PRODI La centralità del Mediterraneo rispetto al problema del terrorismo mi è parsa subito chiara. E chiara mi è sembrata la necessità di offrire un’occasione di reinserimento e di integrazione ai paesi che più si erano distaccati, per esempio la Libia. Credo che la nuova politica libica sia estremamente importante per limitare i conflitti fra Europa e Africa, affinché il Mediterraneo sia veramente un mare di pace. La Siria, invece, sembra restia a qualsiasi forma di collaborazione. Io penso che a lungo andare, se l’Europa sarà capace di costruire una politica mediterranea con principi fermi e con apertura politica, i risultati positivi non mancheranno anche in Siria. Certo, qualsiasi atteggiamento coloniale o neocoloniale deve essere definitivamente cancellato dalla logica europea. Questo è un principio di grande importanza, che ha evidenziato ulteriormente la necessità che l’Europa abbia una politica più forte, superando certe naturali resistenze o lo scarso interesse che alcuni paesi del Nord potevano comprensibilmente nutrire nei confronti dei paesi dell’area mediterranea. Finché si discute della politica mediterranea in generale tutti sono attenti e solidali; quando si passa a parlare di una politica attiva, è evidente che non tutti sono disposti a destinare risorse. Il mio obiettivo da presidente della Commissione europea è stato sempre quello di cercare luoghi di cooperazione tra nord e sud del Mediterraneo. Per questo non mi sono mai stancato di costruire punti di cooperazione, centri in cui decidere insieme. E perciò il mio interesse per un cambiamento del ruolo politico della Libia è diventato sempre più appassionato: la Libia ora non svolge più un ruolo di tensione come un tempo, è un elemento di coesione per la costruzione dell’Unione africana. È chiaro che ci ho messo la passione di chi conosce il Mediterraneo, di chi ci vive e lo valuta come elemento costitutivo della propria storia. È fisiologico che alcuni paesi dovranno svolgere un ruolo più attivo nelle politiche del Mediterraneo, facendo da collante in questo progetto di aggregazione. In questo senso ho lavorato per anni alla creazione di una banca del Mediterraneo, con un consiglio di amministrazione per metà di paesi europei e metà dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Sforzo vano, perché i ministri delle Finanze dei vari paesi si sono tirati indietro, interpretando la mia iniziativa con una mentalità chiusa. Si sono chiesti perché non creare filiali della Banca Europea degli Investimenti (Bei). La Bei lavora molto bene in questi paesi, ma non ha nulla a che fare con un centro in cui le decisioni si prendano insieme. Per non perdere entusiasmo e spirito propositivo abbiamo favorito la nascita della Fondazione per il dialogo culturale nel Mediterraneo, con sede ad Alessandria d’Egitto. Sarà utile, spero. Ma è un’altra cosa. Ho cercato poi di sostenere una politica di vicinato, cioè la possibilità per tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo di condividere più cose possibili con l’Unione europea. Escluse naturalmente le istituzioni: non diventeranno membri (non avrebbe senso), ma parteciperanno alle politiche dell’Unione europea relative all’istruzione, allo sviluppo, al commercio e così via. Queste sono state le mie proposte e molti paesi arabi hanno dimostrato apprezzamento e interesse. Anche Israele. Chi pensa a questo percorso in termini di destra o sinistra sbaglia. È necessaria una proposta politica che cerchi di rovesciare il modo di decidere. Bisogna far sentire questi paesi paritari e il Mediterraneo come un mare di cooperazione. Era una politica dettata dal mio ruolo di presidente della Commissione europea; ma nasceva dal mio essere italiano, cittadino di un paese che ha una responsabilità enorme nel rovesciare la politica mediterranea e nel renderla più cooperativa. L’Italia di oggi, invece, non sta facendo nulla. Non capisce neanche i problemi. Non capisce nemmeno il nuovo ruolo che il Mediterraneo può giocare per il semplice fatto che l’Asia arriva in Europa attraverso il canale di Suez, cioè attraverso il Mediterraneo. Il Mediterraneo ha nuove carte da giocare. Cambiare il gioco quando c’è una situazione di potenziale crescita è la cosa più doverosa e facile che si possa fare. È chiaro che si tratta di un percorso lento, perché bisogna incidere su milioni di persone cresciute in una situazione di odio e tensione. Però è l’unico possibile per sciogliere le situazioni di conflitto. È l’ambiente che deve cambiare, non solo le singole persone. Le foto dei futuri terroristi che facevano rafting, un mese prima di compiere gli attentati di Londra, suggerisce che, se non cambia il quadro generale, non riusciremo a raggiungere uno per uno coloro che diventeranno nemici. Il caso inglese è esemplare. Cittadini inglesi di seconda generazione si sono sentiti estranei, tenuti fuori a causa della loro origine e dunque pronti a vendicarsi.
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