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21 maggio 2012
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I "terribili segreti" degli utenti
Grazie a tutti coloro che hanno risposto all'iniziativa "Racconta il tuo "terribile segreto" legata al nuovo romanzo di Jonathan Coe, I terribili segreti di Maxwell Sim.
I primi venti che ci hanno risposto, aggiudicandosi così il romanzo di Coe in regalo, sono stati già contattati via mail.
Qui di seguito tutti gli scritti che ci sono giunti in redazione. Precisiamo che l'ordine di pubblicazione non rispecchia l'ordine d'arrivo delle mail in redazione.

Lucio
Correva l’anno 1970, ed avevo dodici anni, vivevo in un piccolo paese di montagna e giocavo tutti i pomeriggi con i miei amici a palla.
Un giorno la palla andò a finire dentro la cantina del signor “Burbero” chiamato così perché non parlava mai con nessuno e non alzava lo sguardo quando camminava per le vie del paese.
Mi precipitai a prenderla, ma orrore degli orrori, dietro un fascio di legna vidi un barattolo con dell’acqua e all’interno un dito umano! Orrore! Che paura! Rimasi agghiacciato e non ebbi il coraggio di muovermi.
In quel momento arrivò il “Burbero” che con sguardo assassino mi fulminò e mi fece promettere di mantenere il segreto, pena la fine del proprietario del dito in questione!
Da quel giorno vissi con quell’orribile segreto e peso nel mio cuore!Non dormivo tranquillo ed avevo sempre paura che quell’uomo mi tagliasse un dito da un momento all’altro!
Non dissi nulla a nessuno anche se i miei genitori si erano accorti che non ero molto sereno.
Finalmente un giorno il maresciallo del paese lo arrestò per maltrattamenti in famiglia e da lì scoprirono pure gli orrori che nascondeva in cantina.
Da quel momento in poi ricominciai a vivere più tranquillo e sereno per la giusta fine di quell’uomo.

Tiziana
Cosa era successo quella notte, nella casa di campagna degli zii che mi ospitavano alla fine della scuola? Strani rumori, ogni tanto un lampo e poi le voci.. anzi sussurri. Dormivo con mia cugina di 5 anni più grande di me: io ne avevo solo 6. Volevo alzarmi dal letto ma il terrore che il mostro nascosto sotto il letto mi avrebbe afferrato i piedi impedendomi di camminare, mi paralizzava. Ma la curiosità e la sfida alla paura era troppo grande per rimanere immobile. Guardai sotto il letto, per fortuna il mostro in quel momento non c’era. Mi alzai, percorsi il lungo corridoio e salii le scale che portavano in soffitta, aprii la porta con cautela...un lampo mi accecò. Svenni.. Mi rialzai la mattina dopo cercando di ricordare cosa avevo visto.. il mio terribile segreto, ma non riuscivo più a focalizzarlo. Aspettai la notte successiva sperando che si ripetesse tutta la scena, ma i sogni ogni notte cambiano.

Alberto
Quella simpatica mattina di sole che mi sono svegliato e ho deciso che era venuto il momento di darci un taglio. Non riusciva proprio a funzionare così, quello che doveva essere puro piacere si trasformava in puro dolore, di quello più macilento... .
Mi alzo faccio una doccia veloce (non si sa mai dove vanno a sbirciare i dottori) e una colazione ancora più veloce, mi accomodo nella sala attesa del medico di base a 500 metri da casa munito di lettura per l'inevitabile coda, cercando di non sentire i racconti più dettagliati sugli acciacchi di tutti i pazienti in attesa, una missione quasi impossibile. Il paesino in cui abito conta duemila buone e devote anime del Signore che si ritrovano tutte nelle tre messe domenicali dalle sette del mattino alle sei del pomeriggio, a seconda se si vogliono far vedere o meno. In paese ci si conosce tutti, l'avere studiato molto lontano e l'aver lavorato ancora più lontano non era stata una buona scelta da quel punto di vista, la gente del paese sa bene cosa chiederti se sa di "chi sei" ma è ancora più curiosa se non si ricorda affatto chi sei. La concentrazione sulla lettura in sala d'attesa è veramente dura ma m'impongo di non staccare gli occhi dalle pagine, pena l'inquisizione... .
Brucio con uno sguardo una simpatica signora di cui incrocio non solo gli occhi fissamente piantati su di me per un quarto d'ora circa finché mi risulta impossibile continuare a leggere ma anche il pensiero impellente di chiarire la faccenda, il panico nei suoi occhi, l'arcata cigliare contratta, la bocca che freme... . Mi salva il dottore spalancando la porta in maniera teatrale, la cui imponente figura e il cranio lucido lo fanno assomigliare al Mastro Lindo del noto detersivo, stroncando sul nascere ogni iniziativa della devota signora e di tutti i chiacchiericci.
Entro nello studio stordito, tornato in me solo grazie alla forte stretta di mano del dottore che mi sta fissando alquanto divertito dalla mia espressione di...panico? sollievo? spaesamento? probabilmente tutte queste emozioni e in più il fatto che non ricordavo assolutamente il motivo per cui mi ero recato lì. Opto per quella operazione che volevo fare, probabilmente del tutto inutile come qualche minuto dopo mi avrebbe confermato il dottore stesso: circoncisione. Come dire togliamo ogni dubbio sul fatto che al luogo dove sono nato e dove sono tornato per poco tempo (appena deciso) non appartengo più, definitivamente; come togliere qualcosa defintivamente.
Una operazione abbastanza semplice "in day hospital" mi spiegano, entri la mattina ed esci la sera senza troppe complicazioni e poi, penso, è tutto lì, ben contenuto...non dovrò certo spiegare alla mia cattolicissima mamma che cosa non c'è più ma soprattutto non dovrei convincerla che ho cambiato religione, ammesso che subito dopo aver pronunciato "circoncisione" non deflagri all'istante.
La mattina dell'intervento mi reco "in palestra e poi mangio da Giovanna, torno per cena", le mie cose sono nella sacca giusta e la tuta molto larga fa giusto il mio gioco. (...)
Alle sette di sera non sono ancora riuscito a svuotare la vescica e a stare in piedi, l'unico punto segnato a mio favore è che a rispondere al telefono sia stato mio fratello più piccolo, il quale non sa ancora delle cose del mondo, il mondo è la mia stanza dove si reca a fare razzia di quel che più gli piace soprattutto quando sono in viaggio. Punti. Molti punti...sembrano...sembrano una corona di spine, così...tutte attorno...la sensazione è la stessa, senso di colpa, i punti a mio favore sono una serie di piccole bugie studiate a tavolino per custodire quello che sta diventando nel gioco tra me e mia madre "un terribile segreto".

