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Il viaggio che ti cambia la vita. Le risposte dei lettori
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In Voglio l'America Enrico Franceschini racconta il viaggio che gli ha cambiato la vita e permesso di realizzare un sogno. Abbiamo chiesto ai lettori di raccontare il viaggio che ha cambiato loro la vita. Qui di seguito il commento di Franceschini e i testi dei lettori.
“Barbara Picci ci racconta per immagini il viaggio unico e straordinario in Birmania, con una bellissima citazione del grande Kipling. Floriana Raggi ricorda la "sua" Africa e le Afriche che sorgono ovunque. Angela Vita rivive il viaggio in Tarragona come studentessa, quando ha spiccato il volo forse per la prima volta. Arianna Lenzi esplora, in parole e immagini, le tracce della tragedia dell'Olocausto in Polonia. E poi Alessandra Frantini, Mlardo e Sabina Ronconi ci raccontano un altro tipo di viaggio, quello che porta alla creazione della vita: e se non te la cambia quello, l'esistenza, nulla può farlo. Sono tutte donne, chissà se è un caso: Ulisse, viaggiatore mitologico, era uomo, ma la sua odissea era popolata di voci e richiami femminili. A tutte diciamo grazie di averci permesso di viaggiare per un poco in loro compagnia.”
Enrico Franceschini
I contributi dei lettori
Floriana Raggi
Il valore dell’incontro
Apro l’armadio, anzi gli armadi e mi rendo conto di avere capi di abbigliamento che possono bastare per gli anni che restano. Decido di ridurre il consumo di carne a una volta la settimana o ogni 15 giorni e riscrivo la scaletta delle priorità. In cima metto il tempo da dedicare alle persone che incontro e a quelle con cui sono in contatto; “beni relazionali” che necessitano di ritmi duttili, da modulare caso per caso. Ho il privilegio di vivere un tempo fuori dagli impegni di lavoro, lontana dal ruolo istituzionale che mi ha tenuta in ostaggio per più di trentacinque anni. In questa specie di regno di Kirghisia scorrono nella retina le immagini del sahel burkinabè percorso a gennaio 2009. Il paese degli uomini integri è il penultimo o il terzultimo nella classifica dei più poveri del mondo? Già, la povertà dell’Africa affiora al primo impatto, ma poi per chi vuole cercare la ricchezza nascosta non è difficile scoprirla. Non c’è petrolio, nè coltan, nè diamanti o fosfati, oltre tutto si deve importare anche l’igname, il tubero alla base dell’alimentazione. Qui cresce solo miglio, sorgo, mais e poco altro; ed è il miglio, cotto in grandi marmitte, che viene dato ai bambini delle scuole, distribuito nei pentolini colorati portati da casa. Poche le verdure, ma fioriscono come miracoli se l’acqua viene estratta da pompe e ben canalizzata va a drenare terreni semi desertici. Semplici interventi e la comunità rinasce, gli uomini non sono più costretti a emigrare e a scuola possono andare tutti i figli, non solo i maschi o quelli ritenuti idonei. Gli scolari camminano a lungo, con un piccolo sacchetto dietro la schiena, chilometri di sahel o savana per arrivare in un’aula disadorna dove incontrano maestri autorevoli e fieri di crescere i futuri cittadini, i futuri dirigenti, forse presidenti. Imparano il francese, e la storia che ora viene insegnata non è più quella che diceva loro: Mossi, Bobo, Dioula, Peul, Tuareg, che discendevano dai Galli. Da quando l’Alto Volta è diventato il Burkina Faso di Thomas Sankara si è diffuso un sentimento di riscatto e di orgoglio che la sua morte cruenta non ha assopito, nonostante i 22 anni trascorsi. La sua immagine può apparire sul cellulare dell’autista del pullman, o sorvegliare scene domestiche di famiglie appartenenti al ceto medio, dal più alto ripiano del mobile della sala da pranzo. Nelle capanne di fango dei villaggi, prive di arredi, si affaccendano donne che spezzano i cereali a mano, rullando pietra su pietra. La vita quotidiana è immersa in una natura sempre più ingrata: nel periodo più freddo dell’anno - tanto per confermare i mutamenti climatici in corso - si sono sfiorati i 40 gradi. Stupiscono gli anziani, ma non disperano, non perdono il sorriso di fanciulli. E ti accolgono con un rituale antico fatto di lunghi saluti, al ritmo tranquillo che dà valore all’incontro.
