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10 febbraio 2012
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Un inedito di Alessandro Carrera: Considerazioni a un anno dall’11 settembre
(scritte da uno che dopo sette anni che ci abitava ha lasciato New York il 10 settembre 2001)
Perché Jerzy Kosinski, scrittore ebreo dell’Europa Orientale scampato allo sterminio e destinato a concludere tragicamente la sua vita in America, aveva intitolato Esserci un romanzo che ha tutte le apparenze di una satira della democrazia televisiva? (Esserci, titlo originale Being There, è stato tradotto in italiano con Presenze, ma forse qualcuno ricorda Oltre il giardino, il pregevole film di Hal Ashby che ne è stato tratto, con Peter Sellers protagonista.) Chance, il protagonista, è un minorato mentale che non sa né leggere né scrivere. Sa solo guardare la televisione e curare il giardino della casa dove vive. Quando tutt’a un tratto si trova estromesso dal suo rifugio e gettato nel mondo, non capisce la differenza tra guardare la televisione e guardare la realtà. Coinvolto per caso in un ambiente di potenti uomini politici, il suo assoluto candore e il suo essere senza passato, e quindi non ricattabile, lo fanno ritenere il candidato ideale per l’elezione alla presidenza degli Stati Uniti. Splendida parabola. Ma perché chiamarla Esserci, perché un titolo così impegnativo?
Forse è questa: che Chance non è nient’altro che l’accadere del suo essere. È, come dice il suo nome, il "caso", l’occorrenza bruta del suo esistere. Senza avvertire differenze tra esistenza ed essenza, ignaro della sua coscienza come ne sono ignari gli animali, Chance vive una perfetta coincidenza di apertura e di presenza. Non percepisce il tempo, non prova desideri, non sperimenta nessuna deriva del senso e nessuna caduta dalla sua condizione edenica. Non può lasciare traccia di sé, è totalmente uno con il tutto e con il nulla. È un esserci per gli altri, che vorrebbero dare un significato al suo apparire, ma per se stesso, semplicemente, è - senza accadere. È un segno senza significato o, per meglio dire, la sua intera esistenza è un enunciato puro, che non si incarna in un testo e non si presta al senso. Ha luogo, ma non fa altro che aver luogo. La ragione e il discorso non vi prendono posto.
Eppure, anche se testimone di niente, e incapace di provare dolore per sé e per gli altri, Chance è il paradossale, lontanissimo parente degli innumerevoli testimoni integrali che hanno visto la pietrificante medusa della storia ma non hanno detto nulla e non hanno scritto nulla che li faccia uscire dal loro puro esserci. Sono loro, i rinchiusi nelle infinite successioni dell’apparire che rimangono inaccessibili al lavoro del segno e dell’interpretazione, a sperimentare senza saperlo quello che il Gallo Silvestre di Leopardi chiamava "l’arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale", sempre sull’orlo "di dileguarsi e perdersi innanzi di essere dichiarato né inteso", nel non accadere di ciò che non è mai stato interpretato né lo sarà mai.
Ma c’è stato un momento, nella storia recente, in cui tutti noi ci siamo trovati nella condizione di Chance il giardiniere. Tutt’a un tratto siamo stati gettati in un mondo di cui non avevamo le coordinate, e nel quale abbiamo perso la capacità di distinguere tra realtà e televisione, tra evento e testimonianza. È accaduto l’11 settembre del 2001. Molti abitanti di New York hanno visto con i loro occhi gli aerei schiantarsi contro le Torri, e ancora di più le hanno viste crollare. Sono loro, in apparenza, i testimoni letterali, quelli che possono dire: "Io ho visto, io c’ero". Ma un numero molto più grande di persone, negli Stati Uniti e nel mondo, ha visto la stesso evento in televisione, negli stessi istanti in cui si stava svolgendo. Se teniamo fede al senso comune, secondo la quale per essere testimone di un avvenimento bisogna essere presenti con il proprio corpo e i propri occhi, solo chi si trovava sotto le Torri ha visto la cosa vera, mentre chi stava davanti a un televisore ne ha visto solo una rappresentazione, per quanto realistica e in tempo reale. La limitavano le caratteristiche del medium, che andavano dalle dimensioni dello schermo all’angolo di incidenza delle cineprese. Soprattutto, chi ha guardato la televisione può dire: "Io ho visto", ma non potrebbe dire: "Io c’ero".