Valeria
Quando mi sono svegliata quella mattina non ricordavo nulla. Ero disorientata, mi faceva male un braccio, la testa. Non riconoscevo nessuno di quelli intorno a me; non sapevo dove io fossi.
"Elena, Elena?! ma cosa dici? mi conosci da dieci anni!".
Michela - il nome me lo ha detto lei - cercava di rassicurarmi.
Mi trovavo a casa sua dove ero arrivata la sera prima per la cena con le amiche più intime prima della grande festa di laurea di domani sera.
"Come è possibile che non ricordi niente? Non hai toccato nemmeno un goccio di vino, sei rimasta perfettamente sobria tutta la sera. Mi hai messo persino a letto tu!. Come fai a non ricordare?".
Niente. La mia mente era vuota. Non conoscevo il mio nome e non riconoscevo la mia amica.
La testa ha iniziato a farmi sempre più male. Quando è arrivato Andrea mi sembrava stesse per scoppiare. Nemmeno la faccia del mio ragazzo mi diceva niente.
"Ma non vedi come sta? chiamiamo un'ambulanza, portiamola al pronto soccorso!" il ragazzo mi sembrava sinceramente preoccupato. Probabilmente mi vuole bene, ho pensato con soddisfazione. Avevo una bella vita? Forse. Lo speravo. L'avrei riavuta?
Durante il viaggio in ambulanza sentivo Michela che raccontava all'infermiere che non avevo detto che poche parole dalla mattina, che ero in stato confusionale, che non ricordavo nulla.
La testa scoppiava. Il braccio pulsava, premerlo mi dava un po' di sollievo.
"E' il caso di avvertire la famiglia" ha detto come prima cosa il medico dopo avermi visitato.
"I genitori sono già per strada, stanno venendo su dalla Sicilia per la laurea di Elena" ha risposto Michela. "Vedo se resco a contattarli. Ho già chiamato anche suo cugino Nino che sta qui a Roma, sta arrivando anche lui.
Ma perchè Elena non parla, non dice niente?"
"Aspettiamo il referto della TAC per saperne di più, ma, signorina, si renda conto che le amnesie sono un trauma pesante, sono associate a disturbi psichiatrici importanti. E anche la sofferenza al braccio va capita".
La sala d'aspetto era fredda, speravo mi facessero entrare in fretta in ambulatorio.
"Piuttosto è capitato qualcosa ultimamente che possa aver causato uno stress particolare?" ha continuato il medico.
"Ma no dottore, si figuri" si è intromesso Andrea "Proprio domani Elena si laurea dopo nove anni di università. Una liberazione! Non è mai stata più contenta. Mi ha portato in giro per mezza città a vedere locali per la festa, a cercare l'albergo per gli amici che arrivano dal suo paese. Ha disegnato gli inviti uno per uno. Sono mesi che non parla d'altro. Finire l'università è per lei un motivo di gioia, altroché stress."
Nino entra nella sala d'aspetto in quel momento: "Arrivo ora da La Sapienza. Elena non si laurea domani. Le mancano dodici esami. Non è più nemmeno iscritta all'università da quattro anni..."

Paride
Quando avevo tredici anni mi è capitato di vivere un’esperienza strana ed, insieme, inquietante dal punto di vista traumatico ed esistenziale. Da poco mi era stata regalata una Vespa cinquanta che nell’epoca della vicenda era molto in voga perché rappresentava il tentativo di staccarsi dalla realtà e nello stesso tempo di vivere la propria esperienza sociale in modo diverso e quasi diffamatorio; me ne andavo in giro, era estate e faceva molto caldo come tutte le estati.
Passando vicino ad una casa diroccata, è da premettere che mi piaceva andare per luoghi solitari dove trovare la pace e sentire il rumore soltanto della natura; l’avevo da poco superata quando un grido mi fece voltare di scatto.
“Hei! Vieni qui!”
Una signora penso vicino ai quaranta mi invitava ad andare da lei. Passato il primo momento di stupore mi avvicinai alla casa diroccata e più mi avvicinavo e più la donna si ritraeva. Si ritrasse fino a scomparire del tutto. A questo punto mi venne un di paura. Spensi il motore della Vespa lasciando la stessa a debita distanza, la misi sul cavalletto, e mi avvicinai con circospezione; arrivato sulla porta feci capolino ed inizialmente non vidi nessuno. Mi feci coraggio ed entrai. Con gran stupore vidi la donna completamente nuda in ginocchio al centro della stanza piena di paglia ed altre vettovaglie vecchie.
“togliti il calzone e vieni verso di me”
Nonostante la paura mi eccitai paurosamente e il gonfiore dei pantaloni divenne evidente e terrificante. Quando gli fui distanza utile, mi afferrò, mi tirò giù i pantaloni, prendendomi il membro eretto nella mano e nello stesso tempo si voltò improvvisamente portandolo verso la sua vagina ed appoggiandovelo.
“mi scusi signora!....Io non ho mai fatto niente di simile!”
Cercai di resistere debolmente all’inizio di quell’amplesso, ma lei infilò il membro nel suo sesso.
“Muoviti ora!”
“Ma signora perché…….!”
“ Muoviti e non aver paura!”
Il membro entrò tutto e dopo un po’ trovai il massimo del piacere venendo all’interno. Chiusi per un attimo gli occhi e quando li riaprii lei se lo sfilò e senza dire una parola scomparve prendendo i propri vestiti dal retro della casa.
“Signora……!”
Restai per un po’ di tempo senza dire una parola. Poi mi ricomposi, uscii cercando di vedere dove stava la donna ma non me ne preoccupai più di tanto ed andai via con la Vespa.

