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9 febbraio 2010
copertina
Bouvard e Pecuchet

Cura: Franco  Rella
Traduzione: Franco  Rella
Collana: Universale Economica I Classici
Pagine: 480
Prezzo: Euro 9,5
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La bêtise umana è un abisso senza fondo, e l'oceano che vedo dalle mie finestre mi sembra ben piccolo al suo confronto.
G. FLAUBERT

Non si scelgono i propri soggetti. Li si subisce.
G. FLAUBERT


5. Bouvard e Pécuchet

La storia di Bouvard e Pécuchet è nota: due copisti vengono gratificati da un'eredità improvvisa; si ritirano in campagna dove, con un accanito e delirante sperimentalismo, mettono in atto le scienze, le dottrine, le credenze del loro tempo, passando da un fallimento all'altro, finché si riducono alla fine di nuovo dietro uno scrittoio a copiare le parole che non hanno né spiegato né modificato il mondo.
La storia di due idioti; la storia della stupidità, è stato scritto. In realtà questo è il libro più intimo e lacerante che Flaubert abbia scritto. Libro diabolico, dice nelle sue lettere, in cui egli esala la sua collera contro il mondo, e, come abbiamo già detto, di una difficoltà spaventosa, di dottrina e di esecuzione. Abbiamo già visto come Flaubert fosse convinto che un'immensa, metafisica, incrollabile stupidità, un'armatura di luoghi comuni, di frasi fatte, di credenze e ideologie accettate, coprisse la sostanziale nullità del mondo. E come in tutto questo egli vedesse una sola speranza: riuscire a tenere insieme il mondo dei fatti costruendo con il rigore estremo della scrittura, con il suo ethos, con la moralità che è implicita nell'opera d'arte perfetta, una rete sospesa su questo stesso nulla.
Bouvard e Pécuchet vanno oltre. Vanno oltre il punto che Flaubert aveva raggiunto prima di incontrarli. Prendono sul serio non i luoghi comuni, ma le scienze, la filosofia, la religione, la politica, le tecniche. Si applicano a esse con accanito furore, e le spingono fino alla loro verità ultima: alla loro incapacità di dare risposta al mistero del mondo; alla loro incapacità di modificare il mondo. E quando, alla fine, si mettono a copiare qualsiasi cosa, denunciano che anche l'illusione di Flaubert di tenere insieme il mondo nella scrittura e nell'opera d'arte è finita. Non c'è più nulla da sapere, non c'è più nulla da fare. La scrittura, che doveva opporre la sua rete trasparente all'opacità della bêtise, è ridotta al puro atto fisico dello scrivere. Al "Piacere che c'è nell'atto fisico del copiare" (BeP, cap. XI). "Niente riflessioni! Niente riflessioni! Copiamo! Bisogna che la pagina si riempia. Che il ?monumento' si compia [...] uguaglianza di tutto, del bene e del male, del bello e del brutto, dell'insignificante e del caratteristico" (BeP, cap. XII).
Ecco, qui forse sta la fascinazione e l'orrore, che hanno tenuto per anni Flaubert esitante sulla soglia di questo libro. Condurlo a termine sarebbe stato, è stato scoprire che anche la scrittura, la sua scrittura, e l'arte non sono al riparo dall'insignificanza, dall'uguaglianza di tutto: del bene e del male, del bello e del brutto. E allora il monumento che si compie sotto i nostri occhi è il monumento alla bêtise: assomiglia a quell'obelisco coperto della merda degli avvoltoi, che Flaubert ha visto nel suo viaggio in Oriente, o a quell'altro monumento, la colonna di Pompeo, in cui un certo Tompson di Sunderland ha immortalato, scrivendo il suo nome in lettere alte sei piedi, la sua stupidità, erigendo a essa un monumento che schiaccia il ricordo di Pompeo.

6. Oltre Bouvard e Pécuchet

Bouvard e Pécuchet non hanno sollevato le folle e mosso i governi contro di loro. Il carattere incompiuto dell'opera l'ha subito trasformata in una riserva di caccia, in una preda per la critica, che ha scavato in essa, illuminandola, ma anche circondandola di un fitto steccato di parole e di note, che la proteggono e che ci proteggono da essa, sia chi la esalta, sia chi vi vede un poderoso fallimento.
È Borges che dichiara che con Bouvard e Pécuchet è finito il romanzo realista, che quest'opera guarda all'indietro alle parabole di Voltaire e di Swift e degli orientali, e in avanti, a quelle di Kafka. Ma forse bisogna guardare ancora più indietro e ancora più avanti.
Un'opera estrema destruttura il passato e genera un futuro. Don Chisciotte destruttura la letteratura cavalleresca e inventa il romanzo. Bouvard e Pécuchet, che si muovono con l'ingenuità e con la sapienza di Don Chisciotte, destrutturano il sapere del XIX secolo e generano anch'essi un futuro. In Aspettando Godot Estragone è Bouvard e Vladimiro è Pécuchet. Hanno smesso anche di copiare. Sono lì, in un mondo privo di senso, abitato dall'insensata presenza di servi e padroni, di Pozzo e Lucky, in attesa di un indecifrabile e inconoscibile futuro. Godot. In attesa di Godot.
E intanto? Pentirsi? Di che pentirsi? Parlare? Ma ha senso parlare? Sognare? E perché si dovrebbe ascoltare un sogno? E dunque Vladimiro e Estragone aspettano. Si limitano ad aspettare. Non sono certi del luogo dell'appuntamento. Non sono certi della data o dell'ora. Non sono certi che un appuntamento ci sia veramente. Non sono certi nemmeno che ci sia un Godot, che possa venire o non venire. Aspettano. Non hanno età (come Bouvard e Pécuchet che attraversano sempre uguali decenni di storia) e non hanno tempo. Vivono nel paradosso di attendere nel tempo, essendo loro stessi fuori del tempo. E nell'attesa la loro voce andrà spegnendosi, come la voce dell'ultimo Beckett.
Forse Vladimiro e Estragone non attendono Godot. Forse attendono che nell'estinguersi della loro parola si generi un'altra parola, quella che, opponendosi ancora una volta al certo nulla, ricominci a pronunciare un incerto qualcosa.