miele puro. Poco lontano dalla sacra dimora c’è un pozzo dove i visitatori si mettono in coda per attingere l’acqua, che si crede abbia proprietà miracolose.
Torniamo in città. Quel che colpisce di Pyongyang è l’assenza assoluta di qualsiasi forma di commercio visibile, a eccezione di certi baracchini su rotelle dietro ai quali una donna vende lo sciroppo contenuto in un secchio di plastica. Ma ogni volta che azzardo un passo nella direzione di uno di essi, il signor Li con uno scatto da rettile mi afferra per l’avambraccio e dice: "Siamo in ritardo sul programma. Il baracchino lo vedrà al ritorno". "Al ritorno" è il suo mantra contro l’eccesso di curiosità, una brutta bestia, in effetti. Ma al ritorno facciamo sempre un’altra strada.
La città è deserta. "È perché tutti usano la metropolitana" dice la signorina Li. La metropolitana si sviluppa su 40 chilometri, per un totale di 17 stazioni che portano nomi come Gloria, Vittoria, Paradiso, Stella Rossa, Rinascimento. In prossimità di quest’ultima la signorina Li decide una clamorosa eccezione al programma e dice: "Le faccio visitare la metrò". Una scala mobile ci porta nelle viscere della terra, a cento metri di profondità, quota considerata sicura (in abbinamento alle triple porte d’acciaio pronte a chiudersi a ogni stazione) per sfuggire all’attacco missilistico sudcoreano, che qui si è sempre dato per scontato come il giorno del giudizio. Le stazioni, in compenso, sono quanto di più leggiadro si possa immaginare, almeno secondo i canoni dell’arte socialista, certo con lo scopo di rallegrare i sopravvissuti del fallout nucleare. "Rinascimento" ci accoglie con una cascata di luce proveniente da grappoli di magnolie di vetro, e un mosaico dove il Grande Leader è portato in trionfo dalla classe operaia tutta. "Gloria" è invece un tunnel di azalee in fiore e di salici piangenti, sui quali splende un sempiterno sole al neon.
Con una risalita dantesca lungo una scala mobile senza fine torniamo alla luce, dove la signorina Li, non senza una punta di emozione, annuncia: "Adesso andremo a rendere omaggio alla statua del Grande Leader Kim Il Sung". Lungo la strada, mi viene spiegata la procedura: il visitatore è solito comprare un mazzo di fiori, deporlo ai piedi della statua e quindi inchinarsi per tre volte. Ai piedi della collina, al parco di Mansudae, la signorina Li si esercita nell’arte della retorica: "Che ne direbbe di acquistare un mazzo di fiori per il Grande Leader?". Una vecchia dagli occhi acquosi si avvicina e mi porge un mazzetto di magnolie. "Sono cinque dollari" dice la signorina Li. Cinque dollari, al cambio ufficiale, sono un ventesimo del salario mensile d’un medico. Secondo il cambio nero, invece, per comprare un mazzetto di magnolie da cinque dollari lo stesso medico dovrebbe lavorare quasi cinque mesi.
Arriviamo sulla cima della collina, dove il sole è oscurato dalla mole bronzea del Grande Leader, alta settanta metri. Mi avventuro nell’immensità della piazza con la cautela che si usa nel tempio d’una religione ignota, attento a non fare mosse false che offenderebbero la divinità. Depongo i fiori di fronte a una scarpa di bronzo lunga quattro metri sbirciando con la coda dell’occhio la signorina Li e cercando di imitare il giusto grado del suo inchino. "Se vuole fare una foto della statua" mormora "mi raccomando di stare attento a non tagliare fuori nessuna parte del corpo." Ai piedi di questo mastodonte, per la prima volta ho la misura del delirio che anima il culto di Kim Il Sung, un uomo – se è ancora lecito definirlo così – la cui nascita per i nordcoreani coincide con l’inizio del tempo, tanto che quest’anno non è il 2001 bensì lo Juche 90.
"Quando era vivo" dice la signorina Li "Non potevamo nemmeno immaginare la sua morte. Lui ci era stato mandato dal cielo, capisce? Purtroppo, invece, era un uomo anche lui." Una frase azzardata, quasi blasfema. "Il giorno della sua morte, piangemmo tutti fino a non avere più lacrime. Piovve a dirotto per tutto il giorno: piangeva anche il cielo, perché lui era stato così generoso con noi. Quando penso al giorno della sua morte ancora adesso non posso fare a meno di piangere. Non so perché, ma non riesco a trattenermi." La risposta forse sta in una frase di Boris Pasternak: "L’uomo non libero idealizza sempre la propria schiavitù".
