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9 febbraio 2012
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Diario di una settimana di Enrico Palandri
Il diario di una settimana di un osservatore del quotidiano, tra fascinazioni letterarie e artistiche, nella dimensione intima e per le strade. Come Polaroid, testimoni rapide della vita. Il testo, inedito su carta, è stato pubblicato per la prima volta sul sito raisatzoom.

Lunedi
In qualunque circostanza ci si trovi, gli eventi che abbiamo intorno tendono a costituire una totalità. Se si è chiusi in una famiglia, in una città, un modo di essere o di pensare. Come dice Apollinaire in Pont-Neuf: i giorni vanno e io resto. E quindi un diario, cosa possiamo sperare di vedere in un diario? Che ogni giorno, con il movimento che noi compiamo di fronte a ciò che è fermo, con il nostro avvicinarci, esserci e quindi lasciare gli istanti del reale, ci si mostri l'anello che non tiene, la frattura nell'ordine a cui ci siamo abituati e la possibilità di uscire all'aperto, sotto un cielo stellato. Perchè il problema che ci accompagna dall'infanzia per sempre è come riuscire a vedere, sentire, essere senza che l'intelletto e l'abitudine ci oppongano alla vita. Perchè nasciamo avvolti in mille retoriche, tra mille fasciature. Come parlano in casa nostra, e poi i nostri compagni di scuola, gli ambienti politici e professionali, gli amici e gli amori. Tra la nostra voce e la lingua c'è sempre uno iato, una distanza dolorosa. Nella poesia e nelle conversazioni amorose e amichevoli, cerchiamo sempre l'approfondimento, la possibilità di essere come siamo, di superare tutti i modi di dire e essere così essenzialmente che la nostra parola riprende la propria natura originaria, ci supera e ci precede, ci fonda. Quando l'intimità con qualcuno cresce, ci viene concesso un nuovo spazio umano e finalmente i nostri stessi manierismi ci cadono di dosso: di nuovo nitidi e danzanti. Per quanto? tutto quel che è in più ci avanza in bocca, lo sputiamo in dei sorrisi con un magnifico senso di liberazione. 
Facciamo qualche esempio: la politica, i mondiali di calcio, o per qualcuno un divorzio, la morte di una persona cara. Non si parla d'altro, non si riesce a pensare altro. Tutto parla di questo, si cristallizza. Poi invece di nuovo una parola che passa e ogni cosa si rimette in moto, rispondiamo a un sollecito e ricominciamo a essere. Voglio seguire questa settimana e vedere dove la mia disattenzione può offrire un'apertura.

Martedi
Pagare e venire pagati. In fila all'ufficio postale per una bolletta tutti sono attraversati dai flussi del denaro. Una ragazza cerca di convincere l'impiegata a riprovare ancora la carta bancomat che è chiaramente oltre il tetto di disponibilità mensile. La fila è lunga, la gente impaziente. Una signora anziana si è lamentata ad alta voce di quanto costa tutto, ora ha anche lo sfratto, la metteranno per strada. Dice così e un'altra le risponde che no, non la metteranno per strada, e lei si ammutolisce. Immagino che tutti facciano rapidi conti mentali su quanto hanno, se i desideri di un paio di scarpe, un pezzo di computer nuovo, un nuovo qualcosa siano compatibili con le finanze del mese. Pagamenti che arrivano, o non arrivano, pagamenti da fare. Una fila di umani che si assimila per una mezz'ora di fila a una scuola di contabili. Ecco una delle catene, e vorrei distrarmi. Come tutti. Che finisse la fila e ritornati per strada, guardando in cielo le nuvole e in terra le facce, ci fosse possibile tornare a sentire cos'altro che ci attraversa. Invece il denaro è una lezione, ci riduce a così poco, ci umilia, le nostre ansie e le nostre aspirazioni digitate su tastierine portatili, flussi magnetici e telefonici che ci danno condizioni materiali che sono quanto di più simbolico e astratto ci sia nei linguaggi. Si vedono tra loro i corpi in coda alla posta? Si notano? Forse sì, perchè la ragazza che cercava invano di pagare con il bancomat, persona giovane, belloccia, è stata espulsa dall'ufficio postale come una strega. "Si metta da parte adesso che blocca tutto!" Le ha detto un'altra, che poi si è affrettata a spiegare al resto della fila perchè a fine mese il bancomat non funziona. Quasi che il fatto che sono persone anziane respingesse in sè una ragazza. Poi si paga, ci si gira dall'altra parte, è finita, via dalla fila, via, per strada.