Angela Vita
Iniziava a far caldo a maggio a Messina, ma quell’ufficio posto in un sottoscala non era ancora riuscito ad attirare l’afa meridionale.
Il mio dito scorreva sul quel lungo foglio appeso ad una parete e lo attraversava seguendo la riga.
Alla fine c’era scritto: Tarragona.
Non ci potevo credere, ero stata scelta per partire come studentessa Erasmus in Spagna. Era da sempre il mio sogno poter vivere quella meravigliosa esperienza e adesso toccava finalmente a me. Non me ne capacitavo, per cui entrai nella stanza dell’impiegata e chiesi: “ Mi scusi, accanto al mio nome c’è scritto Tarragona, cosa vuol dire?” “ Vuol dire che te ne vai in Spagna!!”
Non ebbi nessuna esitazione. Non mi interessava cosa avrebbe detto il mio ragazzo di allora che non ne sarebbe stato affatto contento, io sarei partita.
E così feci.
Dopo 4 mesi ero sull’aereo che mi portava in quella città catalana a 100 km da Barcellona.
E’ stata l’esperienza più bella della mia vita. I sei mesi più eccitanti.
E non mi importava di essere lontana da casa, di stare in un paese straniero…
Insieme ad altre 3 ragazze italiane, a me sconosciute affittai una casa e quante ne combinammo lì dentro.
Eravamo spensierate, felici dell’esperienza. Riuscivamo a ridere di ogni stupidaggine.
E quanta gente ho conosciuto. Ragazzi provenienti da diversi paesi europei e anche da altri continenti, tutti lì insieme a me e che con me condividevano la spensieratezza e la voglia di divertirsi e di entrare in contatto con diverse culture.
Certo poi si doveva anche studiare, ma quello è stato un dettaglio, un ostacolo facilmente superato.
Al mio ritorno in Italia è stato difficile riuscire a spiegare agli amici le sensazioni provate. Venivo presa in giro perché equiparavo qualsiasi cosa all’equivalente spagnolo.
Quel viaggio mi ha cambiato la vita perché mi ha reso più solare, meno individualista, meno egoista.
E poi mi ha insegnato ad amare la Spagna, tanto da sentirmi spagnola d’adozione. I miei studi di lingua spagnola poi hanno fatto il resto…
Alessandra Frontini
È l’alba e sono davanti alla saletta piccola, per la tricotomia. Il mio “trico cosa?!” sbarrato, accigliato, diverte la ragazza che, di fronte a me, brandisce un pessimo rasoio usa-e-getta. Tento di opporre un debole “veramente io sono in lista per...” ma, di nuovo abbagliata dai suoi mille denti, vengo messa al corrente che “è per l’igiene”. Non aggiungo altro. Taccio. Ho fretta. Non vedo l’ora che sia il mio turno. Sono sveglia dalle cinque e mi hanno appena comunicato che mi mettono per ultima. Sono pulita, ma nel box mi c’infilo lo stesso, che chissà quanto tempo passerà prima che possa farmi un’altra doccia. Chiedo un asciugacapelli in prestito. Rimetto la camicia da notte e soffoco la chioma in un elastico senza parti metalliche, dono della dirimpettaia. Riesco a stare seduta un minuto prima che mi invitino al piano terra. Sono orizzontale. Quello sul quale giaccio non è poi così originale, da queste parti, come mezzo di trasporto. Sembra così ridicolmente piccolo sotto la mole del mio corpo! Eppure passa a stento nei corridoi, fatica a infilarsi nell’uscio mobile dell’ascensore, stende le porte.