Nel pomeriggio andiamo in visita agli studi cinematografici: 750 mila metri quadri di scenografie dove vengono prodotti una media di venti film l’anno. Ci guida un funzionario in uniforme verde oliva: cammina qualche metro davanti a noi e ogni volta che sorprende un inserviente acquattato nei cespugli a fare un sonnellino, si precipita su di lui prima che possiamo vederlo e lo sveglia con un discreto calcio nelle costole. Camminiamo in una strada dell’antica Cina, nella Seoul degli anni 50 (un’insegna bene in evidenza: Esercito Usa – scommesse) e in un land tedesco d’inizio secolo. Certi scenari del passato ricordano scorci della Pyongyang che abbiamo appena attraversato in macchina: strade deserte, negozi vuoti, polvere sugli scaffali e sulle vetrine, in attesa che si giri il prossimo film.
La signorina Li guarda l’orologio: "È tardi, dobbiamo andare". Ci attende il doposcuola, dove è stata organizzata una visita apposta per noi. È un lugubre edificio, visitato, spiega la guida, ben 57 volte dal Grande Leader, che ogni volta elargì "preziosi consigli per la sua manutenzione e i programmi delle classi". I bambini, oggi, devono fare da inconsapevoli e tragici testimoni del successo del sistema Juche. Non appena entriamo nell’aula di fisarmonica, l’insegnante lancia un ordine da addestratore di cani e trenta mocciosi attaccano a suonare, simulando lo stesso entusiasmo e il sorriso estatico che sono stati addestrati a sfoderare per le delegazioni in visita ufficiale. Qualcuno dirà che sono prevenuto, ma la gioia della musica fa sorridere in un altro modo. La stessa scena si ripete nell’aula di pianoforte, in quella di arpa, di calligrafia (Fidel Castro, quando la visitò nell’83, volle provare a scrivere qualcosa con il pennello ma gli uscì il solito Patria o muerte). Infine c’è il museo di storia naturale, dove sono esposti "più di mille animali mandati in dono dal Grande Leader, inclusa la sua scimmia personale, che allevava lui stesso", alla quale sono stati pudicamente rimossi i genitali.
Più tardi partiamo per il monte Myohyang (160 km), una ridente località di collina popolarissima tra gli anziani giapponesi, tanto che lo scorso anno l’hanno visitata in una mezza dozzina. Sulla strada deserta comincia a piovere. Un cartello che spunta da una risaia dice: "Sorridiamo anche lungo il cammino spinoso". Nei campi del governo, i bambini seminano il riso del governo in una corsa contro il tempo, prima che l’inverno siberiano si abbatta sul paese e su di loro con i suoi quaranta gradi sotto zero. Lungo la corsia di sorpasso ogni tanto sfrecciamo di fianco a uomini che camminano sotto l’acquazzone, apparentemente senza meta.
Nell’atrio dell’hotel Hyangsan, un meteorite di cemento precipitato in mezzo a una foresta che, in effetti, sembra svizzera, mi accoglie una stucchevole cascatella che si getta in un laghetto dove s’abbeverano daini di cartapesta, e che l’uomo alla reception manovra con un interruttore ogniqualvolta entra un ospite. La sera, a cena nel ristorante vuoto, ho una cameriera personale vestita da sposa che mi porge il cucchiaio, mi aggiusta il tovagliolo sulle gambe e se smetto per un attimo di mangiare fa per imboccarmi dicendo preoccupata: "Prego, si serva".

