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L'avventura di un romanzo. Troppo umana speranza di Alessandro Mari. Sesta parte
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"Beh quell'asino è una grande invenzione. Lo dico ad Alessandro. E gli chiedo se ha mai visto Au hazard Balthazar di Robert Bresson. Un film del 1966. Non lo ha visto, ma pochi giorni dopo mi porta le sue impressioni. Naturalmente positive. Quella era la storia di un asino che passa da un padrone all'altro, e conosce la cattiveria degli uomini. Astolfo non è così sfortunato..."
Alberto Rollo, direttore letterario di Giangiacomo Feltrinelli Editore, racconta la "grande avventura" di un esordiente...
In fondo alla pagina, Alessandro Mari e Alberto Rollo conversano in video.
Lo scrittore Tiziano Scarpa ci ha inviato questo commento sull'Officina editoriale, che volentieri pubblichiamo: E' una cosa bellissima perché si dà la misura di quanto nelle case editrici si lavori per far germogliare pianticine che possono diventare querce nell'assoluto rispetto del progetto artistico individuale. Insomma in una parola si fa cultura e non solo marketing come ormai è luogo comune sostenere.
L'officina editoriale
1. Un collaboratore appassionato.
E così un giorno appare Alessandro Mari. E' un collaboratore
della casa
editrice. E' appena uscito dalla Scuola Holden. E' un pynchoniano di
stretta osservanza. Dà il suo contributo alla collana di
documentari
Real Cinema. Si muove con scioltezza. Finiamo per incontrarci. Usciamo
a pranzo. Parliamo di tutto. La sua è quella che mi piace
chiamare
"jumping conversation": una bulimia della condivisione. Il tempo
è poco
e c'è una quantità di temi da affrontare. Dunque
corre. Prende la palla
e taglia l'acqua. (Mari è un ex giocatore di palla a nuoto,
e si vede
dalle spalle). Cerca la rete, imbuca e si riprende la palla, e magari
va a imbucare nell'altra rete come se giocasse in entrambe le squadre.
Occupa il campo. Lui fa così. E mi piace. Alla nostra tavola
c'è spesso
Carlo Buga, junior editor della narrativa italiana. Partecipa. Ascolta.
E matura una schietta simpatia per questo strano intellettuale
"ginnico". Mi accorgo che il giovane Mari potrebbe avere ambizioni
letterarie, ma lui non ne fa cenno e io neppure. Sono abituato a stare
in guardia, su quel fronte. E infatti è proprio il giovane
Carlo che un
giorno mi porta la confidenza che ha avuto da Mari. Da come lo dice e
da pochi dettagli, ritengo sia giunta l'ora di invitarlo a una
colazione senza jumping conversation. Beh, il progetto è
grande, anzi
enorme. Lo sta maturando da tempo. C'è un giovanissimo
"paesano", uno
che si chiama Colombino – è un orfano, allevato da
un prete molto
paterno, e fa lo spala merda - quello che raccoglieva il concime nei
campi. Siamo nell'Ottocento, ma io sento una campagna lombarda che
rimanda ad Olmi e al suo Albero degli zoccoli, sento che c'è
una
passione, sento che c'è un disegno amplissimo che da
Colombino si apre
sull'Italia della prima metà del secolo dell'unificazione.
Risorgimento, dico. Fra due anni ci sarà il 150enario. Non
si poteva
non pensarci, ma questa prospettiva storico-risorgimentale
progressivamente verrà ritraendosi.
Insomma Carlo ed io chiediamo qualcosa da leggere…
2. Le prime 250 pagine
E qualcosa arriva. 250 pagine che aprono il romanzo. Carlo mi scrive un
sms la domenica. Mari, un capolavoro. Accidenti. Siamo in area
"accelerazione". Bisogna spingere.
Quando chiudo questo primo segmento di romanzo, sento la
necessità di prendere fiato. C'è la scioltezza
del grande raccontatore. C'è un bellissimo personaggio di
"idiota" contadino a cui poi fan seguito almeno altri due personaggi
che alternativamente si prendono lo spazio dell'attenzione. E
c'è anche un giovane Garibaldi in Sud America.