Mercoledi
L'allegria dei fabbricatori è l'unica davvero feconda. Guardando un bambino che costruisce un villaggio di scotch e scatole, un falegname che fischietta in bottega (dove ce n'è ancora, nelle periferie del nostro sistema), scrivendo e leggendo, tra i musicisti, gli attori, ovunque un'attività cresce, il buon umore è linfa. Nella dipendenza invece che si istituisce con il capitalismo, quando si lavora sempre per altri, l'allegria scompare. Persino lavorando per sé si lavora per altri, diventiamo il nostro datore di lavoro. Diventiamo vittime passive di una costrizione e non ci resta che la satira, per coprire il vuoto che non riusciamo a colmare. L'alienazione, il sentire una distanza tra noi e le cose, l'essere vittime di circostanze personali o storiche ci porta a rivolgerci ai piccoli Dei che decidono il nostro destino, politici o personaggi famosi di qualche tipo, un nostro io immaginario proiettato in una sua corsa di realizzazioni, con un sorriso amaro, canzonatorio, come a dire: per noi non fate miracoli e noi nulla ci aspettiamo davvero da voi. Certo qualcosa del genere deve essere esistito anche prima del capitalismo, lo individua Leopardi, lo racconta Orazio. Eppure è difficile non vedere proprio nella contrapposizione tra capitale e lavoro, tra possibilità dunque di sottrarsi alla necessità di guadagnarci da vivere (cosa che tutti sognano nelle lotterie) e l'attività che fin da bambini ci dà il buon umore, il male particolare del nostro tempo, la nostra particolare mancanza di allegria. Soprattutto quando pensiamo che il capitale diventa sempre più astratto, telematico, virtuale, che i rapporti di forza che consentono lo sfruttamento di risorse e popolazioni lontane sono nascosti dalla propaganda e dal controllo delle informazioni, che non c'è quasi più nulla di personale nell'esperienza di questi contrasti. Non abbiamo i veterani che dopo sedici anni di guerra tornano a Roma, ottengono un bel pezzo di terra, si divertono magari a vedere spettacoli atroci nel Colosseo. Tutto è immagine, senza corpo. 
Se però capita di partecipare a una festa africana in una delle nostre città, l'odore di una possibile felicità si respira ancora. Un odore che nelle sfuriate xenofobe o seduti davanti a un televisore a guardare il nulla che si ripete, astratto e lontano, non si riesce a sospettare.

