Carlo Ginzburg ha ricevuto il premio Salento alla carriera. Lo storico ha dedicato il riconoscimento ad Adriano Sofri, alla sua "indipendenza di giudizio", al "suo coraggio", alla "sua generosità" e ha auspicato che la Corte europea di Strasburgo si pronunci presto sulla sua vicenda processuale. Ha poi consegnato l´importo del premio (quindicimila euro) all´Associazione "Liberi Liberi" che da anni sostiene la causa di Sofri. Riproduciamo il discorso pronunciato da Ginzburg su Machiavelli.

Il tema che ho scelto nasce da una ricerca su cui sto lavorando da alcuni anni: Machiavelli. Machiavelli è naturalmente di tutti. Ma mi fa piacere ricordare che la prima discussione tra me e Adriano Sofri - lui aveva diciotto anni, io ventuno - si svolse a Pisa, più di quarant´anni fa, proprio su Machiavelli. (Ricordo che non eravamo d´accordo; non ricordo perché).
Partirò da un passo della Mandragola. Ricorderete la trama della commedia. Nicia, un vecchio uomo di legge, desidera invano un figlio da Lucrezia, la sua giovane moglie. Callimaco, un giovane innamorato di Lucrezia, si traveste da dottore e spiega a Nicia che per rimanere incinta Lucrezia dovrà bere un decotto fatto con una pianta miracolosa, la mandragola. Ma c´è una difficoltà: il primo uomo che si congiunge con la donna che ha bevuto la pozione miracolosa, muore. Per salvare la vita del marito, conclude Callimaco, Lucrezia dovrà giacere con uno sconosciuto (che sarà Callimaco stesso, sotto un altro travestimento). Nicia si convince immediatamente e chiede a un frate di un convento vicino, Timoteo, di persuadere Lucrezia a commettere adulterio.
Poco dopo l´inizio della scena 11 del terzo atto Fra Timoteo si rivolge a Lucrezia con queste parole: "Voi avete, quanto alla conscienzia, questa generalità, che, dove è un bene certo ed un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a messer Domenedio; el male incerto è che colui che iacerà, dopo la pozione, con voi, si muoia; ma e´ si truova anche di quelli che non muoiono. Ma perché la cosa è dubia, però è bene che messer Nicia non corra quel periculo. Quanto allo atto, che sia peccato, questa è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltr´a di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose; el fine vostro si è riempiere una sedia in paradiso, e contentare el marito vostro. Dice la Bibia che le figliuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorono con el padre; e, perché la loro intenzione fu buona, non peccorono".
Lucrezia: "Che cosa mi persuadete voi?".
Frate: "Lasciati persuadere, figliuola mia" eccetera.
I capziosi, avvolgenti discorsi del frate, che provocano la risposta sdegnata di Lucrezia, suggerirono a Luigi Russo, in un libro che più di mezzo secolo lasciò un segno durevole negli studi italiani su Machiavelli, il termine "casistica". La definizione di Russo non era del tutto originale: uno dei suoi maestri, Benedetto Croce, l´aveva applicata a Machiavelli, salvo a ritrattarsi tacitamente molto tempo dopo. Di questo non posso occuparmi qui. Dirò piuttosto che Russo vedeva in fra Timoteo il "precursore" della casistica, anzi addirittura l´autore del "primo trattatello" di casistica, la tradizione di teologia morale, ferocemente satireggiata da Pascal a metà del '600 nelle Lettres Provinciales. Da dove vengono le argomentazioni di fra Timoteo?
