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10 febbraio 2012
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Jonathan Coe: Io e la musica. Speciale Questa notte mi ha aperto gli occhi. Con un intervento audio di Piersandro Pallavicini
Coe confessa tutto il suo amore per la musica e racconta le sue esperienze di musicista in questo scritto che introduce a Questa notte mi ha aperto gli occhi suo romanzo giovanile in cui la musica degli Smiths, è una componente importante.
Abbiamo chiesto a Piersandro Pallavicini - autore di Atomico dandy e Madre nostra che sarai nei cieli - amico e appassionato lettore di Jonathan Coe, di presentare Questa notte mi ha aperto gli occhi. In fondo alla pagina troverai l’“audiorecensione”.

“Quando chiudo gli occhi e mi perdo nei ricordi, la prima cosa che vedo è il giardino sul retro della casa dei miei genitori, sulle Lickey Hills, appena fuori Birmingham. Ho otto anni, sono seduto al pianoforte e sul leggio davanti a me è appoggiato uno spartito.
Il titolo del brano è L’allegro contadino, ma la tastiera resta muta. Invece di suonare, guardo fuori dalla finestra: il piccolo rettangolo verde del prato mi invita a giocare, e i rami del sommacco che lo sovrastano costituiscono un richiamo irresistibile ad arrampicarmi. So che dovrei esercitarmi, la mia insegnante sarà qui da un momento all’altro e si arrabbierà di sicuro quando scoprirà che non ho fatto niente. Ma i puntini neri di cui è costellato lo spartito mi spaventano e mi annoiano. Mi sembra che non abbiano alcun rapporto con la musica che mi echeggia in testa e a cui vorrei disperatamente dar vita. L’unico problema è che io non ho nessuna voglia di imparare a farlo. Vorrei che le note scorressero fuori da me in un flusso libero e spontaneo.
Bene, la mia insegnante mi scaricò piuttosto rapidamente, o fui piuttosto io a scaricarla. A meno che non siano stati i miei genitori a decidere di lasciar perdere. Qualunque fosse la ragione, feci solo poche lezioni prima di essere abbandonato al mio destino. Qualche mese dopo, ricevetti in dono per il mio compleanno una chitarra che, negli anni successivi, diventò il mio strumento di elezione.
Eppure, da un altro punto di vista, quello fu l’inizio della mia rovina. Nei primi anni settanta, se uno viveva in un mondo dove imperava la musica pop e la radio era perennemente sintonizzata su Radio One, era abbastanza facile riprodurre un brano musicale con la chitarra. Il mio mito all’epoca era Marc Bolan dei T. Rex, così imparai in fretta ad accompagnarlo mentre si esibiva in Hot Love o Metal Guru o Children of the Revolution. Riuscire a padroneggiare la sequenza di accordi in circa dieci secondi non fu che una conferma del fatto che la musica era ben diversa dalla scrittura, in cui avevo cominciato a cimentarmi. Scrivere richiedeva molta pazienza e lunghe ore di meticoloso lavoro. La musica, che su di me ha sempre avuto un impatto più diretto ed emotivo della scrittura, era molto più elementare. La semplicità delle mie canzoni preferite mi trasse in inganno, inducendomi a pensare che la musica fosse una forma d’arte democratica, alla portata di tutti. A quanto mi risultava, chiunque poteva cimentarvisi. E così continuai a strimpellare, perfettamente soddisfatto dei pochi, semplici accordi che costituivano il mio repertorio.
Quand’ero alle superiori incontrai per la prima volta dei musicisti seri, gente che sapeva suonare davvero. Li guardavo con ammirata soggezione, esattamente come adesso. E, mentre non mi illudevo che mi accogliessero come un loro pari, desideravo ardentemente frequentarli. Un pomeriggio che ero stato invitato a casa di uno di questi amici, cantante e cornista di talento, gli feci una proposta. Le mie ambizioni musicali erano cresciute sotto l’influenza del cosiddetto rock progressivo, tanto che gli proposi di collaborare insieme alla creazione di un’opera rock. Assunse un’aria sconcertata e mi chiese cosa avessi in mente. Andai al piano e presi a martellare un riff di pochi accordi che rappresentava la totalità delle mie idee fino a quel momento. Quando l’ultimo accordo si spense, lui mi guardò serio, in silenzio. Non ci dicemmo niente e la questione non fu mai più menzionata. Passò molto tempo prima che ritrovassi il coraggio di proporre a qualcuno una collaborazione musicale. Per il resto dei miei anni di scuola, la musica diventò come il sesso: qualcosa a cui pensavo costantemente, ma che praticavo poco. Non con gli altri, almeno.