Uti
Un giorno,
avvertii una scossa sismica.
Forte, fortissima, seguita da scosse di assestamento per ritrovare l’equilibrio perturbato.
Oscillando, oscillando, le onde lunghe mi portarono vicino alla dissoluzione.
Come la classica immagine della goccia che cadendo nello stagno provoca onde sull’acqua, così qualcosa di indefinito aveva fatto irruzione davanti ai miei occhi facendomi oscillare.
Quel qualcosa era costituito da massa ed energia indefinite… poi scoprii che trattavasi di una immagine che mostrava l’assoluta aleatorietà della mia presenza nell’universo.

Immacolata
Avevo 4 o 5 anni
Ero alla scuola materna, l'unica del mio paesino in provincia di Napoli. La mia suora si chiamava suor Nadia.
Eravamo nel cortile per la ricreazione ed io giocavo con una amichetta. Facevamo il girotondo ed io, forse strattonandola un po' troppo l'avevo fatta cadere. Lei aveva cominciato a piangere, ma io mi ero defilata facendo finta di niente. Avevo paura di averle fatto male e non volevo si capisse che ero stata io. Mi sono portata questo segreto per tanto perché mi vergognavo. E mi continuava a venire in mente che non avrei dovuto far finta di niente.
Non ricordo molte altre cose del periodo dell'asilo (allora non si chiamava scuola materna). Ma questo ricordo è rimasto impresso con forza nella mia memoria. Quindi penso che devo aver sentito proprio un forte senso di colpa.

Tiziana
Il mio terribile segreto è così terribile che non lo ricordo.
Se ne sta nascosto, sepolto sotto uno strato di indicibili parole, tra le costole e il cuore, o dietro le viscere, più oltre, di più.
Aspetta che qualcuno lo vada a dissotterrare nelle segrete dell’anima, lo prenda per mano, lo scorti nella lunga risalita dall’inferno della dimenticanza alla luce della verità, se ne prenda cura, lo restituisca al mondo. Cieco e impotente. Riconciliato. Pacificato.
Il mio terribile segreto ha un destino, ha fatto quello che doveva fare e poi ha vinto un’altra corsa: si nasce scivolando via da un tunnel senza colori per atterrare, col fiato sospeso, in un mondo di luci e suoni e rumori indistinti. In quel mondo il mio terribile segreto è stato generato, e poi è rientrato dall’alto, inghiottito in un istante, digerito senza essere masticato. E tornato al suo buio, dove… chissà.
Il mio terribile segreto è non ricordare ma sapere.
Perché io so che esiste, da qualche parte, laggiù. Un terribile segreto.

Silvano
Mi ricordo ancora quella volta che…per un attimo non finivo sotto a un pullman. C’è poco da ridere, anche perché, a parte se credi di essere Bonjovi [o come cavolo si scrive], e lo cito perché anche lui ha fatto una cosa analoga: ha cercato di scalare un grattacielo credendo di essere l’uomo ragno…dicevo, a parte se credi di essere Bonjovi , essere ubriachi marci [qui utilizzo il plurale perché ero con un mio amico di vecchia data…e comunque al tempo dell’accaduto eravamo amici di giovane data], essere ubriachi marci, dicevo, e credere di avere dei super poteri [non ricordo da quali super eroi eravamo in teoria impossessati, ma tirando ad indovinare mi sembrano Hulk e La cosa…se non altro per la loro indiscutibile forza!], avere dei super poteri può avere delle controindicazione che esulano dal portafogli.
Mi spiego: il punto è che se credi di avere dei super poteri, minimo, ti spediscono nell’ordine: medico di famiglia, psicologo [e qui ci si dirama ancora: prima un comportamentista, poi un cognitivista e infine, un vattelappesca], psichiatra [prima un luminare freudiano, poi un luminare junghiano e infine, un luminare delle neuroscienze…tutti affetti da amore infinito per le benzodiazepine o come si chiamano], poi da un Coach che ovviamente non avendo capito bene che deve fare [perché lui è specializzato in coach per atleti, e tu non devi vincere nessuna gara, anzi, se tu sei un super eroe, il problema è semmai perderla una gara!], poi ancora un Coach specializzato in processi finanziari e ricchezza personale [ un super eroe, se vuole, i soldi se li procura, non so se mi spiego ;-)] e, per ultimo, un Personal Coach: e qui, tra cerchi per la soddisfazione personale e immaginazione creativa…uff…ci andrebbe un super criminale in vostro aiuto…
Comunque, Mi ricordo ancora quella volta che…per un attimo non finivo sotto a un pullman, ubriaco marcio in mezzo a uno dei corsi più lunghi e importanti della città in cui vivo [che non è Gotham city] e che, ricordandola a posteriori, posso solo consigliare ai giovani di oggi che, oltre ad avere anche sempre un amico sobrio per la guida, nelle vostre serate un po’ borderline, portatevi dietro anche un amico che, pure se ubriaco quanto voi, magari abbia in tasca un pezzo di criptonite..che mi ricordo di quella volte che a momenti…non si sa mai!

gnamaria
Avevo poco meno di 7 anni....
ascoltavo mia mamma che leggeva a tutti i bambini presenti una bellissima poesia, l'autore era anonimo e diceva
“Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore
e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata.
E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme:
le mie e quelle del Signore.
Ma in alcuni tratti ho visto un sola orma.
Proprio nei giorni più difficili della mia vita.
Allora ho detto: “Signore, io ho scelto di vivere con te
e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me.
Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti difficili?
E lui mi ha risposto: “Figlio, tu lo sai che ti amo
e non ti ho abbandonato mai:
i giorni nei quali c’è soltanto un’orma nella sabbia
sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio”.

