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Banana Yoshimoto
Another World

IL QUARTO VOLUME DELLA QUADRILOGIA
IL REGNO

Nel capitolo conclusivo della quadrilogia, il percorso di crescita di Noni è ormai compiuto. Kaede è morto e Kataoka è un padre, a modo suo, amorevole. Ambientata tra Mykonos, Okinawa e Tokyo, la storia di Noni è la chiusura di un cerchio: torna la forza delle piante e delle pietre, l’amore della natura e quello, complesso e ingovernabile, tra gli esseri umani, il confronto con la morte e l’abbandono.

Un libro che è un invito a leggere il mondo oltre i confini e le gerarchie, a riconoscerci come parte di un unico sistema dove conta soltanto la verità delle sensazioni.

 
 


C’era in mia madre un flusso di vita scintillante, e ogni volta che la osservavo mi sembrava di vedere un fiume. Un fiume che scorre, che luccica e non si ferma mai. 
 

  L'INCIPIT

“Voglio andare da un’altra parte, troverò la pace?
Voglio andare in un altro mondo, questo mondo ormai è finito
Ma continuo a sognare all’infinito senza aver mai visto la luce
Voglio andare in un altro mondo, se è possibile andarci
Mi manca il mare, mi manca la neve, mi mancano le api, mi manca tutto ciò che nasce e cresce
Mi mancano gli alberi, mi manca il sole, mi mancano gli animali, mi mancate tutti
Voglio andare da un’altra parte, troverò la pace?
Voglio andare in un altro mondo, questo mondo ormai è finito E canto le canzoni più diverse: mi mancano gli uccelli, mi manca il vento che così a lungo mi ha baciato”

Quando a Mykonos vidi per la prima volta Kino su una scalinata di pietra, pensai di essere vittima di uno scherzo degli dèi.
Perché tutto il tempo che avevo perduto mi veniva restituito in un istante, nella forma più evidente, e una dolce nostalgia mi riportava il sorriso sulle labbra. O magari solo per prendere in giro me e quella nostalgia che avevo provato ritrovandomi dopo tanto tempo lì a Mykonos.
La postura di Kino, il fatto che portasse occhiali da sole e un bastone, la schiena leggermente curva e il viso da ragazzino schizzinoso mi ricordarono il mio papà.
L’aria testarda, la T-shirt in cotone griffata e dai colori delicati abbinata ai chinos di buona fattura lo facevano somigliare a colui che secondo la legge era il mio papà.
Avere due papà potrà sembrare strano, ma la mia vita è sempre stata così, quindi per me è naturale.
Inoltre aveva anche qualcosa della mia mamma.
L’aria vagamente scostante di chi da un momento all’altro potrebbe dire una sciocchezza, un’assurdità, rovinando irrimediabilmente l’atmosfera.
Seduta in fondo alla scalinata mi domandai chi fosse, e allo stesso tempo capii che non dovevo lasciarmelo sfuggire.
Dovevo cercare di parlargli.
 
 


 

 
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