La risposta è per noi oggi più facile di quanto non fosse mezzo secolo fa. Da un decennio almeno la casistica, liquidata da Pascal, è stata riscoperta come tema di ricerca e perfino riflessione teorica. Si potrebbe perfino dire che è diventata di moda. Ora, in un saggio recente sulle radici della casistica mi sono imbattuto in un passo tratto da una predica di san Bernardino da Siena (siamo nei primi decenni del '400). Esso è basato su una doppia citazione. L´eremitano Gerardo da Siena, che a sua volta citava il canonista Giovanni d´Andrea, professore nelle università di Padova e di Bologna, dove morì nel 1348 (verosimilmente di peste) aveva scritto: "Il male può essere consentito per due motivi: in primo luogo, per il bene che ne può scaturire, in secondo luogo, per il male maggiore che permette di evitare. Per evitare un male maggiore, il male è consentito per tre motivi: 1) per evitare il male spirituale, che è il male maggiore, consentendo un male corporale, che è il male minore; 2) per evitare un male spirituale maggiore consentendo un male spirituale minore, così come spesso si consente un peccato minore per evitare un peccato maggiore; 3) per evitare un male corporale maggiore consentendo un male corporale minore".
Leggendo questo passo (che ho tradotto dal latino) ho pensato immediatamente alle argomentazioni usata da fra Timoteo per convincere Lucrezia a commettere adulterio. L´analogia era innegabile, ma insufficiente: perché mai Machiavelli avrebbe dovuto riecheggiare nella Mandragola un passo di una predica pronunciata da san Bernardino da Siena quasi un secolo prima? Ma anche la ricerca, e non solo quella su Machiavelli, richiede al tempo stesso virtù e fortuna. Con un po´ di virtù e molta fortuna sono riuscito a tradurre la connessione morfologica in connessione storica. Vediamo come.
Il Libro di ricordi del padre di Machiavelli, Bernardo, è stato utilizzato poco, talvolta male, dagli studiosi di Niccolò Machiavelli; più spesso, è stato, e non finisco di stupirmene, completamente trascurato. Si tratta invece, com´è ovvio, di una fonte preziosa, anzi indispensabile - come spero di mostrare nella ricerca che sto conducendo. Tra l´acquisto di una vacca e una serie di piccoli prestiti in denaro troviamo registrati via via i libri che Bernardo veniva acquistando. Si tratta in molti casi di libri di diritto: Bernardo era addottorato in legge, come messer Nicia, il ridicolo protagonista della Mandragola (qui mi fermo, perché il discorso mi porterebbe lontano). Il primo luglio 1486 Bernardo annotò che Niccolò, allora diciassettenne, aveva portato "uno barile di [...] vino vermiglio" a un "cartolaio", ossia un libraio, come pagamento per la rilegatura di due opere del canonista Giovanni d´Andrea: la Novella e le Quaestiones Mercuriales. Un mese prima lo stesso cartolaio aveva ricevuto da Bernardo un pagamento analogo per la rilegatura delle Decades di Livio: l´esemplare letto da Niccolò.
"Veramente" esclama fra Timoteo accogliendo Lucrezia "io sono stato in su´ libri più di dua ore a studiare questo caso". Gli interpreti della Mandragola non hanno preso sul serio quest´affermazione; a torto. L´argomentazione del frate sull´opportunità di scegliere il minore tra due mali traduce alla lettera un passo della sezione sull´usura delle Quaestiones Mercuriales, che ho consultato nell´edizione pubblicata a Roma nel 1472. A sostegno della tesi che l´usura, condannata in linea di principio, va considerata come un male minore, quindi ammissibile in determinate circostanze, Giovanni d´Andrea citava l´esempio di Lot, che, per difendere dalle cupidigie degli abitanti di Sodoma gli angeli che erano venuti a visitarlo, aveva scelto il male minore, offrendo in alternativa le proprie figlie. Fra Timoteo trasferì le argomentazioni di Giovanni d´Andrea dalla sfera dei rapporti economici a quella dei rapporti sessuali, forse sollecitato dal rinvio a Genesi XIX, 4-9, cui sostituì un altro esempio di male minore tratto da un altro passo dello stesso capitolo: il connubio incestuoso delle figlie di Lot con il padre per poterne perpetuare la discendenza (XIX, 31-36).