Monte Myohyang, giorno 3
Visita al Museo dell’Amicizia Internazionale, sepolto nella foresta come un castello incantato, nei cui 50 mila metri quadri sono custoditi tutti i 214.093 doni ricevuti da Kim Il Sung nel corso della sua carriera politica, in un ambiente a temperatura e umidità controllate "per preservare il tesoro", anche se il vero tesoro da preservare, in un paese afflitto da costanti black-out, sarebbe l’energia elettrica bruciata ogni giorno per alimentare i quattrocento condizionatori del palazzo. A questa cripta gelida si accede oltrepassando due guardie in ghette bianche armate di speciali Kalashnikov incisi al bulino e cromati a specchio, e una porta di bronzo da quattro tonnellate che vi viene concesso di aprire personalmente per provarne la scorrevolezza, a patto che accettiate di infilarvi un guanto di lana per non macchiare la maniglia. Al di là dei solenni cardini si trova un atrio sconfinato di marmo grigio, il cui pavimento, che dà l’esatta impressione d’una pista di pattinaggio, si può calpestare solo dopo aver infilato le soprascarpe di stoffa che vi porge una solerte addetta. In fondo alla sala una vecchietta in uniforme spalanca un secondo portale, oltre il quale si penetra in un ambiente onirico di soffitti di cristallo e corridoi senza fine. Su questo mondo sospeso nel tempo si aprono le porte delle duecento stanze contenenti i doni: nessuno, dicono, è mai riuscito a vederli tutti. "Solo l’anno scorso ne sono arrivati duemilaquattrocento" proclama con orgoglio la nostra guida locale "I doni sono un tesoro del popolo coreano. Anzi, un patrimonio dell’umanità, e sono custoditi qui perché tutto il mondo possa goderne." Tra gli innumerevoli oggetti esposti, il signor Li, la signorina Li, la guida locale e io abbiamo potuto apprezzare: un elefantino di mogano (Mobutu, presidente dello Zaire); un airone di porcellana (reverendo Billy Graham, Usa); un cavallo di peltro (Istituto per le relazioni internazionali, Roma); una gondola in plastica con la scritta "ricordo di Venezia" (dal presidente dell’Istituto per l’automazione, Urss, un tragico riciclo); due poltroncine da bar rivestite di ciniglia (maresciallo Tito, presidente della Jugoslavia); la pelle di un orso bruno ucciso personalmente da Ceaucescu; una palla da basket autografata da Madeleine Albright, ex segretario di stato americano; una carrozza ferroviaria presidenziale blindata, dono di Stalin. A un tratto la signorina Li, timorosa che il tesoro del popolo coreano possa essere una bufala, mi domanda: "Che ne pensa del valore? Sono davvero oggetti cari?".
Più tardi andiamo al tempio buddista di Bohyon, il meglio preservato e il più antico del paese (le sue fondamenta risalgono al 1042, cioè a circa nove secoli prima dell’inizio del tempo, secondo il calendario nordcoreano moderno). Nel tempio si vedono più militari che civili, il che fa uno strano effetto. "Nessuno viene qui a pregare?" domando alla guida. "Certamente. Ma devono pagare il biglietto." Il biglietto costa un won, ovvero dieci volte quello della metropolitana. Il complesso ha, in effetti, un’aria piuttosto artificiale, come un salotto buono con la plastica sui divani: non c’è, sui diversi altari, un solo residuo di preghiera, né un incenso che finisca di bruciare, né un monaco che si aggiri a rassettare i cuscini. In compenso, qualcuno ha lasciato in una cassetta delle offerte una banconota da cento dollari. La indico alla signorina Li, ma mi rendo conto che non capisce la ragione del mio stupore, perché non è in grado di riconoscere una banconota da cento dollari.
Per cena, il signor Li ha organizzato un barbecue sulla terrazza dell’albergo. Lontani da occhi indiscreti, il signor e la signorina Li possono concedersi di sedere al mio stesso tavolo e finalmente si rilassano: la signorina Li ha messo per l’occasione un rossetto color fucsia e ha slacciato il suo papillon d’ordinanza; il signor Li e l’autista rimangono in canottiera. Dopo cena, i miei commensali mi tempestano di domande: vogliono sapere che cosa sono le tasse, quante stanze hanno i nostri appartamenti, se chiunque può guidare una macchina, come mai sul mio accendino (è incredibile ciò che riescono a notare) c’è scritto Made in France e non Made in Italy; arcani che il canale della televisione di stato o l’unico quotidiano disponibile (6 pagine) non trovano il tempo di spiegare. La signorina Li e io parliamo dell’amore. "Mio marito non mi ha mai detto che mi ama" dice lei. "Dunque perché mai l’ha sposato?" "Perché finché non sei sposato il governo non ti concede un appartamento."

Pyongyang, giorno 4
Eccoci al cimitero dei martiri della rivoluzione, un altro sovrumano trapianto di bronzo e granito che deturpa un’intera collina. Il sacrario pullula di scolaresche entusiaste, e l’usuale musica struggente scaturisce da altoparlanti nascosti nei boschetti di conifere. Decine di gruppi di pellegrini sono in fila, in attesa di deporre fiori ai piedi di una gigantesca stella repubblicana: è un supermercato della contrizione. Lungo il crinale della collina, i busti dorati dei cento eroi della rivoluzione guardano verso la città, disposti come le file di poltrone in un teatro, perché "il Grande Leader ha detto che, anche se morti, avrebbero dovuto vedere dalla posizione migliore le meraviglie della Corea liberata". Purtroppo per loro, nelle rare giornate senza nebbia, dalla cima della collina si vedono il palazzo di Kim Il Sung, oggi con le finestre murate e tramutato in mausoleo, e l’osceno granchio di cemento dello stadio Primo maggio.