ero così arrabbiata con la mia mamma...
ero così furiosa, per il fatto che lei avesse l'attenzione di tutti e che tutti i bambini la ascoltavano così attentamente, emozionati ed entusiasti dalla storia, che ho iniziato ad urlarle di smettere e sono uscita in lacrime dalla stanza...fin qui è tutto pubblico...
nessuno sa che....
meno di mezz'ora dopo la conclusione di quel testo, accuratamente conservato su un ripiano chiuso della libreria....io , in assoluto silenzio, mi sono arrampicata, rischiando di cadere, e ho stracciato quel foglio...che mia madre ha cercato per giorni....
è ancora convinta d'averlo perso e d'averlo conservato chissà dove!
magari...un giorno...le racconterò come è andata!

Monica
Il mio segreto - ma è poi un segreto? chi lo può dire?- si compone della materia del sogno.
Ciò che ci accade intorno e addosso per volontà, per caso o per un caso che crediamo volontà, ci conduce lontano.
Ho un segreto che è un sogno e intanto l'inchiostro corre veloce quasi a volere imprigionare il ricordo nell'attimo furtivo in cui esso si affaccia alla mente a suscitarne l'emozione, il ricordo.
Ho un segreto, quel qualcosa che ora si è staccato da me ma basta sapermi guardare, basta sapermi ascoltare per capire che quel segreto sta qui, tra queste righe.

Enrico
Il mio segreto, quello che mi porto da tanti anni, è piuttosto spiacevole. In pratica, quando ero piccolo, direi sui 12 anni, ho ricevuto particolari "attenzioni", diciamo così, da parte un signore anziano. Era il portinaio di un palazzo vicino casa mia, ed io e i miei amici ci andavamo spesso per stuzzicarlo, e perché "ci voleva bene". Non ho mai pensato a lui come ad un pedofilo, anche perché non è mai arrivato a situazioni tali da impensierirmi, ma per tanti anni, ripensandoci, mi resta la sgradevole sensazione di aver subito una violenza, se non fisica quanto meno psicologica, e non è un caso che ci ripensi, anche troppo spesso.
Quelle mani che mi toccavano dappertutto, erano sicuramente un suo segno di instabilità emotiva, che magari non sarebbe mai arrivata all'atto vero e proprio di pedofilia, ma che comunque, e forse non se ne rendeva nemmeno conto, aveva la possibilità di danneggiare un bambino, anche se non direttamente in termini fisici.
Ecco, questo è il mio segreto, magari non terribile, ma un vero segreto, perché non l'ho mai raccontato a nessuno!

Ilaria
Il mio “terribile segreto” risale all’epoca in cui non avevo compiuto ancora i sei anni, ma già avevo le idee chiare su cosa fare per farmi “rispettare”.
Mantenendole attaccate al dorso, in modo da non mostrare ad uno sguardo distratto il corpo del reato, strappavo in due le pagine dei libri preferiti di mio fratello maggiore (manuale delle giovani marmotte, per lo più, ma non disdegnavo fumetti o album dei calciatori): la trovavo una vendetta astuta, in fondo “non violenta”, facile da realizzare e da gustare, per me bambina apparentemente fragile ed indifesa. Era un modo per rifarmi dei suoi continui dispetti, per la sua gelosia nei confronti dei suoi amici e per il suo escludermi dagli intraprendenti giochi da grandi e da maschi. Io potevo solo giocare con le bambole e con le bambine della mia età…a volte però che noia! Invidiavo le spericolate corse con le macchinine o la costruzione di piccoli robot che andavano ad esplorare mondi sconosciuti.
Beh, certo, adesso, che apprezzo come un tesoro prezioso la lettura, ne sono veramente molto pentita…ma danneggiare un libro, paradossalmente, forse significava già riconoscerne il grande valore.

Mariapia
Quella volta che, in terza elementare, la maestra ci dette i compiti per le vacanze di Natale, non potrò mai dimenticarmela. La matematica non è mai stata la mia materia preferita. Siamo a casa dei miei nonni, mia cugina, invece, è ferratissima in materia. Ci sediamo, una accanto all'altra, sulla panca del salone, vicino all'enorme caminetto,apriamo i nostri quadernoni e io inizio a leggere il testo degli esercizi. Ho 3 problemi da risolvere. Per fare bella figura davanti ai miei e a mia cugina, avevo provato a farli da sola. Due mi erano riusciti e il risultato mi era tornato perfettamente, il terzo, no. Avevo provato svariate volte ma senza successo. Alla fine, decido di cambiare i dati. Nella mia testa, se il risultato non tornava, modificando i dati, sarei riuscita a far tornare quel risultato. Siamo stati dalle 3 del pomeriggio fino alle 8 di sera, tutti insieme, a provare a risolverlo, ma niente. E quel problema, non l'ho mai risolto…
Mica sono andata a scuola il 7 gennaio.

Mariarosa
Quella volta che in gita di quinta liceo in Inghilterra insieme alcune compagne di classe sono stata interrogata dalla polizia perchè avevamo "preso in prestito" dei cosmetici da Harrods!!!! ma non lo dite a nessuno!

Stefania
Mangio nutella di nascosto ... questo il mio terribile segreto!