Giovedi
Qualche anno fa a Vilinica, in Slovenia, a un convegno di scrittori dell'Est, ho sentito molto nettamente il confine; c'era il confine politico, quello geografico, ma soprattutto un confine nell'atteggiamento di fronte alle cose. Dormivamo a Lipica, che è in gran parte una cittadina che vive sui triestini ricchi che vanno a cavallo, ma anche lì la frattura tra un paese di lattine di Coca Cola e cartacce, un paese consumista dove le cose vengono appunto consumate e gettate via, e una civiltà diversa, ancora diversa, in cui il destino delle cose non è subito questo e gli oggetti sono al contrario custoditi, conservati, riutilizzati in altri oggetti, la si vedeva persino per strada. Le stesse osservazioni le avevamo fatte a Praga e a Budapest, negli anni precedenti, e oggi il desiderio di tornare in Europa orientale è frenato dalla paura di non trovarvi più quella diversità, che certo era anche povertà, con la passione per la musica classica, i cori che cantavano nelle osterie del Carso, i magnifici concerti del maggio praghese, la cultura libresca e musicale diffusa, ma di trovare anche lì solo televisioni e computer, gente che guarda schermi, separata dalle cose dalla rete. Come sono io, come siamo noi. Eravamo andati nell'89 per partecipare e condividere con quel mondo la liberazione dal comunismo, in fondo era la stessa spinta che avevamo sentito in tanti negli anni '70 italiani. A Praga personaggi come Havel la rendevano infinitamente attraente. Eppure, nel liquidare il comunismo, salutavamo anche quello che in quel mondo era sopravvissuto, un mondo contadino e operaio fatto di tante attenzioni. Un processo che conosco bene nella scrittura. Si comincia a scrivere da una fine, da qualcosa che cerca una conclusione. Scrivendo anzi si accetta di liquidare un brano di vissuto, di rinunciare alla realtà e di concedere a ciò che sentiamo la pirotecnia finale, la grande sarabanda. Attraverso finzioni, avventure grottesche, ridicole, drammatiche, ciò che ci è stato caro fa un ultimo giro, manda un saluto. Addio giovinezza, addio amore mio, addio mia bella città natale. Come di fronte alla storia non possiamo che parlare con una voce, dire una delle tante cose che ci sarebbero da dire, forse neppure la più giusta o quella che ci piace di più, semplicemente quella che ci è assegnata dalle circostanze. Il nostro pensare e sentire è destinato a moltiplicare i punti di vista, a congedarci così da ciò che è stato non perché lo abbiamo compreso, ma perché lo abbiamo lasciato andare.

Venerdi
Poi c'è una voce. O anche: ed ecco una voce. Dal silenzio, attraverso la confusione. Stazione ferroviaria, annunci, andirivieni, per stare sereni non perdere i treni, bagagli. In un angolo del grande atrio un gruppo di ragazzi in gita scolastica e una ragazzina che canta bene, abbracciata alle sue amiche. Oppure al mercato, dove siamo finiti per comprare del pesce ma poi una strana malinconia, il pensiero del passato o del futuro, ci hanno fatto camminare quasi isolati nella baraonda. All'improvviso uno dei pescivendoli canta. Bella voce tenorile, ci viene da sorridere. Ecco, una voce, e il mondo fa vedere che la contrapposizione tra la realtà e la fantasia, che condanna l'esterno a essere pura materia e i voli della mente all'immaginazione, è una contrapposizione falsa. Perché il mondo canta, canta davvero. Se dimentichiamo la nostra fretta queste magnifiche facce ci entrano nel cuore, siamo l'Africa guardando in faccia i venditori ambulanti, siamo ragazzi perché ci sono ragazzi e donne e uomini di ogni età. Perché una voce, un quadro, un romanzo non sono solo l'imitazione del mondo ma una domanda che apre quello che credevamo fosse duro e reale, solido, compatto, inappellabile. Invece il mondo parla e canta, possiamo fare una domanda. "Ha un fiammifero?" Quando fumavo chiedevo da accendere solo per rivolgere la parola a degli sconosciuti. Per la stessa ragione, in una città straniera, mi piace chiedere informazioni alle persone e non usare mappe. Come saranno qui? Che lingua parlano? Ci saranno tracce delle due o tre cose che so della storia di questo luogo? Saranno giustificati i pregiudizi? In fondo non importa, il desiderio di sciogliere il proprio modo di pensare e farlo correre tra le cose, di essere le cose ha già portato oltre.