Quelle prime 250 pagine sono una promessa che si compie. Vien voglia
quasi di pensare che la storia finisca lì, e lì
dove finisce si muove una scena potente: Colombino ha perso il padre
putativo (un vecchio prete che aveva anche pensato alla sua "dote", ma
nessuno lo sa) e va a chiedere la mano della bella Vittorina, lui senza
nulla di nulla. Il padre e i fratelli di Vittorina lo riempiono di
botte una prima volta. Lui si alza in piedi e con grande
serenità torna a chiedere il consenso, e per la seconda
volta arrivano le bastonate. E' a terra. Sanguina. Gli altri lo
scrutano, in attesa. Forse ne hanno addirittura pietà. E lui
si rimette un'altra volta in piedi e ripete la sua richiesta. Le
bastonate questa volta lo lasciano inconscio a terra e quando si
risveglia, per nulla demotivato, inventa un piano per far sì
che un giorno Vittorina sia la sua sposa. E' un momento grande. Con un
senso della scena altissimo.
Quel ragazzo che si rialza dalla terra lombarda, umida e generosa.
Quella testardaggine da uomo giovane, che tuttavia non ha in mente
categorie come onore o vendetta. Quella grazia virile dell'orfanezza.
Erano quei segni la conferma che avevamo fatto bene ad ascoltarlo, il
giovane Alessandro Mari.
Bastano pochi giorni per metterlo sotto contratto. Ora bisogna andare
avanti.
Un titano al lavoro
Rischio scontato ma devo dirlo. Leggere un romanzo pubblicato e leggere
un romanzo mentre è ancora tutto unto di grasso d'officina
è completamente diverso. Un editor e il suo editore sono
là dove si deve scegliere, dove si devono dare o togliere
opportunità, dove la pasta lievita.
Siamo con l'autore, in un fianco a fianco che non è sempre
di mero e gratuito incoraggiamento, ma certamente sempre di
condivisione. Soprattutto quando l'autore non esiste ancora come tale
ed è invece scrittore di fatto. Nel caso specifico la
sensazione è fortissima, perché, da quando ha
cominciato a consegnare segmenti di romanzo, si è rivelato
un titano del lavoro. E si è rivelato uno scrittore
beneficamente ossessionato dall'opera e dai personaggi.
Mi viene da pensare a un Hugo. Mi piace pensare ad Hugo.
E' strano come questo ragazzo che discettava su L'arcobaleno della
gravità, su questo naturale figlio del postmoderno, mi si
riveli ora come un tardo romantico dominato dalla
muscolarità della storia raccontata, dalla ossidrica messa a
fuoco del succedersi delle scene.
La vicinanza con Carlo, che è anche una vicinanza di
età, fa sì che io possa osservare anche dal di
fuori come Alessandro Mari si muove. Ci sono dei riti fra di loro,
c'è una frequentazione più fitta. Carlo raccoglie
il materiale, lo legge, lo commenta. C’è una
snellezza in quel continuo passaggio, elettronico e non, di pagine che
la mia curiosità ne esce ravvivata ma non ansiosa.
Aspetto di leggere un nuovo plico di pagine. Mari promette un gran
teatro di eventi in questa seconda parte. Conto di partire per le
vacanze estive con il famoso plico. E in effetti così
avviene. Sono nuove 500 pagine.
3. Un passo e poi un altro
Il buonsenso della carne. Che bel titolo, mi dico. Nella prima parte
del romanzo, ve ne erano le premesse. I personaggi si erano presentati
floridi di giovinezza, e la giovinezza è per
l’appunto anche carne,
carne che sa, carne che vuol sapere, carne che resiste.
E comunque la Seconda parte comincia così: “Un
passo e poi un altro,
ecco la promessa di ogni ora, ché fermarsi a piacimento mai
si dovrà,
anche se concedersi una sosta forse si potrebbe, indulgere un poco e
rifiatare, lasciar fluire in pace il sangue”. Me ne sono
accorto più
avanti. Mari parla del suo Colombino ma ci sta parlando di
sé, del suo
romanzo. Un passo e poi un altro. E’ così che lo
sta costruendo, è così
che sta pensando al ritmo del racconto. Colombino attraversa
l’Italia,
da Sacconago a Roma, Alessandro Mari attraversa il tempo del romanzo da
Guerra e pace a L’arcobaleno della gravità.