Stefania
Una volta da bambina ero nel salone della casa dei miei genitori, e invece di guardare beatamente la televisione sul divano, ovviamente me ne andavo saltellando su e giù per la stanza.
E saltellando, saltellando inciampai sul tappeto persiano nel salone della casa dei miei genitori rovinai a terra urtando un tavolinetto dove faceva bella mostra un souvenir di Venezia.
Insomma con colpo sordo cadde un vaso di vetro per fortuna se ne staccò un sol pezzo … presi la colla e lo riattaccai al volo … colla gialla … vaso giallo.
Per diversi giorni girai alla larga dal salone, temendo di essere sgridata, non so come la colla tenne tutto attaccato per un bel po’ di settimane. In realtà tenne il vaso tutto fino a quando il mio vivacissimo cugino venne a trovarci e con una delle sue solite acrobazie fece volare il vaso.
Finalmente che liberazione , si era rotto e nessuno poteva incolpare me. Era stata la solita peste a combinarne una delle sue! Mia zia si scuso mille volte, e disse la solita frase: “sai i bambini sono più vivaci, le bambine sono delle signorine, tu hai una bambina”
E che bambina: vivace e furbetta! Son passati 40 anni e nessuno ancora lo sa!

Guenda
Può considerarsi un terribile segreto quello di usare i miei inconsapevoli colleghi, nonché l’anziana nonna, come cavie?
Sia chiaro, non sono uno scienziato pazzo né un feroce serial-killer, bensì una giornalista free lance che per campare nel duro mondo del quarto potere lavora part-time in una cooperativa sociale.
Il giornale per cui lavoro è di impostazione fieramente polemica: ragion per cui ai redattori che vi partecipano è richiesta una certa bellicosità, o quanto meno un tono che stimoli discussioni ed inviti il lettore a tornare a leggere i nostri articoli. Il risultato è che più di una volta sono stata minacciata più o meno velatamente in vari blog che riportavano i miei articoli: e, salvo rare eccezioni, non erano nemmeno pezzi che riguardassero argomenti seri quali pedofilia ecclesiastica o corruzione nelle forze dell’ordine, quanto invece frivole critiche a Lost o Michael Jackson.
Il punto è che non sempre la vena polemica è abbastanza carica per riempire lo spazio intero di un articolo: ecco dunque che scatta una telefonata di convenevoli alla nonna, o una mezza frase buttata lì in una conversazione tra colleghi.
Mantenendo un aplomb degno di James Bond per non guastare i rapporti con le mie preziose cavie, prendo mentalmente appunti sulle tesi che mi vengono proposte e che assai poco condivido, e più tardi mi dedico a demolirle minuziosamente. Va da sé che nessuna delle mie vittime legge i miei articoli, che peraltro non sono nemmeno sotto pseudonimo.
Così la mia coscienza è salva, e la mia vita sociale anche.

Alessio
Coe è il mio autore preferito!

Annalisa
Essere la prima della classe ha le sue belle responsabilità. Magari anche quella di stare vicina all’ultima della classe, che così impara, copia, si tira un po’ su e la prima della classe, che brava, dispensa la sua precisione, chiarezza, ortografia e sparge le doppie (giuste) come fosse parmigiano sulla pastasciutta.
Essere la prima della classe non ammette cedimenti.
Così, se l’ultima della classe, un giorno, per caso, fa un disegno con tutti i quadretti al posto giusto, e ne vien fuori questa bella lampada votiva, di quelle che vedi disegnate con il mosaico al cimitero; se l’ultima della classe, che chiameremo Marisa e c’ha anche un nasone, poverina, e le mani sempre sporche, sporchissime di inchiostro, dipinge la lampada di azzurro, e la dipinge assai bene, guarda che bella; se Marisa, col suo nasone e le sue mani sporche e il suo sei per nove ventiquattro, ci scrive sopra anche, in bello stampato maiuscolo, “Lux”, e la maestra alza il quaderno di Marisa e dice a tutte: guardate, bambine, che brava, che bella, che meraviglia; se succede tutto questo, insomma, la prima della classe, senza accorgersene, forse senza nemmeno volerlo, prende la matita e con rigorosa precisione, calcando bene sul foglio, fa uno sghiribizzo nero su e giù, avanti e indietro, su quella bella lampada, mentre la maestra non guarda e Marisa è tutta sorridente alla cattedra.
E quando Marisa torna al posto, e la sua bella lampada è tutta pasticciata, e le viene un po’ da piangere, la prima della classe sta così male, ma così male che dice alla maestra: se vuole cancello io i pasticci. Ma non ce la fa a cancellare, troppo bene ha premuto la matita nera sull’azzurro, e i pasticci rimangono lì, un po’ sul quaderno e un po’ nel cuore, per anni e anni e anni.
Sono ancora lì, quelle rigacce nere e segrete.

sara
ho appena fatto piangere una mia collega di lavoro...
non lo sa nessuno, eravamo in corridoio e poi lei si è rifugiata in bagno
mi sento una cacca!

Elisabetta
Ero una bambina di sei anni, golosa di dolci, anche se non in maniera eccessiva. Un giorno, terminate le mie caramelle e i miei “caucciù” (così chiamavamo i chewing gum), non resistetti alla tentazione e ne presi uno di mia sorella. Mentre stavamo per uscire con la mamma, mia sorella si accorse della scomparsa e chiese chi fosse stato. Nonostante la mia guancia destra avesse un aspetto insolito (un po’ gonfio), io negai spudoratamente. Mia mamma mi domandò di essere sincera con lei e mi rassicurò dicendo che se avessi detto la verità non mi avrebbe sgridata. Io confessai e la cosa fini lì. Alcuni giorni dopo, le due streghe impersonificate da mamma e sorella mi offrirono un bel cioccolatino avvolto in carta d’argento, che io subito scartai e misi in bocca. Errore fatale si rivelò il mio gesto: quello che a prima vista sembrava un ghiotto cioccolatino era in realtà un dado da brodo!
Non so se imparai la lezione per non dover più subire un tale “attentato” alle papille gustative, o se per natura divenni poi quella che sono: certo è che, a tutt’oggi, quella fu la mia prima e ultima bugia!

Vittoria
Il mio "terribile segreto" è la tristezza che si nasconde dietro il mio perpetuo sorriso!