Torniamo nel mondo dei vivi, ma Pyongyang è una città stanca, astenica. Almeno mi fosse concesso di fare una passeggiata a piedi. Noto soltanto oggi che non esistono i semafori: evidentemente è più economico piazzare a ogni incrocio una persona in carne e ossa. "Adesso percorreremo il viale Liberazione" annuncia la signorina Li "È il più largo di Pyongyang: cento metri." In mezzo a quest’orgoglio della rivoluzione, venti tram sono immobili uno dietro l’altro e aspettano che ritorni la corrente. Mentre i passeggeri spingono eroicamente il primo tram della fila non si capisce verso dove, una vigilessa in divisa bianca continua imperterrita a dirigere il traffico inesistente con i suoi scatti da automa.

Pyongyang, giorno 5
Oggi ho scoperto altri due aspetti dell’ingegno leonardesco di Kim Il Sung: durante la visita alla diga di sbarramento di Nampo, costruita nel punto dove il fiume Taedong si getta nel mar di Corea, la guida mi ha detto che fu il Grande Leader in persona a disegnarne il progetto, dopo essersi "esposto ai forti venti per decidere il punto esatto dove innalzare la diga". A Pyongyang, al museo di storia naturale, un cartello spiegava come fosse stato possibile salvare lo scheletro di dinosauro che mi trovavo davanti solo grazie ai "preziosi consigli elargiti dal Grande Leader".
Prendiamo la strada per Kaesong (160 km), al confine fra le due Coree: "Quella che un giorno porterà a Seoul" dice la signorina Li. Al chilometro 90 accade una cosa strana: fermiamo la macchina in una sorta di ristorante al bordo della strada (l’unico edificio fra qui e Pyongyang) e ordiniamo quattro caffè. Quando è il momento di pagare, il signor Li sfodera con noncuranza dal portamonete altrimenti vuoto una banconota da 500 won. Senza battere ciglio, la cameriera di questo bagdad café dimenticato dal Grande Leader e dagli uomini lungo un’autostrada senza traffico incassa la banconota e porta subito il resto di 496 won. Che ci fa in circolazione – e soprattutto nel portafoglio del signor Li – una banconota che paga due mesi di stipendio? La signorina Li fa spallucce: "Oh, c’è da almeno sei anni".
Kaesong, a otto chilometri dalla zona demilitarizzata che divide le due Coree, è una cittadina piacevole, con un quartiere vecchio di cinquecento anni , le casupole con i tetti di ardesia e le finestre scorrevoli di ciliegio. Nei vicoli acciottolati, bambini magri e sporchi mi fissano sgranando gli occhi come fossi Belzebù e scappano in preda al terrore. "La gente di qui è strana anche per noi" dice la signorina Li. "Se la vedessero in giro da solo sarebbero capaci di chiamare la polizia: penserebbero che è una spia americana. Finirebbe nei guai, e ci finiremmo anche io e il signor Li." Ricevuto.
In albergo, vengo fatto accomodare sul pavimento, su una stuoia di bambù, e dopo cena una cameriera mi serve il tè in silenzio, secondo un’antica cerimonia. Tutto è perfetto: anche la corrente salta solo dopo che ho bevuto l’ultimo sorso.

Kaesong, giorno 6
La città si mette in moto alle sette, quando dai tetti dei palazzi più alti gli altoparlanti cominciano a incitare la popolazione insonnolita: "Lavorate! Producete di più!". I pochi negozi aprono, ma solo per far prendere aria agli scaffali vuoti. Un uomo vestito da militare arranca sulla strada deserta con il suo carro trainato da un bue smagrito. Camion dell’esercito con le ribalte cariche di studenti scappano verso le scuole.
