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10 febbraio 2012
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L'intervento di Inge Feltrinelli su Erich Linder
"Tra autore e editore. L'agente letterario, da Erich Linder ai nuovi sviluppi del mercato editoriale internazionale" è il convegno promosso da Fondazione Mondadori e Università degli Studi, 16 ottobre, a partire dalle 9.30, alla Sala Napoleonica di Via S. Antonio 10, Milano. A seguire l'intervento di Inge Feltrinelli, pubblicato da "Sette".


Quando sono arrivata a Milano, nel 1960, esisteva nel mondo editoriale solo un unico grande agente, Erich Linder.
Era un uomo molto rispettato e anche un po’ temuto. Incuteva una certa soggezione: perdere la sua simpatia poteva significare perdere anche la possibilità di pubblicare autori cui si teneva molto. Abituati a fare da soli, sia nella fase di scouting sia in quella, più delicata, delle trattative contrattuali, gli editori italiani nel dopoguerra dovettero fare i conti con Linder e accettarlo come interlocutore.
In Feltrinelli si parlava di lui sempre con una punta di ansia, perché Linder sembrava non apprezzare molto la casa editrice.
Il poco attaccamento di Linder per la Feltrinelli forse era dovuto al fatto che i primi grandi bestseller mondiali - Il Dottor Zivago (prima edizione mondiale, 1957) seguito poi dal secondo "colpo" editoriale, Il Gattopardo (1958) - furono pubblicati fuori dalla sua area d’azione. Fu infatti Giangiacomo Feltrinelli a occuparsi personalmente dell’acquisizione e vendita dei diritti in tutto il mondo.
Certamente tutto ciò deve aver fatto soffrire un po’ Linder.
Inoltre, negli anni del dopoguerra la Feltrinelli era considerata una casa editrice troppo anticonformista e radicale. Vigeva uno stile molto personale, dal quale discendeva l’intelligenza dell’improvvisazione e l’efficacia delle decisioni repentine, non programmate.
Successivamente, quando ho conosciuto Linder personalmente, la mia opinione su di lui è nettamente cambiata. Ricordo che, al contrario di me che parlavo (e parlo ancora adesso) male italiano, Linder lo possedeva pienamente ma era pronto ad alternarlo, nella conversazione, a un bel tedesco con un delizioso accento austroungarico. Né mancavano al suo patrimonio numerose altre lingue. Sul lavoro era severo e preciso. Molti lo consideravano arrogante e allo stesso tempo timido. Io serbo di lui un ricordo differente.
Dietro la sua enorme riservatezza, scorgevo una profonda autoironia, un vero sense of humour, molto mitteleuropeo e una grande capacità di vivere l’avventura con le tasche gonfie di libri.
Mi ricordo che un giorno mi telefonò per dirmi che era rimasto incredulo alla notizia apparsa sulla rivista francese Elle circa il lancio della nuova moda per l’autunno chiamata "Hot Pants". Era convinto che nessuna donna avrebbe indossato dei pantaloncini così corti e aderenti, ma si divertì molto quando la sera stessa, trovandosi a casa mia per un ricevimento in onore di un autore (non ricordo più se si trattava di Günter Grass o di Uwe Johnson), si accorse che a Milano già metà delle signore presenti era in hot pants!
Nessuno immaginava che Erich Linder potesse essere così simpaticamente frivolo.
Brillava anche per la grande competenza e infaticabilità nel lavoro. Fu forse per queste qualità e per il suo amore per la lettura e la traduzione che riuscì ad attrarre nella sua orbita migliaia di scrittori di ogni parte del mondo, di letteratura e di saggistica.
Ho ancora in mente la lobby dell’Hessischer Hof a Francoforte che, in occasione della Fiera, Linder usava ogni anno come suo ufficio personale e dove riceveva per dodici ore consecutive editori e autori da tutto il mondo.
Ha litigato molte volte con Giangiacomo, gli rimproverava di essere troppo autonomo e indipendente nelle scelte: imponeva all’editore gli autori da pubblicare. E in quegli anni, si sussurrava che nelle offerte dei libri, Linder prediligesse forse troppo Einaudi e Garzanti.
La verità è che Linder era sempre aggiornato sulle novità librarie di tutto il mondo ed era molto sicuro di sé perché abile nel fiutare la combinazione giusta tra libro ed editore. Lui stesso paragonava il suo mestiere a quello del direttore d’albergo: offrire a ciascun cliente la stanza giusta.
Ed è qui, in questo ruolo di matchmaker, che Erich Linder rivelava la sua statura intellettuale, poiché, senza mai rinunciare alla sua fisionomia professionale, riusciva a sentire opere e autori, che a lui si affidavano, come un patrimonio da potenziare attraverso una collocazione – e un’esposizione – corretta, capace di stimolare cultura e di garantire un sempre più ampio "ritorno". Aveva sentito, con anticipo, che qualcosa doveva cambiare e non mancò il cambiamento.
Nel panorama culturale italiano ed estero Linder era una figura importante: intratteneva relazioni con la crema dell’editoria mondiale e conosceva a menadito ogni aspetto del diritto d’autore.
Linder aveva una grande idea del proprio ruolo, consapevole che con i suoi sì o i suoi no finiva con il dar forma ai programmi letterari del mondo librario italiano.
Giangiacomo diceva sempre che non gli si poteva nascondere nulla: un editore avrebbe potuto decidere la sera prima di creare, per esempio, una nuova collana di letteratura pornografica ed essere certo che Linder lo avrebbe saputo il mattino dopo! Probabilmente aveva delle talpe molto efficienti.
Comunque oggi esistono migliaia di agenti letterari in tutti i paesi del mondo. Al tempo di Linder in Europa non ne esistevano proprio. Per esempio, in Germania, con poche eccezioni, il lavoro dell’agente era svolto dagli editori stessi.
Linder era unico perché riusciva a combinare un forte senso del business con un’immensa cultura, unita a una grande sensibilità e passione per i libri. Per lui che amava leggere e tradurre, il libro, prima di essere una merce, era un prezioso bene culturale da valorizzare e proporre nel modo giusto. Per tutte queste qualità, Erich Linder rimane un gigante.

Inge Feltrinelli