Mi brucia tutto lì sotto. Un donnone ha inserito un catetere nel mio fino ad allora privato canale urinario. Le infermiere dicevano che mi avrebbe dato un po’ fastidio. Mentivano: mai provato un bruciore altrettanto forte prima. Il mio consorte è lì, accanto a quel fuoco, al mio corpo, alla mia solida, lucida, minuscola, gigantesca barella. Mai visto un uomo così bello, forte, paziente. Mai vista una roccia così maestosa e insieme fragile. Inizia il viaggio. Lui può arrivare solo fino all’ingresso del corridoio. In fondo c’è la sala operatoria. Mi parcheggiano all’interno. Chiacchiero con le infermiere che passano di lì. Mi montano una flebo dura e scomoda sulla mano. Resto orizzontale fino a mezzogiorno e mezzo. Poi, finalmente, mi portano dentro-dentro. Sono tutti gentili e disponibili. Chi mi offre le mani, chi lo sguardo, chi un consiglio. L’epidurale duole quanto il pizzico di una zanzara. Magari tigre, ma nulla più. Mi stendono sul tavolo operatorio e la pancia scompare dietro un lenzuolo quadrato a cinque centimetri dal mio collo. È il 19 febbraio. L’intervento inizia verso l’una. Venti minuti dopo il poco fiato che si fa largo nella mia gola, implorante, riesce a chiedere “perché non piange?”, esattamente quattro (lunghissimi) secondi prima dell’urlo più forte, splendido, commovente che un essere umano possa udire. “Oddio, respira” è l’ultimo pensiero lucido; poi lo vedo e qualcosa si squaglia fragorosamente dietro lo sterno; piango io, piano, come in uno sciame sismico dopo la scossa regina. Mario sta bene. Pesa tre chili e tre. È bellissimo ed è dei pesci. È nato con taglio cesareo perché aveva capito tutto fin dall’inizio: “invece che stare a testa in giù”, si deve essere detto, “me ne resto seduto come un Buddha, in attesa che il mondo mi passi davanti”.
Tremo. Freddo? Emozione? Consapevolezza? Tremo da far fatica a parlare. Il taxi full optional dell’andata mi accompagna dal neo papà. Eccolo qui. È in piedi. Frastornato. Mi dice “bravissima” con lacrime d’aria, leggere come campane a festa. Mai visto un uomo così bello: perfetto per un questo viaggio.
mlardo
Penso e ripenso ai viaggi, alle esplorazioni, avvincenti alcuni, avventurose altre tuttavia nessuno in grado di cambiarmi la vita come il viaggio compiuto tre anni fa e durato nove mesi.
Attraverso questo viaggio del corpo e della mente, ho imparato a sopportare la nausea, a guardare oltre l'arrivo, ho dormito scomodamente e a volte non ho mangiato, ho temuto l'inesplorato e a volte ho avuto paura.
Ho imparato ad essere paziente ed ho atteso.
Ho navigato acque amniotiche ed esplorato paesaggi incantati e silenziosi nelle istantanee ecografiche, profili lunari dove come cosmonauta la vita, saldamente ancorata alla vita, fluttua immobile.
Ho raggiunto infine il luogo del mistero e come in un viaggio nel tempo ho ritrovato ciò che credevo perduto e invece era solo dimenticato.
Lì dove è terminato il mio viaggio, un altro nuovo ha avuto inizio.
Rosalba Curci
Ogni viaggio è un'esperienza unica e particolare, che lascia dentro ricordi incancellabili, ma solo uno è il viaggio che cambia davvero la vita. Ho viaggiato per il mondo prima ancora di cominciare a camminare, fra le braccia dei miei genitori, senza fermarmi mai davanti a nessun ostacolo. Ora continuo a farlo e le emozioni che accompagnano i miei viaggi sono sempre diverse. Ogni viaggio trae linfa vitale dal momento della vita in cui viene fatto, dai posti che si visitano e dalle persone che ci accompagnano. Quanto è strano, direi quasi magico ed irreale, tornare nello stesso posto a distanza di quasi venti anni. Visitai per la prima volta la Turchia all'età di quindici anni, insieme alla mia famiglia. Ho ricordi vividi e pieni di quel viaggio indimenticabile, di quelle surreali atmosfere, dei labirinti di torri, crepacci, canyon, pinnacoli e castelli rupestri. I "Camini delle fate" mi trasportarono in un mondo fiabesco che non avrei mai pensato di vivere. Pensavo che certe emozioni si potessero vivere solo nei parchi a tema in giro per il mondo, nei castelli artificiali di"belle addormentate" . Ma mi sbagliavo. La scorsa estate, con la voglia di far conoscere la splendida Cappadocia anche al mio amato Paolo, decido di organizzare un tour della Cappadocia per ritornare a vivere il fascino di quei posti. Questa volta però il viaggio si carica di nuove emozioni. Guardo il mondo con gli occhi di una donna ormai cresciuta, mano nella mano con il mio amore e rivivo ogni attimo come se non fossero passati quasi venti anni. Torno a Hierapolis e mi incanto dinanzi allo spettacolo della natura. Pamukkale, una delle sette meraviglie del mondo è ancora intatta, bianca e luminosa, come se il sole l'avesse bagnata coi suoi raggi senza mai stancarsi di brillare. Pamukkale in lingua turca vuol dire"Castello di coto ne" e mai definizione risultò più appropriata. Paolo mi scatta una foto e alle mie spalle c'è ancora quel panorama intatto di una volta. Ma l'acqua non scorre più. Qualcosa è cambiato. L'acqua si è stancata di scorrere lungo cascate di pietra che somigliano a letti disfatti. O forse gli uomini, nel loro continuo fluire, nei loro passi che levigano le pietre, hanno posto la parola fine. In quelle bianche vasche di pietra dove, ragazzina, coi miei fratelli, mi immergevo come in una sacro lavacro, non c'è più acqua. Sono rimaste solo le vasche, vuote e nude. Paolo è entuasiasta di ciò che vede. Io anche, ma il ricordo della "vecchia" Pamukkale mi strugge dentro, stento a riconoscerla. Questo viaggio mi ha davvero cambiato la vita, mi ha reso più consapevole che certi luoghi bisogna viverli nel momento giusto, che non si duplica più, perchè è unico e solo. Un frammento di eternità.
