|
|
 |
 |

|
 |
|
E se affidassimo la politica agli scienziati?
|
 |
Una conclusione che potrebbe emergere dalla lettura de La misura dell'anima, libro di Kate Pickett e Richard Wilkinson che dimostra con dati raccolti in trent'anni di ricerche come sia la diseguaglianza la madre di tutti i malesseri sociali.
Il libro, definito dal “Guardian” “Il libro più importante dell’anno”, sta facendo discutere anche sui giornali italiani, a cominciare da Michele Salvati che in un articolo pubblicato sul "Corriere della Sera" il 28 dicembre 2009 ha scritto:
“Da ultimo un passaggio che merita la massima cautela: il passaggio dalle analisi alle raccomandazioni, dall’evidenza scientifica alla politica. Nella prefazione gli autori confessano serenamente che — prima di optare per il titolo prescelto — avevano pensato di intitolare il loro libro “La politica basata sull’evidenza”, in analogia con la “medicina basata sull’evidenza”, che denomina il principio per cui i trattamenti medici dovrebbero essere basati sui migliori risultati scientifici disponibili circa l’efficacia delle diverse cure. Non potrebbe valere lo stesso per la politica? Non sarebbe il caso di togliere i grandi obiettivi della politica — quelli che definiscono i cardini di un ordine sociale benefico, più egualitario — dalle mani dei politici e degli ideologi, e affidarli agli scienziati? Ho esagerato un poco nel rappresentare le intenzioni ultime degli autori, ma è impossibile non scorgere nella parte finale del libro una buona dose di ingenuità. Sia i poveri che i ricchi sarebbero avvantaggiati “oggettivamente” da una maggiore eguaglianza: di conseguenza non dovrebbe essere difficile spiegare loro come stanno realmente le cose e determinare un radicale cambiamento ne1l’opinione pubblica, che induca i politici di tutte le tendenze a tenerne conto. E in questo spirito che gli autori hanno creato un sito web (www.equalitytrust.org.uk) per divulgare materiali e creare scambi e legami che favoriscano quel cambiamento.
Non vorrei che i miei richiami all’attenzione critica del lettore sminuissero l’interesse per questo libro: la mia intenzione era anzi quella di accrescerlo, di sottolineare la straordinaria importanza dei dati e delle riflessioni che i due autori hanno accumulato. Che una eguaglianza maggiore di quella oggi prevalente in molti dei Paesi più ricchi faccia bene alla società e ai singoli è una convinzione che esce molto rafforzata dalla lettura, anche in coloro che vi erano arrivati attraverso percorsi differenti, meno “scientifici” e più ideologici. E anche nei più scettici, in coloro che temono che una maggiore eguaglianza possa andare a discapito della libertà e dell’iniziativa individuale”.
Mentre Pietro Ichino ha scritto sul suo sito (www.pietroichino.it):
"Anche se l’uguaglianza può essere un tema interessante, alla fine dei conti, non é il denaro che rende felici? Beh, non proprio: diversi indizi fanno ritenere che a determinare la felicità siano molto di più le intense relazioni sociali che i soldi. Come Wilkinson e Pickett dimostrano, sebbene la teoria economica si sia tradizionalmente basata sull’ipotesi che il comportamento umano si potesse spiegare sostanzialmente con un tendenza innata a massimizzare il proprio interesse materiale, una serie di esperimenti ha dimostrato che questo assunto potrebbe essere molto lontano dalla verità. Analogamente, i principi della “teoria dell’agenzia”, i cui pilastri sono costituiti dall’interesse individuale e dall’opportunismo, e che è stata il credo dominante nella ricerca manageriale degli ultimi trent’anni, sono stati largamente screditati dai fallimenti di Ditte come Enron e Parmalat, e dai più recenti disastri planetari dei cosiddetti “mutui subprime” e dei mercati finanziari in tutto il mondo.
Un’altra implicazione importante di questo libro, poi, é che e’ la gran parte della popolazione ad esser minacciata da una crescente disuguaglianza. In realtà, l’uguaglianza fa bene a tutti, anche ai ricchi. Però, specialmente durante l’attuale recessione e in presenza di livelli insostenibili di debito pubblico, non e’ che un aumento dell’uguaglianza dovra’ corrispondere a una spesa pubblica ancora piu’ ingente? La risposta e’ “no”: come dimostra il Giappone, una maggiore uguaglianza può essere ottenuta attraverso una struttura di salari relativamente piatta e non necessariamente attraverso una tassazione elevata.
Come questo libro chiaramente mostra, se la disuguaglianza continua a crescere - ed é successo nella maggior parte dei paesi più sviluppati economicamente negli ultimi decenni –, sempre più le nostre società dovranno affrontare gravi problemi di salute e sociali, come malattie mentali, abusi di droghe e crimini, che richiederanno più prigioni e più polizia. Perciò, il messaggio fondamentale per tutti i Governi e i partiti politici è di andare verso una maggiore uguaglianza, attraverso l’integrazione, relazioni industriali più efficaci e la partecipazione di tutti i cittadini alla creazione della prosperità sociale."
