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L'intervento di Inge Feltrinelli su Erich Linder
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"Tra autore e editore. L'agente letterario, da Erich Linder ai nuovi
sviluppi del mercato editoriale internazionale" è il convegno promosso da
Fondazione Mondadori e Università degli Studi, 16 ottobre, a partire dalle
9.30, alla Sala Napoleonica di Via S. Antonio 10, Milano. A seguire l'intervento
di Inge Feltrinelli, pubblicato da "Sette".
Quando sono arrivata a Milano, nel 1960, esisteva nel mondo editoriale solo un
unico grande agente, Erich Linder.
Era un uomo molto rispettato e anche un po’ temuto. Incuteva una certa
soggezione: perdere la sua simpatia poteva significare perdere anche la
possibilità di pubblicare autori cui si teneva molto. Abituati a fare da soli,
sia nella fase di scouting sia in quella, più delicata, delle trattative
contrattuali, gli editori italiani nel dopoguerra dovettero fare i conti con
Linder e accettarlo come interlocutore.
In Feltrinelli si parlava di lui sempre con una punta di ansia, perché Linder
sembrava non apprezzare molto la casa editrice.
Il poco attaccamento di Linder per la Feltrinelli forse era dovuto al fatto che
i primi grandi bestseller mondiali - Il Dottor Zivago (prima edizione
mondiale, 1957) seguito poi dal secondo "colpo" editoriale, Il
Gattopardo (1958) - furono pubblicati fuori dalla sua area d’azione. Fu
infatti Giangiacomo Feltrinelli a occuparsi personalmente dell’acquisizione e
vendita dei diritti in tutto il mondo.
Certamente tutto ciò deve aver fatto soffrire un po’ Linder.
Inoltre, negli anni del dopoguerra la Feltrinelli era considerata una casa
editrice troppo anticonformista e radicale. Vigeva uno stile molto personale,
dal quale discendeva l’intelligenza dell’improvvisazione e l’efficacia
delle decisioni repentine, non programmate.
Successivamente, quando ho conosciuto Linder personalmente, la mia opinione su
di lui è nettamente cambiata. Ricordo che, al contrario di me che parlavo (e
parlo ancora adesso) male italiano, Linder lo possedeva pienamente ma era pronto
ad alternarlo, nella conversazione, a un bel tedesco con un delizioso accento
austroungarico. Né mancavano al suo patrimonio numerose altre lingue. Sul
lavoro era severo e preciso. Molti lo consideravano arrogante e allo stesso
tempo timido. Io serbo di lui un ricordo differente.
Dietro la sua enorme riservatezza, scorgevo una profonda autoironia, un vero sense
of humour, molto mitteleuropeo e una grande capacità di vivere l’avventura
con le tasche gonfie di libri.
Mi ricordo che un giorno mi telefonò per dirmi che era rimasto incredulo alla
notizia apparsa sulla rivista francese Elle circa il lancio della nuova
moda per l’autunno chiamata "Hot Pants". Era convinto che nessuna
donna avrebbe indossato dei pantaloncini così corti e aderenti, ma si divertì
molto quando la sera stessa, trovandosi a casa mia per un ricevimento in onore
di un autore (non ricordo più se si trattava di Günter Grass o di Uwe
Johnson), si accorse che a Milano già metà delle signore presenti era in hot
pants!
Nessuno immaginava che Erich Linder potesse essere così simpaticamente frivolo.
Brillava anche per la grande competenza e infaticabilità nel lavoro. Fu forse
per queste qualità e per il suo amore per la lettura e la traduzione che
riuscì ad attrarre nella sua orbita migliaia di scrittori di ogni parte del
mondo, di letteratura e di saggistica.
Ho ancora in mente la lobby dell’Hessischer Hof a Francoforte che, in
occasione della Fiera, Linder usava ogni anno come suo ufficio personale e dove
riceveva per dodici ore consecutive editori e autori da tutto il mondo.
Ha litigato molte volte con Giangiacomo, gli rimproverava di essere troppo
autonomo e indipendente nelle scelte: imponeva all’editore gli autori da
pubblicare. E in quegli anni, si sussurrava che nelle offerte dei libri, Linder
prediligesse forse troppo Einaudi e Garzanti.
La verità è che Linder era sempre aggiornato sulle novità librarie di tutto
il mondo ed era molto sicuro di sé perché abile nel fiutare la combinazione
giusta tra libro ed editore. Lui stesso paragonava il suo mestiere a quello del
direttore d’albergo: offrire a ciascun cliente la stanza giusta.
Ed è qui, in questo ruolo di matchmaker, che Erich Linder rivelava la
sua statura intellettuale, poiché, senza mai rinunciare alla sua fisionomia
professionale, riusciva a sentire opere e autori, che a lui si affidavano, come
un patrimonio da potenziare attraverso una collocazione – e un’esposizione
– corretta, capace di stimolare cultura e di garantire un sempre più ampio
"ritorno". Aveva sentito, con anticipo, che qualcosa doveva cambiare e
non mancò il cambiamento.
Nel panorama culturale italiano ed estero Linder era una figura importante:
intratteneva relazioni con la crema dell’editoria mondiale e conosceva a
menadito ogni aspetto del diritto d’autore.
Linder aveva una grande idea del proprio ruolo, consapevole che con i suoi sì o
i suoi no finiva con il dar forma ai programmi letterari del mondo librario
italiano.
Giangiacomo diceva sempre che non gli si poteva nascondere nulla: un editore
avrebbe potuto decidere la sera prima di creare, per esempio, una nuova collana
di letteratura pornografica ed essere certo che Linder lo avrebbe saputo il
mattino dopo! Probabilmente aveva delle talpe molto efficienti.
Comunque oggi esistono migliaia di agenti letterari in tutti i paesi del mondo.
Al tempo di Linder in Europa non ne esistevano proprio. Per esempio, in
Germania, con poche eccezioni, il lavoro dell’agente era svolto dagli editori
stessi.
Linder era unico perché riusciva a combinare un forte senso del business con un’immensa
cultura, unita a una grande sensibilità e passione per i libri. Per lui che
amava leggere e tradurre, il libro, prima di essere una merce, era un prezioso
bene culturale da valorizzare e proporre nel modo giusto. Per tutte queste
qualità, Erich Linder rimane un gigante.
Inge Feltrinelli
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