Sabina Ronconi
Elisa non viaggia molto, non fisicamente per lo meno. Niente aeroporti, biglietti, check-in, niente di tutto questo. Anche se la sua mente adora andare lontano, oltre il confine della realtà.
Quel giorno la valigia ce l’aveva, o meglio una piccola borsa blu a quadrettini con una tasca laterale che faticava a chiudersi. Venti minuti di auto, tre piani in ascensore, camera numero ventitre.
Quattro giorni dopo, nel tardo pomeriggio di un tiepido marzo, Elisa torna a casa con un “fagottino” di poco meno di tre chili, la pelle rosea ed una cuffietta bianca in testa.
Quel viaggio si che le ha cambiato la vita, portandola molto più lontano di quanto ogni viaggiatore possa sperare.
Arianna Lenzi
C’era una volta un paese nel centro dell’Europa, un paese sottovalutato ma che avrebbe voluto urlare a pieni polmoni la sua grandezza.
Questo paese che aveva il nome di Polonia aveva sempre lottato per ciò in cui credeva, ma, come a volte accade nella vita, la volontà di ferro e la tenacia non erano bastate ed era dovuto soccombere ad una storia che, poco clemente, era avanzata su di esso, distruggendo senza rimorso ciò che dopo anni di fatiche era stata conquistato.
Qualche tempo fa una ragazza curiosa osservava rapita i paesaggi che si susseguivano quasi senza sosta, rapita dall’incredibile bagaglio di cultura per anni ignorata, rapita e ferita nel cuore, testimone silenziosa di una lenta rinascita.
In questo paese non poi così lontano qualcuno aveva perso la vita per degli ideali, qualcuno aveva abbracciato sogni che distavano solo il palmo di una mano ma che parevano essere a chilometri, come forme avvolte nella foschia.
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| Piccolo rivoltoso, Varsavia |
In questo paese le persone si rispettavano, perché erano in grado di vedere al di là della differenza di credo, ed erano consapevoli di non essere l’uno migliore dell’altro solo per via del nome che davano a Colui che per entrambi, sebbene le diversità fossero infinite, aveva donato loro la vita.
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| Cimitero ebraico, Varsavia |
Ma nonostante tutto questo erano stati sconfitti: l’odio era penetrato nella nazione, odio portato da un altro odio, ancora più forte.
La sete di potere era stata il via per un qualcosa di più feroce, qualcosa che aveva trasformato gli uomini in belve senza scrupoli, che erano riuscite, contro ogni logica umana, a far sparire la loro ragione nel vento.
In quel paese ora l’erba cresceva sul sangue, raccogliendo ogni raggio di sole come se esso potesse cancellare quell’indelebile macchia che nella mente delle persone sarebbe rimasta per molto tempo.
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| Auschwitz. Birkenau |
La ragazza continuava ad osservare, sentimenti contrastanti le riempivano la testa e le martellavano nel petto.
Orgoglio e disonore, coraggio di ricominciare e paura di affrontare il futuro senza guardare il passato versando lacrime.
E mentre calava la sera ed il paesaggio era avvolto nella stessa foschia ingannatrice che poco prima aveva reso vacui i contorni di una realtà realizzabile, la ragazza lasciò cadere la goccia di pianto che invano aveva cercato di trattenere, mentre il suo sospiro saliva verso le nuvole, unendosi alle vite di milioni di persone che non sapevano ancora rispondere alla domanda che più di qualunque altra al mondo esigeva una risposta.
Perché?
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| Czestochowa |
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