Sabato
Ma la battaglia non è finita. Ci alziamo dal letto sperando di poter tirare il fiato, ma anche oggi dovremo continuare a lottare. Schiavi del bisogno, i polsi e le caviglie legati dalle leggi, ogni giorno aspettiamo uno Spartaco che almeno indirizzi la nostra fatica a una liberazione. Sappiamo che non c'è condizione, né nella ricchezza né in forme sociali utopiche, in cui possiamo smettere di lottare. In ufficio come nei campi e nelle fabbriche, correndo perché siamo in ritardo, chiedendoci chi o cosa ci fa correre in questo modo e scaricando la nostra rabbia contro il suo potere. L'infinito che è in noi con le sue infinite possibilità viene ogni giorno rinchiuso da nuove catene. Le caviglie, i polsi. Ci pieghiamo, dobbiamo accettare che è così che ci si guadagna da vivere, così si tirano su i ragazzi, così funziona l'organizzazione in cui siamo inseriti, il sistema. Un'altra brutta botta. Magari sogniamo che molti miliardi ci liberino dalla ripetizione, ma ricchezza e beni non sono che desiderio. Altre catene, altre ripetizioni chiudono anche quel destino. Sogniamo di partire, di andare via, ma il mondo è tondo e prima o poi ritroveremmo le costrizioni del viaggio. Sogniamo. Questo sì che è importante. E sognando ci sembra quanto meno di respirare quell'infinito che non riusciamo a far vivere e di cui siamo fatti. "Non hai ancora finito?" ci dice un superiore innervosito, vedendoci svagati, la testa tra le nuvole come si dice piuttosto appropriatamente. Del resto noi stessi ricordiamo a altri intorno a noi con mille sgarbi che questo è un campo di battaglia e non una villeggiatura. "Mi fai far tardi!" oppure "Ma come non hai fatto i compiti, alle nove di sera lo dici?" A volte vorremmo parlare, spiegarci e ascoltare per condividere l'altro respiro, l'aria infinita che ci è così essenziale, ma ciò che è personale non può trovare spazio in un campo di battaglia, rende solo più vulnerabili, e dopo i timidi tentativi un po' narcisi della giovinezza di essere noi stessi, tutti impariamo che nei campi di battaglia è meglio indossare una corazza. I limiti del nostro tempo e della nostra condizione. Non sporgersi fuori dal realismo per non apparire ridicoli. Ma la battaglia non è finita, con gusto e rabbia anche senza Spartaco in noi c'è sempre qualcosa che si rialza, non sconfitto, i limiti e l'illimitabile duellano fino all'ultimo respiro e presto ci accorgiamo che siamo noi stessi il campo in cui si lotta.

Domenica
Un appuntamento a cena. Finalmente si potrà parlare, ascoltare. "Se ben mi ricordo, dice Rimbaud, la mia vita è stata una festa in cui tutti i vini scorrevano. Una sera ho preso la bellezza sulle ginocchia, e l'ho insultata". Così è cominciata la modernità, quest'epoca senza canoni in cui ognuno di noi è affiorato in un punto qualunque, oltre le rivoluzioni sociali e i risorgimenti nazionali, un punto del mondo che non aveva vere genealogie. Una stanza in affitto nel centro e la sera una passeggiata tra i vicoli e le piazzette. Per questo l'appuntamento con qualcuno è diventato così importante. Perché da quella sera in cui i sentimenti, le parole e il corpo sono stati insieme, ci è parso di poter riscrivere il mondo. Forse non per l'umanità, solo per noi due. Dopo la fine, dopo gli addii, abbiamo tentato di ritornare: abbiamo fatto la coda per pagare le bollette, siamo saliti e scesi dai treni, abbiamo fatto la spesa al mercato. Ovunque, comunque qua fuori si festeggiano nuovi despoti; avendo assaggiato la promessa di Spartaco, avendo immaginato con altri schiavi che l'umanità sarebbe stata libera, è difficile credere a quel che dicono. Seimila croci sull'Appia dove gli altri ribelli sono morti ci ricordano la fine della nostra rivolta. Chissà come siamo sopravissuti, ma siamo davvero sopravissuti? Quindi nella folla, come naufraghi, allunghiamo una carezza, l'ultima bracciata, verso te, che pari una sponda. Te che prendi questa mano e non sei aria inutile e infinita ma carne, oggi, accogli i miei desideri, capisci la mia rivolta e mi aiuti a guardare fiero questa strada, dove tutti i miei compagni sono morti. Ascolto il tuo dolore per i tuoi morti ed è come il mio, per le campagne violentate e gli animali deportati da un paese all'altro per una macellazione universale. Ci ascoltiamo, ci capiamo, Otello e Desdemona nel finale del primo atto, piangiamo e ci consoliamo per la nostra sventura, per la nostra pietà. Aspettiamo Iago, come se Iago fosse un altro. Dov'è andata un'altra settimana?
copertina
Le vie del ritorno
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