Alessandra
Quella volta che da bambina....
Mio padre ha deciso di rottamare la sua Fulvia Coupè e io, allora bimba di 10 anni circa, sono triste perché quell'auto è stata compagna di tanti viaggi, al mare e in montagna, e perché da sempre si raccontava che quell'auto era stata un regalo di mio nonno, mai conosciuto, a mio padre.
Mentre gioco in cortile, ad un certo punto, decido di cogliere una rosa, una delle più belle, e la appoggio al parabrezza della NOSTRA auto.
Dopo qualche ora, ormai ritornata in casa, rincasa anche mia madre e dice "Qualcuno ha messo una rosa sulla Fulvia. Ma non è mica morta!! Chissà chi sarà stato..."
Non ho mai confessato di essere stata io!

Sabrina
Abbiamo girato tutta Milano, con bambini al seguito, per trovare la MITICA radiolina anni 40, agognato desiderio di mio marito che ormai non ci dormiva più la notte. Acquistata, impacchettata, portata a casa, messa in bella mostra sullo scaffale della libreria in salotto. Roba che ormai in salotto dovevamo entrare con i guanti bianchi e le pattine ai piedi per non alzare granelli di polvere, o rischiare di farla cadere.
Poi un giorno mentre facevo la polvere, distratta da MATERIAL GIRL di Madonna alla radio, ho fatto un movimento automatico e ...la radio è caduta, sfracellandosi al suolo. Ho tentato di tutto. Dall'incollaggio alle preghiere. Non c'è stato nulla da fare. L'unica è stata cercare su internet una banale imitazione. Costava un decimo dell'altra. Con una scusa ho portato il marito fuori a cena...così da non farlo entrare in salotto. Il giorno dopo è arrivata con corriere espresso la finta radio. Uguale all'altra in apparenza. Vuota dentro. Finchè non la prenderà in mano...non se ne accorgerà, ho pensato. Ma proprio ieri parlava di aver trovato un collezionista...fa che non sia vero!

Emiliano
Il mio "terribile segreto" è che a fine agosto aspetto l'arrivo del secondo figlio (sarà una bimba) e se solo mi soffermo più di dieci secondi a pensarci mi salgono le lacrime agli occhi...

Loredana
Era un giorno di fine dicembre di oltre trent’anni fa, ero una bambina di tredici anni e fino a quel giorno serena e felice. Era passato da poco Natale e con mio padre avevamo fatto un presepe bellissimo. Avevamo faticato per farlo, papà da qualche giorno non si sentiva bene, però eravamo riusciti a fare un bel lavoro e, alla fine, la soddisfazione era stampata sui nostri volti con un bel sorriso.
Mi piaceva guardare fuori la finestra, spesso ci passavo il tempo. Guardavo gli alberi, le finestre dei palazzi, le macchine e le persone che camminavano lungo i marciapiedi.
Anche quel giorno guardavo fuori dalla finestra ed il cielo era pieno di nuvole minacciose. Faceva freddo però non riuscivo a staccarmi da quella finestra, ma il motivo, questa volta, non era la curiosità solita di guardare le cose: non volevo vedere cosa stava succedendo dietro di me, nella stanza accanto.
Sentivo le voci di mia madre e mia zia che parlavano con mio padre.
- Come ti senti Paolo? Va un po’ meglio?
Io continuavo a guardare questo cielo grigio, pesante di acqua che non voleva cadere.
- Paolo vuoi qualcosa?
- Si….sposina (era il soprannome che mi aveva dato mio padre) mi porti un pezzetto di pane?
Andai a prendere il filoncino di pane che aveva appena comprato mia zia e tagliai un pezzetto di pane….il culetto, come si dice, perché è il più buono e sapevo che a papà piaceva.
Glielo porsi guardandolo negli occhi e tornai alla finestra.
Nella mia testa si affacciò un pensiero, un brutto pensiero: “papà non deve morire, non deve, come faccio? Signore per favore…”
Ma che scema, sono proprio scema…
-Paoloooooo? Oddio Paolo rispondi.
Mia madre urlava, e così pure mia zia. Io sono scappata, ho cominciato a correre per le scale e andai cercare aiuto da alcuni conoscenti che avevano una tipografia sotto casa.
- Aiuto papà sta male! Aiuto.
Mi presero, mi portarono dentro il locale e ognuno si diede da fare, chi andò a casa mia e altri a chiamare dottori e ambulanza.
Dopo un pochino di tempo sentii una sirena che si avvicinava sempre di più, si fermò, meno male adesso aiuteranno papà. Io ero seduta su una sedia e guardavo verso la porta. Era un porta a vetro opacizzato tranne che per una fascia superiore da cui si poteva vedere di fuori. Il mio sguardo era fisso su quella fascia, vedevo i rami degli alberi spogli, le finestre del palazzo di fronte.
Il lampeggiante dell’ambulanza comincia ad avanzare, ma non era luminoso e non si sentiva la sirena.
- Senti piccola, papà non c’è più, fatti coraggio soprattutto per mamma e per zia. Hanno bisogno di te.
Finito, il mio cuore si fermò e mi sentii completamente persa e colpevole.
Per tanti anni ho creduto che mio padre morì per colpa mia, per colpa di quel pensiero che feci guardando fuori dalla finestra. Ero così legata a mio padre che l’empatia con lui passò per senso di colpa.
Mi dicevo: perché hai fatto quel pensiero? Poteva ancora essere vivo e invece sei stata tu.
Tu lo hai fatto morire.
Come è strana la psicologia dei ragazzini, è così fragile ma allo stesso tempo devastante.
Fu difficile far passare questa brutta sensazione, ci volle tempo. Ora è superata ma un segreto è rimasto: non amo più guardare il cielo dalla finestra.

Marco Michele
I segreti terribili sono difficili da confessare per avere un libro in premio, benché si tratti di Coe. Per cui posso confessare di aver rubato delle caramelle, in questa mail.