L’architettura del romanzo si è già
rivelata con limpidezza. Ci sono
quattro personaggi che si alternano, che lasciano la narrazione sospesa
e poi ritornano tre capitoli in più in là. Come
in Tolstoj e i suoi
personaggi, secondo, per l’appunto, un procedimento classico
che
volentieri potremmo far risalire alla “macchina del
Furioso” – secondo
una definizione di Corrado Bologna a proposito di Ariosto. Sono
personaggi, quelli di Mari, che a tutta prima (vale a dire nella prima
parte) sembrano non poter avere connessioni ma il patto implicito vuole
che l’alternanza sia promessa di nessi, di incontri. Li
aspettiamo. Ma
intanto ci conforta quel “passo e poi un altro”.
Mari costruisce con
perizia da muratore d’altri tempi. Mattone, cemento
– mattone, cemento.
Gli piace proprio questo procedere per strati successivi, gli piace
sentire se il muro tiene, e come vien su.
4. La macchina della narrazione
Mi chiedo da dove nasca, in lui, questo progetto di grandi dimensioni.
E’ una domanda che mi tormenta (e mi conforta) da quando ne abbiamo parlato.
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’imporsi di interessanti forme restaurative – si scrivono romanzi come se la storia letteraria del Novecento non fosse esistita, come se non ci fosse stata una crisi, come non ci fossero stati né Musil, né Joyce, né Beckett. Agli editori piacciono le forme restaurate della narrazione, i generi soprattutto. Perché i generi (gialli, thriller, vampiri) al pubblico piacciono, come se fosse viva la logica della narrazione tradizionale. E infatti è così. Il pubblico dei lettori è stato educato eccome (e non lo dico polemicamente) - dalle serie tv, e lì ha imparato che esistono fatti obbedienti alla dinamica causa-effetto, che quella dinamica può produrre episodi all’infinito.
Mari lo sa. Ne abbiamo parlato, nelle nostre jumping conversations. Lui sa che il romanzo postmodernista smembra il romanzo classico e lo rimonta lasciandone visibili i meccanismi.
Ma quanto più i meccanismi sono visibili tanto più è alta la fascinazione che essi producono.
Mentre entro nella Seconda parte, avverto che il giovane Alessandro Mari sta raccontando raccontando raccontando. Con furia. Con erotica baldanza. E’ lui la macchina. La sente in sé e ce la restituisce, episodio dopo episodio, “un passo e poi un altro”.
Il corpo del Capitano
E Garibaldi? Ma sì c’è Garibaldi. E’ uno dei quattro personaggi. E’ l’unico personaggio con fondamenta storiche. Entra nel racconto con scene di battaglie e di naufragi. Siamo nel periodo sudamericano. E’ sfuocato dapprima, e io sono contento perché la sua verità storica è bene che sia appena accennata. Quando diventa più percepibile, è perché è arrivata Ana Maria de Jesus Ribeiro, Aninha. Ma anche qui lo sentiamo più vicino perché parla attraverso la sua sensualità non attraverso i gesti della Storia: vede Anita dal càssero della nave, e ne segue l’andatura su per un vicolo fin dove sparisce, insegue la promessa di una felicità della carne che diventa cielo, e poi la ritrova in casa dello zio di lei. Il cielo acconsente. Aninha è già pronta a partire con quell’italiano dagli occhi di miele. Sono due giovani che si consumano negli umori del sesso. Da allora è con gli occhi di Aninha che vediamo il capitano Garibaldi. Sono a metà della famosa seconda parte del romanzo e capisco che la formula “romanzo storico” è fondamentalmente impropria.
Di cosa ci racconta il Mari, mentre ci lascia intravedere che – come sappiamo dai libri - il suo Garibaldi si trasferirà a Montevideo, diventerà generale, e tornerà in Italia?