Infiliamo la strada per il posto di confine di Panmunjom, attraverso risaie smeraldine che brulicano di seminatori. "Anche noi guide dobbiamo lavorare nei campi, ogni tanto" dice la signorina Li. "Ma è un lavoro tremendamente duro. Ecco perché un contadino guadagna il doppio di me." Mentre la Mercedes corre verso sud, la signorina Li perde un briciolo della sua compostezza e si mette a recitare a bassa voce gli slogan sui cartelli piantati in mezzo alle risaie: "Non rinunciamo all’unificazione"; "Uniamoci con un solo cuore"; "Uniti resisteremo, divisi soccomberemo". Riunire le due Coree sotto la stessa bandiera è un’ossessione del nord quanto del sud; il problema non è tanto identificare la formula migliore (secondo entrambi i presidenti, una federazione con due governi), quanto convincere gli Stati Uniti che è giunto il momento di riportare a casa i loro quarantamila soldati.
Finalmente il cartello che annuncia: Seoul 70 km. Ma non ci sono macchine dirette a Seoul. A Panmunjom, sotto un arco di cemento che porta il motto "Amicizia e unità", veniamo presi in consegna da un anziano tenente con la divisa sfilacciata e i polsini sudici. Alla garitta, mi si avvicina un uomo che indossa una giacca blu con una vistosa scritta sulla schiena: Jugoslavija. È in Corea con la nazionale di pallacanestro, della quale è l’allenatore. "Lei è l’italiano?" domanda. "E lei come fa a...?" "Le voci girano." Ci fanno entrare nell’edificio dove, nel 1953, Corea del Nord e Stati Uniti firmarono l’armistizio che pose fine a tre anni di guerra. Il tenente che ci fa da guida indica il lato del tavolo dov’è seduto l’allenatore: "Quello era il posto del generale Mac Arthur". "Proprio me dovevate far sedere qui?" protesta l’allenatore. "Non leggete che cos’ho scritto sulla giacca?"
Il tavolo è lungo e lucido; ai due estremi, sotto teche di vetro, la bandiera nordcoreana e quella delle Nazioni Unite. "Gli americani non vollero che la loro bandiera comparisse su questo tavolo, così usarono quella dell’Onu, per non lasciare prove della loro aggressione." In realtà, le tracce che gli Stati Uniti si affannarono a cancellare furono, come dichiarò lo stesso Mac Arthur, quelle della vergogna di "aver firmato il nostro primo armistizio senza aver vinto una guerra".
Ci spostiamo verso le sette baracche costruite sul 38° parallelo, che segna la linea di confine fra nord e sud: una bella trovata architettonica per permettere alle delegazioni nemiche di sedere nella stessa stanza senza abbandonare i rispettivi paesi. Più oltre sorge un edificio d’acciaio e cristallo con un’aria da centro commerciale, che ostenta ricchezza: dalla terrazza al primo piano una dozzina di cannocchiali e telecamere sono puntati su di noi. Il nome dell’edificio è "Casa della libertà". Dice il tenente: "Nel ‘96 il Caro Leader Kim Jong Il venne in visita qui, esponendosi al fuoco nemico, ma improvvisamente calò una nebbia tanto fitta che non si vedeva a cinque passi. Vede, anche la natura lo ama, e volle proteggerlo così". Nella baracca numero tre, la frontiera è segnata dal cavo d’un microfono steso sul tavolo dei colloqui. In fondo alla sala, una porta azzurra si apre – o meglio, potrebbe aprirsi – sulla metà scomparsa del paese. Il signor Li si avventura oltre il tavolo: "È l’unico punto dove mi è concesso andare in Corea del Sud". Lo seguo: fa una certa impressione varcare il confine più impenetrabile del mondo con tanta facilità. Per lui, che sa che cosa sono le tasse da sole 48 ore, dev’essere come oltrepassare la soglia spaziotemporale d’un buco nero, penetrare nell’ineffabile. Da fuori, due militari sudcoreani in divisa da marines ci spiano attraverso le finestre, ma non è una consegna: è curiosità di ventenni. I nordcoreani, invece, stanno immobili con lo sguardo fisso su un punto lontano come i bronzi della rivoluzione.

Wonsan, giorno 7
Siamo venuti a Wonsan, una bella località di mare sulla costa orientale. Prima di cena, ho chiesto alla signorina Li se fosse possibile comprare una spilla con il volto del Grande Leader, come quella che ogni cittadino è tenuto a portare ogni giorno della propria vita. "Non è una cosa così semplice" ha risposto lei, inorridita. "Per poter portare la spilla deve dimostrare una devozione totale verso il Grande Leader." "Cioè?" ho domandato. "Perlomeno deve rispettarlo più di sua madre."

