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Un inedito di Sergio Ramazzotti: Viaggio N. 112
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Scrivo da un'altra vita e non so se riceverete queste righe, perché non ho ancora capito che cosa ci separa. Di certo so che sono morto in un incidente, forse dieci, forse quindici giorni fa. Dico forse, perché l'orologio che avevo al polso si è fermato nell'impatto e dove mi trovo adesso (a quel che sembra) non ci sono strumenti per misurare il tempo. Intuisco che siano passati quindici giorni da quanto mi sono cresciute le unghie, sempre ammesso che qui non crescano più lente o più veloci del solito. Mi perdonerete, spero, le imprecisioni, ma sono ancora disorientato: mangio, ma con meno appetito d'un tempo, dormo ma non perché ho sonno e non m'è chiaro secondo quali leggi sorga e tramonti il sole, né quale sia la direzione dell'alba, né quanto durino il giorno e la notte (in questo momento è notte). Perché scrivo non lo so, visto quel che penso ora dei diari, ma certo dev'essere per la speranza che qualcuno di voi possa leggermi, oltreché per il fatto d'essermi ritrovato in tasca la penna e questo taccuino semivuoto. Magari è semplicemente perché non posso farne a meno: nell'altra vita l'unica, dovrei dire, che ricordi d'aver vissuto < ho scritto molto, e chissà che quell'abitudine non mi sia rimasta. Di professione ero un viaggiatore; talvolta, quando credevo in me stesso, uno scrittore: al momento della mia morte avevo visitato centoundici paesi, e per ciascuno di essi avevo riempito un taccuino come questo. Di me, oltre ai miei vestiti che credo siano ancora chiusi nell'armadio, rimangono solo le storie che ho raccontato. Vidi molto, sulla Terra, forse più di quanto meritassi, o di quanto potessi sopportare: vidi i deserti e le foreste, i fiumi e i picchi innevati, le carovane, le antiche capitali, la furia degli oceani e i ghiacci eterni. A Giza, in un tramonto di sangue, sedetti sulla cima della piramide di Micerino, e a San Pietroburgo rimasi in piedi di fronte alla porta del sottotetto dove Raskol'nikov aveva covato le sue pene. Camminai all'alba tra le ombre che aspettavano la morte attorno a un certo ghat sul lungofiume di Varanasi, vidi lacrime di rabbia in un campo profughi del Libano meridionale e, una notte di pioggia tiepida al confine fra la Cina e il Laos, mi porsero un cucchiaino e piluccai il cervello d'una scimmia urlante. A Cipro, nel castello di Sant'Ilario, entrai nella stanza che Riccardo Cuor di Leone aveva scelto per la sua prima notte di nozze, e in una biblioteca di Siviglia sfiorai la calligrafia volitiva di Cristoforo Colombo sulle pagine del giornale di bordo della Santa Maria. Dormii sotto le stelle sul Tassili dell'Hoggar e nelle pianure a sud di Bariloche dove il balenare del coltello d'un gaucho aveva ispirato i versi del Martín Fierro, e vidi, lungo il Paraná, le rovine rosse delle missioni dove i Gesuiti avevano declamato la parola di Dio con la frusta e con la spada. Nelle tenebre di templi di fango alla periferia di Cotonou e di Port-au-Prince sentii fremiti di febbre mentre Legba scendeva sulla terra evocato dai tamburi del vudù; mi prostrai davanti a Buddha d'oro e di giada, ai piedi degli altari pagani degli tzotzil in una chiesa sconsacrata del Chiapas e di fronte a una lapide di pietra bianca su una collina del Kashmir pakistano dove i musulmani venivano a rendere omaggio alla Vergine Maria. Stipavo ogni cosa nei miei taccuini di viaggio, con una grafia ansiosa che negli anni divenne sempre più sottile, sempre più minuta, come se sentissi di dover risparmiare spazio, perché le pagine bianche del mondo sarebbero finite prima che io avessi potuto scrivere tutto quel che dovevo. Scrivevo perché temevo di dimenticare. Invece scoprii che la mia mente si concedeva il lusso di dimenticare perché sapeva che avevo scritto. Tenevo i miei diari < tutti uguali, dalla copertina di marocchino marrone ben allineati su uno scaffale della libreria, gonfi di tutte le loro storie, dei nomi, dei volti, delle mie povere meditazioni da ubriaco sopra i resti d'una cena solitaria a Kathmandu o a Dar-es-Salaam o a Samarcanda, e la polvere li ricopriva mentre io inseguivo altre storie, nuovi volti, nomi sempre diversi (o