Eppure l’impulso a fare musica, e soprattutto a scriverla, non se ne andava. Ora so, naturalmente, anche se è facile capire le cose con il senno di poi, che avrei dovuto darci dentro e non solo imparare a suonare la musica classica ma anche la teoria. Ma allora le voci delle mie sirene interiori mi dicevano che non era necessario. Mentre mi preparavo agli esami finali delle superiori, cominciai ad ascoltare il jazz, il che costituì un ulteriore incoraggiamento a pensare che la musica non avesse bisogno di prove o di preparazione. Gli appassionati di jazz, all’epoca, andavano pazzi per il Köln Concert di Keith Jarrett, contenuto in un album prodotto dalla ECM, e visto che, a quanto pensavo, Jarrett si era limitato a starsene seduto per due ore di fronte al pubblico suonando tutto quello che gli passava per la mente, perché non potevo farlo anch’io?
Nel frattempo le mie composizioni si evolvevano, per così dire. Avevo più o meno rinunciato alla chitarra, ma continuavo a suonare il piano nello stile tipico dei chitarristi, eseguendo con la mano sinistra dei semplici accordi di tre note, mentre alla destra era affidata l’improvvisazione melodica. Ma avevo anche iniziato a scrivere delle mie melodie e a registrarle, utilizzando una tecnica primitiva che implicava l’utilizzo di un pezzo registrato su una cassetta, che serviva da sottofondo alla mia esecuzione, e registrando nuovamente il tutto su un’altra cassetta. Man mano che i miei mezzi espressivi si espandevano per comprendere qualche vaga approssimazione di armonie prese a prestito da Ravel, Poulenc e via dicendo, cominciai a costruirmi un piccolo patrimonio privato di composizioni che, nonostante non mi sia mai sognato di infliggere ad altri, costituiscono per me una sorta di diario musicale dei miei anni adolescenziali ed evocano il tessuto emotivo di quel periodo in modo assai più diretto della parola scritta.
E tuttavia dentro di me cominciava a delinearsi una domanda, che diventava sempre più pressante con il passare degli anni. La mia musica avrebbe mai trovato la strada per uscire allo scoperto o era destinata a restare un segreto tra me e le mie cuffie?
Ma andiamo avanti.
Siamo nel 1986 e io sono sul palco del Pied Bull, un pub nella zona nord di Londra. È sabato, ora di pranzo, e si è radunato un discreto pubblico. Se sarà ancora lì fra un’ora, quando avremo finito di suonare, è tutt’altra faccenda. La nostra band è composta da cinque elementi: percussioni, basso, sax alto, chitarra e tastiere. Alle tastiere ci sono io, ovviamente. Niente cantante, anche se due di noi possono prodursi anche in questo senso, in caso di necessità. Comunque il nostro repertorio è quasi esclusivamente strumentale. Quasi tutti i brani sono scritti da me ed è la prima volta che affronto la terribile esperienza di ascoltare la mia musica fuori dai confini della camera da letto.
Per tornare al 1986, non avrei potuto scegliere un momento peggiore per imporre il mio stile musicale al pubblico. Siamo in una fase post-punk, post-New Wave, post-New Romantic. Forse il gruppo più acclamato e alla moda del periodo sono gli Smiths. E io cosa scrivo? Dei brani strumentali lunghi e jazzati che sarebbero potuti uscire da un album di Frank Zappa o dei Soft Machine. Sto anche cominciando a sperimentare nuovi metri, tanto che una delle nostre canzoni è in 9/8, quando il gruppo fa già abbastanza fatica a tenere i 4/4. Non c’è da stupirsi se, alla fine dell’esibizione, quando chiedo al direttore del Pied Bull se sarà possibile ripeterla, lui mi guarda imbarazzato, poi si trascina via goffamente, borbottando qualcosa sul fatto che la nostra musica è “difficile da categorizzare”.