Wonsan, giorno 8
Visita alla fattoria collettiva Chonsamri ("il Paradiso"), senza dubbio la migliore dell’intera Corea, visto che mi viene concesso di mettervi piede. La guida locale è una contadina che per l’occasione ha indossato il jogori, il vestito tradizionale che trasforma ogni donna in bomboniera; ci mostra la stele di pietra con incisi versi d’incitamento ai contadini, i campi di riso, il cinema per il dopolavoro, il kindergarten, gli appartamenti dove vivono 1700 persone. Non una foglia è fuori posto. Il pezzo forte della visita è un albero di prugne (principale prodotto della cooperativa, assieme al riso) che nel 1961 venne ammirato dal Grande Leader in persona. "Una pianta eccellente" disse "Porterà ottocento frutti. Continuate così." Qualche giorno dopo, quando raccolsero le prugne e le contarono, racconta la guida quasi in estasi, videro che erano ottocentotré. Nell’udire questa storia, nemmeno il signor e la signorina Li possono trattenere una risata; ma più tardi, in macchina, dove nessuno può sentirci.

Pyongyang, giorno 9
Per il penultimo giorno mi hanno riservato la Grande Casa di Studio Popolare, un colossale complesso in stile antico eretto sulla piazza Kim Il Sung, le cui dimensioni clamorose ridefiniscono il concetto di spazio architettonico. La Grande casa è una biblioteca che si estende su centomila metri quadri, per la cui costruzione sono stati destinati quasi 250 miliardi di lire: al suo interno sono custoditi 29 milioni di volumi, cioè 1,2 volumi per ciascun cittadino nordcoreano, comprendendo nella cifra quelli rinchiusi nei campi di lavoro per non essersi dimostrati in linea con il regime, quelli nel frattempo morti di stenti mentre stilavo queste pagine e i profughi fuggiti oltre il confine cinese per disperazione. Orgoglio della biblioteca è il sistema meccanizzato di consegna dei libri, che schizzano fuori dal magazzino a velocità da proiettile, a bordo di vagoncini in miniatura. Provo il sistema al bancone della narrativa straniera. Chiedo qualche titolo significativo della storia della letteratura: il massimo che il computer riesce a trovare è Ventimila leghe sotto i mari, oltre a una raccolta di fiabe e leggende europee contenente un’Odissea in versione ridotta a dodici pagine. Non senza malignità, domando all’impiegata 1984 di Orwell. "Millenovecentottantache?"

Pyongyang, giorno 10
Il signor e la signorina Li mi hanno accompagnato alla stazione, dove hanno verificato che salissi sul treno diretto a Pechino. L’addio non è stato dei più toccanti: quando ci siamo abbracciati, la terribile timidezza impediva loro di stringermi. In compenso, la signorina Li mi ha fatto scivolare in mano, con fare furtivo, un minuscolo involto di carta.
Mentre il treno sferragliava verso il confine di Dandong, ho aperto il cartoccio e all’interno ho trovato una spilla con il volto di Kim Il Sung. L’ho rigirata fra le dita per un po’, e intanto ho pensato alla signorina Li e al suo amore barattato con un monolocale con angolo cottura, ai bambini sudici e col ventre gonfio nei vicoli della vecchia Kaesong, a quelli cui si eran dovuti amputare i piedi perché erano andati a scuola per settimane camminando nella neve senza scarpe, all’entusiasmo forzatamente ipocalorico delle ragazzine costrette a provare cinque ore al giorno per le parate di regime in onore d’un cadavere, al posto di frontiera di Dandong, dove ogni anno almeno trecentomila disperati sfidano le pallottole delle guardie di confine cinesi e nordcoreane pur di scambiare le certezze di una vita da ergastolani con gl’incubi di un futuro da clandestini. Poi ho pensato alle linee pulite ed eleganti delle Mercedes del regime, al nitore ospedaliero del museo dei doni di Kim Il Sung, ai milioni di dollari spesi in tecnologia militare e al fatto che il non poco denaro che avevo sborsato per questo viaggio era stato direttamente versato – come mi aveva rivelato in gran segreto il direttore dell’agenzia di viaggi – sul conto in dollari di una banca privata di Basilea.
Allora, prima che il treno arrivasse alla frontiera, ho abbassato il finestrino e ho restituito la spilla alle sue risaie.

reportage apparso su "Gulliver", novembre 2001



Le foto di Ramazzotti dalla Corea del Nord
copertina
La birra di Shaoshan
Compra su lafeltrinelli.it