L’articolo di Michele Salvati è stato ripreso da Francesco Forte che sul “Foglio” del 29 dicembre 2009 scrive:
“La tesi di fondo del volume è che i paesi con maggiore disuguaglianza dei redditi sono i meno felici, in quanto hanno i maggiori problemi sanitari e sociali. La relazione sociometrica fra le due variabili, il grado di infelicità derivante dai problemi socio- sanitari e la diseguaglianza dei redditi, misurata suppongo — con l’indice di concentrazione di Gini, è scioccante e sembra dare ragione alla tesi dei due autori. Tuttavia occorrono due note di cautela. La prima è avanzata dallo stesso Salvati e riguarda il fatto che il rapporto di causa ed effetto fra le due variabili potrebbe essere invertito. La seconda, adesso, la avanzo io allo scopo di sgombrare il terreno dall’errore che mi preoccupa di più, cioè che questa relazione serva per mostrare che una maggiore eguaglianza genererebbe una minore infelicità. Non considero invece rilevante un’altra obiezione di Salvati, ossia che il grado di infelicità desunto dal disagio socio-sanitario, che è una variabile puramente oggettiva, possa misurare una nozione soggettiva come la felicità. Infatti è vero che si può sostenere che la felicità è un dato soggettivo, ma qui si discute dei compiti dello stato. E non penso che le autorità abbiano il compito di preoccuparsi della nostra felicità o infelicità soggettiva. Esse, in una società libera, hanno il compito di assicurarsi le condizioni per cui noi, con le nostre scelte, possiamo perseguire i nostri piani di vita (o fare una vita senza alcun piano).
Ciò che rimprovero ai due autori è invece di sostenere che la relazione che essi mostrano sia una dimostrazione del fatto che una minore disuguaglianza potrebbe necessariamente generare una maggiore felicità, nel senso da loro indicato. Infatti il problema che essi sollevano riguarda non già il grado di eguaglianza, ma il grado di soddisfazione dei bisogni dei meno favoriti, ossia una particolare specie cli diseguaglianza nella parte bassa della curva di distribuzione delle risorse. Ma questa potrebbe rimanere anche se si modificasse la curva dei redditi, riducendo la disuguaglianza fra ceti medi e ceti ricchi.
Mi spiego con un esempio. Ciò che negli Stati Uniti manca è un’efficiente politica sanitaria pubblica per i meno abbienti. Essa poteva essere implementata senza attuare la statizzazione completa della sanità, che costa molto e rischia di non risolvere il problema dei più poveri. Bastava stabilire la cura gratuita per chi non ha un’assicurazione sociale connessa alla sua attività economica o una propria assicurazione sanitaria. D’altra parte la politica che gli Stati Uniti hanno attuato per fronteggiare la crisi, consistente nello spendere un’ingente quantità di denaro per sostenere il sistema bancario e la domanda globale, con una mistura di politiche macroeconomiche neokeynesiane e di politiche mercantiliste a favore dei grandi gruppi, non è servita a contenere la crescita della disoccupazione, passata dal 5 per cento al 10 per cento, in presenza di un disavanzo pubblico del 10 per cento cui si aggiunge un’enorme massa di fondi erogati a tasso quasi zero da parte della Fed. Se si fossero adottati interventi mirati, come quelli italiani della “cassa integrazione guadagni”, si sarebbe forse ridotta la flessibilità del mercato del lavoro ma si sarebbe anche ridotta l’infelicità misurata con il metodo utilizzato da Wilkinson e Pickett.
D’altra parte se invece che favorire la politica di mutui per la casa a favore delle minoranze etniche che non avevano né mezzi per pagani né abbastanza criterio per evitare di indebitarsi in modo jugulatorio, si fosse fatto un programma di edilizia popolare, non vi sarebbero state tante famiglie sul lastrico quante ve ne sono oggi. Ciò non toglie che il libro serva per riflettere sul fatto che la crescita del Pii non basta per risolvere i problemi del benessere di una società libera e per ragionare sulle politiche più appropriate per uscire dalla crisi.”
Kate Pickett è Senior Lecturer all’University of York e lavora presso il National Institute for Health Research. Ha studiato Antropologia a Cambridge, Scienze nutrizionali alla Cornell ed Epidemiologia a Berkeley, prima di lavorare per quattro anni come assistant professor alla University of Chicago.
Richard Wilkinson ha studiato Storia economica alla London School of Economics, prima di specializzarsi in Epidemiologia. È professore emerito alla University of Nottingham Medical School e professore onorario allo University College di Londra. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre dieci lingue.
|
|
 |
|
|