Ma noi procediamo impavidi, almeno per il momento.
Io sono nella fase finale della mia tesi di dottorato sul narratore onnisciente nei romanzi di Henry Fielding. Anche il nostro percussionista, e autore dei testi, sta scrivendo la sua tesi di dottorato a Cambridge su Dante e la sua influenza sui romantici. Il chitarrista, invece, sta completando l’internato presso il Guy’s Hospital. Ma niente di questo ha importanza. Noi viviamo per le poche ore che trascorriamo ogni settimana negli studi di registrazione nella zona sud di Londra. Siamo tutti presi dalla nostra avventura romantica, fatta di furgoni a noleggio e di viaggi in su e in giù sull’M1, per raggiungere i posti dove riusciamo ad assicurarci un concerto a ogni morte di papa.
Ah, come ci sembrava esaltante e piena di promesse la nostra vita... allora. Non che ci aspettassimo di scalare le classifiche degli album più venduti o di fare il tutto esaurito allo stadio di Wembley, ma pensavamo che, in tempi ragionevoli, saremmo riusciti a ottenere il contratto per un disco e forse un articoletto su “Melody Makers” o l’“NME”. Un editore aveva appena accettato di pubblicare il mio primo romanzo e già vedevo aprirsi davanti a me due interessanti carriere parallele, una come scrittore e l’altra come musicista. Un po’ come Anthony Burgess, che l’ha sempre messa giù dura sulla sua attività di compositore. Ma le cose andarono diversamente. Già un paio d’anni dopo, gli studi di registrazione e i furgoni a noleggio non sembravano più così romantici. I demo sempre più curati che mandavamo in giro non avevano indotto gli scout delle case discografiche a fare la fila davanti alla nostra porta. Niente di diverso dalla storia che potrebbero raccontare molte migliaia di aspiranti musicisti negli ultimi decenni. Poi le liti si intensificarono e le prove diventarono sempre meno divertenti, finché non ci rimase che accettare l’idea che il mondo non era ancora pronto ad accogliere una band che assomigliava sempre di più al figlio bastardo dei Prefab Sprout, degli Everything But The Girl e dell’Average White Band. Era arrivato il momento di smetterla.
Mi iscrissi a un corso serale di piano jazz al Goldsmith’s College, e per un anno o giù di lì mi godetti l’opportunità di sentirmi per una volta superiore ai musicisti che avevano ricevuto un’educazione classica, non sapevano cosa fosse l’improvvisazione ed erano terrorizzati all’idea di discostarsi dalle note scritte. Poi presi i piccoli frammenti d’esperienza che avevo accumulato nel campo della musica commerciale e li rielaborai in un romanzo comico, quello che state per leggere.
Così, senza chiasso, diedi l’addio alle mie due carriere parallele; negli ultimi vent’anni le parole sono state per me gli strumenti del mestiere. Nonostante questo, o forse proprio per questo, le parole non mi piacciono più di tanto. Mi ispirano diffidenza e mi irritano. Forse mi aspetto troppo da loro. Ma è anche possibile che sia vero il contrario, e cioè che attribuisco un potere eccessivo alle note, agli accordi, alle melodie e alle armonie. A volte, mentre sono immerso nella stesura di un romanzo e non riesco a dare senso a una scena, mi siedo al piano e mi metto a improvvisare, e il risultato, per quanto primitivo e imperfetto, mi sembra esprimere in modo più autentico le emozioni che cercavo di trasmettere. Non mi capita mai di trovarmi in una stanza dove c’è un pianoforte senza provare il desiderio di suonarlo. Per me la musica sarà sempre la porta che conduce a mondi immaginati e soprattutto all’universo dei ricordi. Se potesse trasportarci indietro nel tempo vorrei tornare alla stanza che dava sul giardino, nella casa dei miei genitori, per dire a quel ragazzino di otto anni di smetterla di guardare fuori dalla finestra e di tornare a esercitarsi al piano.”




Piersandro Pallavicini presenta Questa notte mi ha aperto gli occhi di J. Coe
copertina

Questa notte mi ha aperto gli occhi
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