chissà, forse fuggivo da quelli che mi erano troppo familiari). La prima volta che sentii il bisogno di fare un bilancio della mia vita (accadde due giorni dopo il mio quarantacinquesimo compleanno, una sera che aveva nevicato come non succedeva da tempo) ebbi la sorpresa di scoprire che questa stava per intero o quasi in un centinaio di taccuini formato tascabile. Ne aprii uno a caso, e vi trovai una collana d'erbe aromatiche che un pastore masai aveva intrecciato per me nella pianura di Tsavo sedici anni prima; aveva trasudato sulla carta un tenue alone verdognolo ed emanava ancora un profumo sottile di pioggia e di vaniglia: affondai il volto nella pagina e la voce di ONkalami mi sussurrò qualcosa nell'orecchio; poi mi sembrò di sentire sotto la lingua il sapore elettrico del latte di capra mescolato al sangue di giovenca, e la stretta di mano timida e molliccia di Agnes e il chiasso che facevano i masai ubriachi nella bettola di Mtito ONdei e il ruggito d'un leone che scuoteva la notte. Quando chiusi il diario, però, l'odore svanì, e con esso i ricordi. Mi sforzai di farli tornare senza riaprirlo, ma non vi riuscii, e compresi che li avevo barattati con quindicimila pagine piene di appunti che nessuno forse nemmeno il loro autore < si sarebbe mai dato la pena di esplorare. Guardai i taccuini con un misto di odio e d'angoscia e temetti che, se fossero andati perduti in un incendio, anche la mia vita (chiusa frettolosamente in quell'archivio di carta) si sarebbe trasformata in una piramide di cenere. Stranamente, ebbi l'improvviso impulso di bruciarli tutti io stesso, in quell'istante; ma durò, per l'appunto, un istante, come quando siete in piedi sull'orlo d'un precipizio e per un attimo vi viene l'idea di saltare. Il giorno dopo andai in cartoleria a comprare una scorta di taccuini vergini e continuai a vivere come sempre. In quanto a quelli già pieni, li riposi sul loro scaffale e decisi di dimenticarmene. Fu la morte, nemmeno dieci mesi più tardi, a riconciliarmi con loro. Morire è un affare da nulla: credo di averci impiegato una dozzina di minuti. Mentre ero sdraiato e cercavo di mettere a fuoco le ombre che si affannavano attorno a me in una nebbia di madreperla, le mie quindicimila pagine mi scorsero davanti agli occhi una per una, ciascuna fresca e nitida come l'ultima immagine del sogno che ci ha svegliati, e vissi una seconda volta, nella densità di quei minuti, tutto ciò che, se me l'aveste chiesto il giorno prima, avrei giurato di non aver mai vissuto. Rividi il volto d'un bambino che portava il meraviglioso nome di Reginald Muwenda Mutebi e che un giorno lontano, per farsi bello, s'era gettato nudo nelle rapide di Bujagali, alle sorgenti del Nilo, avvinghiato a una tanica vuota: aveva sette anni e mi aveva detto "il divertente, signore, è che ogni volta è un fiume diverso", senza sapere che Eraclito, venticinque secoli prima, aveva usato le stesse parole per spiegarci la sua filosofia. Provai ancora una volta la profonda, irrazionale tristezza di un mattino che m'ero fermato a fissare un negativo trasparente abbandonato a terra, come la pelle d'un serpente, di fronte a un negozietto di fotografia nella via senza nome d'un sobborgo di Quito, e avevo immaginato la delusione d'una famiglia nello scoprire che le foto non erano riuscite. Ascoltai di nuovo, fra le sabbie del Ciad, la storia di Jean-Marie Mamadou, che mi diceva "sono stanco di combattere" mentre oliava un fucile mitragliatore uguale a quello che gli aveva portato via otto fratelli e una sorella. E udii la risata, rauca per le troppe sigarette, di Magdalena Gutiérrez in una stanza abbandonata dell'Hotel Carrasco a Montevideo, e i grugniti dei lacandoni, e sentii l'asprezza d'un vino di palma che avevo bevuto in una capanna dove il sole disegnava una rete di luce e il profumo della collana di ONkalami e mille altri aromi sovrapposti e distinti, e il peso d'una frase antica che scrivevo spesso quando mi sentivo più solo e che aveva il potere, ovunque mi trovassi, di farmi venire le lacrime agli occhi: ubi tu Caius, ego Caia. Morire è stato utile: solo così ho saputo di non aver mai dimenticato. Rimangono quattro pagine bianche, che mi farò il regalo di lasciare tali.
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