Elisabetta
Ero una bambina di sei anni, golosa di dolci, anche se non in maniera eccessiva. Un giorno, terminate le mie caramelle e i miei “caucciù” (così chiamavamo i chewing gum), non resistetti alla tentazione e ne presi uno di mia sorella. Mentre stavamo per uscire con la mamma, mia sorella si accorse della scomparsa e chiese chi fosse stato. Nonostante la mia guancia destra avesse un aspetto insolito (un po’ gonfio), io negai spudoratamente. Mia mamma mi domandò di essere sincera con lei e mi rassicurò dicendo che se avessi detto la verità non mi avrebbe sgridata. Io confessai e la cosa fini lì. Alcuni giorni dopo, le due streghe impersonificate da mamma e sorella mi offrirono un bel cioccolatino avvolto in carta d’argento, che io subito scartai e misi in bocca. Errore fatale si rivelò il mio gesto: quello che a prima vista sembrava un ghiotto cioccolatino era in realtà un dado da brodo!
Non so se imparai la lezione per non dover più subire un tale “attentato” alle papille gustative, o se per natura divenni poi quella che sono: certo è che, a tutt’oggi, quella fu la mia prima e ultima bugia!

Serena
E’ successo in occasione del mio dodicesimo compleanno. Compio gli anni il 30 settembre, quindi si era appena ritornati a scuola dopo avere passato un’estate che, a riguardarla adesso, è stata probabilmente la più bella della mia adolescenza. E’ stata l’estate della metamorfosi da bambina a giovane donna, anzi ‘teenager’ come scrivevano sui giornaletti di gossip per cui spendevo tutta la mia paghetta all’epoca. Quell’estate ho passato le giornate con le amiche in parrocchia vicino al campetto da calcio, nella zona che per anni avevo reputato ‘dei ragazzi grandi’. La routine era: campetto, poi a casa per la cena e la sera ci si ritrovava di nuovo tutti al parco del quartiere. Ci portavamo i pattini per fornire un alibi sportivo e salutare ai genitori, ma poi passavamo tutta la serata a scherzare intorno ad una panchina. Mi presi una cotta per un ragazzo che era bruttino ma incredibilmente simpatico. Io, timidissima, con lui ridevo fino a piangere. Mi conquistò (quindi non è un luogo comune che le donne adorano un uomo che le fa ridere). Finita l’estate, con il ritorno a scuola per me finirono anche i pomeriggi al campetto e le serate al parco. Secondo i miei genitori uscite e impegno scolastico non erano elementi conciliabili, non a quell’età almeno. Così questo ragazzo io lo vedevo raramente, mentre altre mie amiche continuavano a frequentarlo e a frequentare i luoghi di quell’estate. Andò a finire che si mise con una di queste ragazze, colei che era stata la mia migliore amica fin dall’asilo ma che quell’estate aveva scoperto l’ascendente che poteva avere sui ragazzi, con effetti disastrosi per la nostra amicizia. Ovviamente ci rimasi male. Imbottita di filmetti per adolescenti e lettere-confessione del Cioè, qualche giorno prima del mio compleanno scrissi al ragazzo una lettera. Per qualche strano caso, io e questo ragazzo eravamo nati lo stesso giorno, anche se in anni differenti. Gli scrissi una lettera anonima in cui gli facevo gli auguri, gli confessavo il mio amore, e allegavo in regalo un ciondolo a forma di bilancia, che ovviamente era stato mio. La lettera ci mise un paio di giorni ad arrivare. Il terzo giorno in classe scattò il processo. La mia ex migliore amica costrinse tutte le ragazze a scrivere una frase alla lavagna per confrontare le calligrafie. Era determinata a trovare ‘quella t***a che ha scritto al mio ragazzo’. Da essere previdente quale sono, io avevo avuto cura di scrivere la lettera camuffando la mia calligrafia. Avevo scritto le ‘m’ e le ‘n’ al rovescio per esempio, e altre finezze. Nel mio piano diabolico non avevo però calcolato il fatto che la mia scrittura così camuffata assomigliasse tragicamente a quella di un’altra ragazza del gruppo in classe con noi, che per di più con la mia ex migliore amica non aveva mai intrattenuto rapporti di grande amicizia.Io la scampai, ma lei venne accusata pubblicamente e il conflitto fra le due generò una serie di scaramucce e dispetti che durò i restanti due anni delle medie. So che nemmeno adesso, a distanza di più di dieci anni, le due si stimano molto a vicenda. Ecco, non ho mai confessato a nessuno, che quella lettera che generò tanto scompiglio, l’avevo scritta io.

Paola
Ero in un albergo immerso nel freddo del Canada, crepuscolare e solitario. Il telefono squillava, squillava, ma non c’era risposta. Era da qualche mese che pensavo continuamente a cosa sarebbe successo se fosse accaduto qualcosa di terribile mentre io ero così lontana, in posti così remoti come lo stato di Alberta o il Quebec, a tante ore di aereo da casa, ad inseguire l’ambizione in un nuovo lavoro. Mi ero fatta una visione precisa di quello che sarebbe potuto accadere: un lutto, un incidente e qualcuno che amavo avrebbe avuto bisogno di me senza che io potessi fare nulla. Nascondevo questi pensieri cupi e angosciosi dietro il viso della viaggiatrice in erba, della giovane donna pronta ad affrontare la vita a testa alta e a cercare la propria realizzazione dopo tanti anni di studio. Era il mio terribile segreto, la paura che mi teneva sveglia nella solitudine di una stanza di albergo dopo una cena solitaria. Il telefono continuava a squillare, mia madre non rispondeva, nessuno della mia famiglia. Controllai il numero e la differenza di fuso… poi un pensiero improvviso mi scosse: e se io fossi stata l’artefice di una disgrazia, con quel mio compiacermi nel pensiero di un dolore improvviso che avrebbe scosso una esistenza piatta? Il telefono continuava a suonare senza sosta…

Patrizia
Quella volta che ho aspettato a lungo una telefonata...sapevo che sarebbe arrivata mentre tutti dormivano.
Dall'altra parte del filo era giorno e per me quella notizia diventava importante!Una risposta tanto attesa, tanto desiderata, tanto sognata, ma che poteva far male a qualcuno.
Il giorno dopo ho prenotato un volo per Boston. Per una persona. Sola andata. Avrei lavorato al MIT.