Il rapporto tra le argomentazioni di Fra Timoteo e la tradizione scolastica è stato sottolineato più volte. Ma anche il saggio dedicato a questo tema, circa mezzo secolo fa, dallo studioso finlandese Lauri Huovinen rimaneva su un terreno congetturale, attribuendo a Machiavelli una conoscenza indiretta, mediata dalle prediche di Savonarola, di autori come san Bonaventura e san Tommaso. Il riscontro con le Quaestiones Mercuriales di Giovanni d'Andrea si muove su un altro piano. Esso getta luce sul modo di lavorare di Machiavelli, mostrando come egli facesse della biblioteca paterna un uso non limitato, come si dice comunemente, all'esemplare di Livio. Su tutto ciò non posso dilungarmi. Mi preme però sottolineare che l'individuazione della fonte delle argomentazioni di Fra Timoteo non è una semplice curiosità erudita. Come segnalò con grande acutezza Francsco De Sanctis esiste una continuità tra la spaventevole freddezza di Fra Timoteo e il distacco analitico di Machiavelli. Propongo di approfondire questa contiguità partendo dalla distinzione formulata da Giovanni d'Andrea tra principi generali (per esempio la condanna dell'usura) e deroga ai principi imposta dalle circostanze (quindi l'ammissibilità dell'usura). Questo modo di ragionare, tipico della tradizione scolastica, ci porta dritto al cuore del Principe.
Come tutti ricordano, c'è nel Principe una cerniera, indicata con enfasi quasi solenne da Machiavelli stesso. Si tratta del celeberrimo inizio del capitolo XV: "Ma sendo l'intenzione mia stata scrivere cosa che sia utile a chi l'intende, mi è parso più conveniente andare dreto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero essere. Perché gli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa, per quello si doverrebbe fare, impara più presto la ruina che la preservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene che ruini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario, volendosi uno principe mantenere, imparare a potere essere non buono e usarlo e non usarlo secondo la necessità". Secondo la necessità, ossia come impongono le circostanze.
I capitoli successivi del Principe ricalcano puntualmente un'identica traiettoria dal principio generale alla sua deroga. Inizio del cap. XVI: "Cominciandomi adunque alle prime soprascritte qualità, dicevo come e' sarebbe bene essere tenuto liberale. Nondimanco la liberalità, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende". Inizio del cap. XVII: "Scendendo appresso alle altre qualità preallegate, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto piatoso e non crudele: nondimanco debbe avvertire di non usare male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele: nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede".
Uno studioso si è soffermato in passato sull'uso del termine "nondimanco"; altri hanno sottolineato l'importanza della nozione di deroga nell'opera di Machiavelli. Non è stata rilevata l'intima connessione tra questi due temi. Credo che la scoperta del modo in cui Machiavelli utilizzò nella Mandragola le argomentazioni del canonista trecentesco Giovanni d'Andrea getti una luce nuova sul rapporto di Machiavelli con l'aristotelismo medievale; sul rapporto tra Principe e Discorsi; sul rapporto tra Machiavelli e la riflessione politica sui temi dell'eccezione e della norma che ha attraversato il ventesimo secolo e continua tuttora. Di tutto questo non posso parlare qui: mi premeva soltanto darvi un'idea del lavoro che sto facendo e che mi auguro di concludere in un futuro non troppo lontano.
Carlo Ginzburg

Carlo Ginzburg

Carlo Ginzburg (Torino, 1939) ha insegnato all’Università di Bologna, ad Harvard, Yale, Princeton e UCLA (University of California at Los Angeles), oltre che alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato numerosi libri tra cui, presso Einaudi, I benandanti (1966), Il formaggio e i vermi (1976), Indagini su Piero (1981), Miti emblemi spie (1986), Storia  notturna (1988), Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri (1991, ristampato con aggiornamenti presso Feltrinelli nel 2006). Presso Feltrinelli ha pubblicato inoltre Occhiacci di legno (1998, Premio Viareggio), Rapporti di forza (2000), Nessuna isola è un’isola. Quattro sguardi sulla letteratura inglese (2002), Un  dialogo (con Vittorio Foa; 2003), Il filo e le tracce. Vero falso finto (2006), Tre figure. Achille, Meleagro, Cristo (con Catoni, Giuliani, Settis; 2013). Nel 2010, all’Accademia dei Lincei, gli è stato conferito il Premio Balzan.

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