E’ l’italiano che ama le donne, è l’italiano romantico e coraggioso, è il compagnone che si ubriaca con gli amici, è l’italiano che sospira pensando alla madre patria lontana.
Ma la patria non è ancora patria – è solo una terra abbandonata.
Leggo le pagine dattiloscritte del romanzo di Mari e mi dico che la sua visione di quella prima parte di Ottocento emerge, anche qui dove abbiamo a che fare con uno dei padri della patria, da un incantamento. Giuseppe Garibaldi come è apparso ad Alessandro Mari – petto gonfio, sesso gonfio, sogni gonfi. C’è quasi un sospetto di goffaggine. E ci piace. Una goffaggine che continua a chiedere e trovare redenzione dentro il corpo di Anita.
5. La quantità
Da quando è cominciata l'avventura di Troppo umana speranza (ma allora portava un altro titolo, lo vedremo più avanti), il tema "dimensioni" è stato all'ordine del giorno.
Ancora prima di mettersi concretamente al lavoro, Alessandro Mari prefigurava un'opera di grandi dimensioni.
Ne abbiamo parlato spesso. Ho sempre cercato di andare al di là della dichiarazione di intenti. Mari la vedeva proprio la quantità, e non ne aveva paura. Non solo, in qualche modo, quell'avere spazio lo confortava, lo spronava.
Noi, che avevamo scommesso su di lui dopo le prime 250 pagine, avvertivamo lo stesso sprone.
Era come se avessimo puntato sul fiato di un corridore. Ci aveva fatto sentire la falcata, il ritmo e la pienezza del respiro. A quello si allacciava una nostra certezza. Il vero interrogativo era come le vicende si sarebbero srotolate sulla pagina.
Che possedesse il senso della scena, lo aveva dimostrato ampiamente. Ora si trattava di capire come il senso della scena si sarebbe accordato alla sequenza dei fatti. E come i quattro personaggi si sarebbero alternati a fare di quattro destini una sola storia.
La leggenda
Passo l'estate con le nuove 500 pagine del romanzo. Appena torno in città chiamo Alessandro. E' una mattina relativamente fresca di agosto. Ci diamo appuntamento in un bar in corso Lodi. Non è un luogo che ci appartiene. C'è un interessante straniamento in questo vederci lì, fra luce e ombra, senza il terziario avanzato del centro, in una quasi soffice atmosfera di vacanza.
Il tema è di qualche peso. Strutturale, ma non solo. Nella seconda parte del romanzo i quattro leading characters hanno acquisito tratti definitivi. Garibaldi è il generale Garibaldi ma è anche marito e padre di una Anita inquieta, gelosa, furiosamente complice dei progetti libertari del suo uomo. Lisander, pittore di qualche talento e frequentatore dei salotti (ma soprattutto delle camere da letto) di certa aristocrazia milanese coltiva il grande progetto di passare alla nuovissima arte della fotografia. Leda arriva a Londra (nella Londra dei rifugiati italiani) per spiare le teste calde (primo fra tutti il Maestro Mazzini. E Colombino ha cominciato il suo viaggio verso Roma, dove è sicuro che il Papa benedirà il fidanzamento con la bella Vittorina.
Ecco appunto, Colombino. Si parla di Colombino. Il giovane "idiota" porta in scena una follia gentile, un'aura di leggenda popolare, ma soprattutto toni incantati, lirici e favolistici. Complice la presenza del fedele mulo Astolfo, la solitudine di Colombino non è mai tale. C'è un sentore di umanissima magia animale, c'è un germinare di dialoghi, c'è soprattutto una intesa che si inumidisce di occhiate languide e protettive – e tutto ciò mentre la terra si consuma sotto i passi di entrambi, lenti e decisi. Finchè quella stessa terra, nel mezzo della boscaglia, si apre e li inghiotte. Siamo in un "grotto". Colombino è ferito. Astolfo è al suo fianco. Sopra di loro attraverso un pertugio l'alito e la luce dell'inverno. Che cosa ha in mente? mi chiedo. Qui si avverte uno scatto – netto palpabile. Qualsiasi sospetto di "realismo" qui si complica. E non siamo solo di fronte alla "favola", siamo in presenza a una vicenda che chiama in causa la volta altissima del cielo. Tanto è piccolo Colombino tanto grande è il suo cuore, tanto grande è la sua avventura umana.