Lorella
Segreti quanti segreti ognuno porta con se dai più piccoli ai più grandi tutti abbiamo i nostri piccoli segreti e se li svelassimo che segreti sarebbero? Il mio non e' più segretissimo perché alle persone che conosco da più tempo e delle quali mi fido lo racconto perché so che per me e' più leggero sopportarne il peso se condiviso; il mio "segreto" e' quello di sapere in anticipo avvenimenti che mi riguardano attraverso i sogni premonitori :ho sognato un terribile incidente che ha visto coinvolti me e mio fratello; ho previsto le mie gravidanze, quelle a buon fine e quelle no ed eventi esterni alla mia persona come lo tsunami e altro ancora. Oppure mentre parlo di qualsiasi cosa provo delle sensazioni, soprattutto mentre faccio delle affermazioni che ciò che dico si realizzerà; fatto più recente dopo che ripetutamente mio marito mi diceva che secondo lui la squadra Italiana di calcio sarebbe uscita ai quarti di finale io ho "avvertito" e detto che invece non sarebbero arrivati al secondo turno… mio figlio mi ha poi tacciato di portare sfortuna !!!!!!!!. Questo e' il mio segreto un po' pesante in se ma a volte e' meglio essere preparati che essere colti alla sprovvista peccato che non riesca a prevedere i prossimi numeri vincenti del superenalotto.

Anna
Il terribile segreto che mi porto dietro è un segreto di famiglia: una violenza subita da un parente ormai defunto. Se il mio cuore potesse esprimere la rabbia e il rancore accumulato nel tempo, una famiglia si sfalderebbe e una piccola creatura dovrebbe rivisitare tutto il significato della sua infanzia.

Sabrina
Ricordi quella poesia? Quella che apre la prima raccolta che pubblicai?

La volta che mi hai baciata
il sole ha fatto sera, e l’aria profumata.
La casa era ospitale, gli amici rumorosi,
mi hai stretta, fatta bella, canzonata.
La volta che mi hai baciata
è stata forse cosa intenzionale,
o istinto,
o slancio malandrino.
Il fatto è che, ora, quella volta
è l’ultimo pensiero della notte
e il primo del mattino.

Quella poesia l’ho scritta di getto, pensata in un bus, il giorno dopo una sera di festa.
Il giorno dopo una notte di allegria. Di luna non più piena. Di stelle ballerine. Di musica che corre fuori dai balconi.
Il giorno dopo un bacio furtivo. Bacio quasi innocente. Bacio quasi suadente. Bacio tuffato in un uomo possente. Uomo ampio, erto, barbuto. Parole gentili, dette fra i capelli. Abbraccio da amico. Abbraccio per sempre.
Era per te quella poesia.
Per te.

Diego
Ho una doppia vita sin da quando me lo ricordo.
Ho una doppia vita perché non ne ho mai avuta una sola.
Questo è un pianeta che si poggia sulle convenzioni, sugli accordi sociali, sul pensiero comune.
Quando ho visto lei tra le persone che conosco io l'ho desiderata.
Continuo a desiderarla e ad averla anche se convenzionalmente per accordi sociali e per il pensiero comune non la devo desiderare e avere.
Sono così.
Lei è come me.
Non è per attrazione, è per solidarietà contro quello che non ci piace. La nostra libertà viaggia tangente alla vita che conduciamo.

Paola
Erano le ultime ore della tua vita.
Si sapeva da qualche settimana che non sarebbe iniziata l’estate per te.
Il medico chiaramente aveva spiegato il decorso finale della tua malattia.
Piano piano avresti avuto una crescente impossibilità di respirare e la tua morte sarebbe sopravvenuta per soffocamento “controllato e gestito clinicamente”.
Quel giorno promisi che io non avrei assistito a quelle ore finali.
Quel giorno promisi che quando il medico avesse annunciato “manca poco”, io sarei uscita dall’ospedale, avrei preso l’auto e sarei andata in campagna dove trascorrevamo le giornate estive e lì avrei aspettato la telefonata dall’ospedale che mi annunciava che la tua vita era finita.
Avevo promesso di andare sotto il salice, di sedermi nel prato e di far passare i fotogrammi dei nostri più bei ricordi, in silenzio.
Ora, che sono passati quasi tre anni da quel giorno, ora sì che sono sotto il salice, seduta sul prato e faccio passare il fotogramma di un terribile segreto.
Vorrei svelartelo.
Forse un giorno te lo svelerò.
Il giorno in cui sei morto, io sono uscita dalla stanza, ho preso dalla borsa le chiavi dell’auto e sono rimasta lì, dietro alla porta, per ore e ore.
Ti ho tenuto compagnia nelle tue ultime ore, ti ho guardato di tanto in tanto, attraverso un filo di luce che la porta socchiusa mi permetteva di utilizzare come strada per arrivare a te.
Ho pregato.
Ho imprecato.
Ho atteso la chiamata del medico ed appena il cellulare ha iniziato a suonare non ho risposto.
Ho aperto la porta ed un fascio di luce buia mi ha portata a te.
Avevo solo promesso.
Non avevo giurato di andare sotto il salice.
Ho barato.
Non avrei mai potuto lasciarti morire da solo.
Ora sono sotto il salice, seduta sul prato, sta per mettersi a piovere.
Attraverso un filo di luce che cerca di farsi strada tra le nuvole credo che tu stia leggendo quello che ho appena scritto.
Credo che ora io non abbia più un terribile segreto da custodire dentro di me.
Stai leggendo la mia lettera.
copertina

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