E però, che l’evento potesse essere trasmesso in tempo reale era precisamente l’effetto voluto dagli attentatori, non una sua aggiunta posteriore. L’intervallo tra l’impatto del primo aereo e quello del secondo era calcolato in modo che le troupes televisive avessero modo di giungere sul posto e di iniziare le riprese. Il senso dell’azione consisteva nel suo essere diffusa mentre avveniva, con la conseguenza che vederla svolgersi in televisione rendeva istantaneamente suoi testimoni. La torsione del reale così introdotta ha modificato lo stesso statuto della testimonianza. Chi era sul posto ha visto gli aerei esplodere e le Torri crollare, ma non ha visto la ripresa televisiva, che era una parte essenziale, anticipata e predisposta, dello stesso evento. Che era, a tutti gli effetti, la verità pubblica che il mondo, meno gli abitanti della punta meridionale di Manhattan, ha veramente vissuto. Chiunque abbia visto le Torri crollare in diretta alla televisione, chiunque (come chi scrive) abbia ascoltato in diretta dalla sua autoradio quello che si stava svolgendo, può dire: "Io c’ero", perché il segno dell’evento, il suo accadere, si svolgeva precisamente nei catodi dei televisori e nei transistor delle radio.
È stato Arthur A. Cohen, scrittore e teologo ebreo americano, in una sua interpretazione dell’Olocausto intitolata The Tremendum, a porre la distinzione tra testimonianza letterale e testimonianza reale. Testimone letterale è chi ha visto lo sterminio con i suoi occhi, che ne può dire la lettera. Testimone reale è colui che ha ascoltato il racconto dalla viva voce del testimone letterale, e che potrà quindi tramandarlo come in una nuova liturgia. Ma l’11 settembre 2001 la distinzione posta da Arthur Cohen si è rovesciata. Non chi era sul posto era il testimone letterale, bensì chi si è bloccato con gli occhi e le orecchie spalancati davanti a uno schermo televisivo o all’altoparlante di una radio. Testimone reale, paradossalmente, è colui che era sul posto, ma non ha visto quello che i terroristi volevano che il mondo vedesse, e che dunque ha dovuto vederlo in differita o farselo raccontare.
Una docente italiana in visita a New York e che ha visto le Torri crollare dall’angolo tra la West Broadway e Bleecker Street ha poi raccontato che per alcuni giornate la zona sud di Manhattan era rimasta tagliata fuori dall’assedio mediatico, nonché dalla farragine delle interpretazioni: "Ci sono stati quattro o cinque giorni di sospensione, in cui la realtà ha avuto il sopravvento sulla sua verbalizzazione: la realtà concreta dei soccorsi, delle ambulanze, del fumo... in questa ‘zona temporaneamente autonoma’ dai media e dallo spettacolo, nessuna vertigine estetica. Solo l'odore di bruciato, la polvere, le ricerche dei dispersi, i volontari, le candele, i volantini con le foto dei morti: il lavoro del lutto al dettaglio. Un amico mi ha scritto dall'Italia con amarezza: ‘Voi lì siete una minoranza. Voi avete visto la cosa, mentre il resto del mondo ha visto la cosa in immagine, cioè la cosa vera’. Sul momento mi era parsa una frase assurda. Poi ho capito cosa volesse dire" (La citazione viene dall’articolo di Carla Benedetti Che cos’è la terza guerra mondiale?, uscito su "Carta", n. 12 del 2001).
L’inversione di ruoli fra testimonianza primaria e testimonianza secondaria, tra chi c’era ma non ha visto (non ha visto quello che gli attentatori volevano che si vedesse), e chi non c’era ma ha visto (ha visto quello che gli attentatori volevano che si vedesse), ha ridotto tutti i testimoni al loro puro being there, a un esserci deprivato di qualunque connotazione etica ed esistenziale. Un esserci ammutolito, senza esistenza e senza progetto, che può solo guardare e che c’è solo se guarda. D’un colpo, terroristi venuti da un’inaudita collisione tra antisecolarizzazione e postmodernità hanno svelato la verità del progetto al quale tendono sia i fondamentalismi presenti e futuri sia le forze più ciniche che stanno ai vertici delle democrazie occidentali e dei loro media. Mentre guardavamo le Torri crollare eravamo diventati finalmente ciò che tutti loro volevano che fossimo: centinaia di milioni di idioti con il telecomando in mano, e un solo programma su tutti i canali.
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La voce di Bob Dylan
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