Dovremo tenerne conto, dico ad Alessandro – dopo il secondo caffè. Lui è consapevole. E' consapevole di aver chiesto al suo personaggio un respiro quasi magico. Ed è una sorpresa. E' stata la sorpresa di queste pagine. Ci fermiamo a lavorare, capoverso per capoverso, sull'episodio del grotto. Concordiamo sulla necessità che perda i limiti temporali che aveva. Qui c'è il palpito della terra.
6. L'asino Astolfo
Beh quell'asino è una grande invenzione. Lo dico ad Alessandro. E gli chiedo se ha mai visto Au hazard Balthazar di Robert Bresson. Un film del 1966. Non lo ha visto, ma pochi giorni dopo mi porta le sue impressioni. Naturalmente positive. Quella era la storia di un asino che passa da un padrone all'altro, e conosce la cattiveria degli uomini. Astolfo non è così sfortunato né ha la funzione di reggere sulla groppa il Male. Eppure quando, per accidenti che lasciamo scoprire ai lettori, si trova senza Colombino, finito in galera, e ha un nuovo malintenzionato padrone, la mia memoria corre a Balthazar. Si stringe il cuore. Si allarga la rabbia. E si capisce come Mari mi sta raccontando di un animale che devo considerare fratello, non meno di quanto lo consideri fratello il suo protagonista. Fratellanza. E amicizia. Sono parole chiave. E' in momenti come questi in cui mi appare chiaro come Mari abbia avuto ragione a calare la sua storia in quell'Ottocento prerisorgimentale. La fratellanza fra uomo e animale lascia trasparire, nel suo eccesso magicamente sentimentale, una fratellanza cercata, ambita, carezzata. Una volontà e quasi un'ebbrezza di intesa che diventa movimento. Colombino confida nell'ascolto di Astolfo e Astolfo confida nel cuore ardimentoso di Colombino. Sono in verità “amici” e c'è uno scambio delicatissimo fra umanità e animalità senza passare attraverso tentazioni antropomorfiche. Astolfo commuove come Balthasar, ma anche come gli eroi innocenti del melodramma italiano. Sappiamo dall'inizio che ci farà piangere.
To be
continued…
Il romanzo
Troppo umana speranza di Alessandro Mari
In libreria dal 12 gennaio 2011
"Colombino si guardò i piedi, infilati nei calzettoni di
lana e negli zoccoli. Tre passi, e tutto sarebbe cominciato. Tre passi
soltanto. Perché al primo si è solo partiti, al
secondo si può ancora rinunciare, mentre al terzo
è tardi, resta solo il tempo di guardarsi indietro."
Prima metà del diciannovesimo secolo. Sullo sfondo di
un'Italia che non è ancora una nazione, quattro giovani si
muovono alla ricerca di un mondo migliore: un orfano spronato dalla
semplicità che è dei contadini e dei santi; una
donna, sensi all'erta e intelligenza acuta, avviata a diventare una
spia; un pittore di lascive signore aristocratiche che batte la strada
nuova della fotografia; e il Generale Garibaldi visto con gli occhi
innamorati della splendente, sensualissima Aninha.
Siamo di fronte a un'opera che si muove libera nella tradizione
narrativa otto-novecentesca – europea e americana. Racconta,
esplora documenti, inventa, gioca e tutto riconduce, con sicuro
talento, a un solo correre fluviale di storie che si intrecciano e a un
sentimento che tutte le calamita.
Alessandro Mari scrive un grande romanzo sulla giovinezza. La
giovinezza del corpo, della mente, di una nazione. Una grande storia
popolare.
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L'autore
Alessandro Mari è nato nel 1980 a Busto Arsizio. Si
è laureato con una tesi su Thomas Pynchon. Ha cominciato
giovanissimo a lavorare per l'editoria, come lettore, traduttore e
ghostwriter.
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