Nel cortile d'aria libera della prigione di massima sicurezza di Maputo, da un mese e mezzo si erge una grande tenda. E' al suo interno, per ragioni di sicurezza, che - iniziato il 22 novembre e interrotto per le feste natalizie - si è riaperto ora il processo, ritrasmesso in diretta ogni giorno dalla tv mozambicana, per l'omicidio del giornalista, militante e politico Carlos Cardoso. In Italia si potrebbe paragonarlo a Mani pulite, o alla "strage di stato". Il giornale Usa Christian Science Monitor paragona lo spasmodico interesse televisivo, mediatico e popolare che esso suscita al caso di O. J. Simpson. Chi vuole avere maggiori dettagli, può aprire il sito www.cpj.org e da lì cliccare sul dossier "The Case of Carlos Cardoso" (da cui è attinta la maggior parte delle notizie qui fornite). Imputati nel processo sono i tre killer che il 22 novembre 2000, in pieno centro di Maputo, mitragliarono il giornalista che usciva dal periodico che aveva fondato e dirigeva, il Metical (vedi qui sotto). I tre killer hanno già confessato di avere commesso l'omicidio. Imputati sono anche l'ex dirigente della Banca Commerciale del Mozambico (Bcm) Vincente Ramaya e i fratelli di origine pakistana Ayob Abdul Satar a Momade Abdul Satar - la cui famiglia possiede la catena di uffici di cambio Unicambios -, che hanno ammesso di aver dato sì i soldi, ma affermano di non sapere a cosa servissero; dicono che loro pagarono il capo dei killer (Anibal Antonio dos Santos Jr, detto Anibalzinho) su ordine di Nyimphine Chissano, che, guarda caso, è il figlio maggiore del presidente del Mozambico, Joaquim Chissano.
Secondo i Satar, Nymphine Chissano avrebbe chiesto un prestito di 50.000 dollari (che loro concessero al modesto tasso d'interesse del 45% annuo) e avrebbe ordinato che i dollari fossero pagati in due arate ad Anibalzinho. A prova delle loro affermazioni, i Satar hanno mostrato sette assegni postdatati emessi da Nymphine.
La tesi degli investigatori ufficiali è sempre stata che i Satar avrebbero ordinato l'omicidio di Cardoso a causa delle sue indagini sulla Bcm e sul furto di 14 milioni di dollari avvenuto nel 1992 durante la privatizzazione. Ma questa versione suscita molte perplessità, in primo luogo perché scagiona il figlio del presidente che con lo scandalo Bcm non aveva nulla a che fare (e infatti, finora Nymphine Chissano non è stato accusato di nulla e al processo è stato ascoltato solo come testimone); inoltre, perché l'inchiesta sulla Bcm era vecchia (all'epoca, appena era venuto fuori il loro nome, la maggior parte della famiglia Satar si era già rifugiata a Dubai) e da tempo Cardoso non pubblicava più nulla su quello scandalo del 1992; infine perché le indagini sono state deviate fin dal giorno dell'assassinio.
Più probabile è che Cardoso sia stato ucciso perché indagava su un progetto immobiliare da 50 milioni di dollari - per costruire 2.000 alloggi popolari su aree di proprietà del comune di Maputo -, sulla banca che lo finanziava, Banco Austral, e sull'origine de fondi che provenivano dal narcotraffico: secondo un rapporto della Dea (Drug Enforcement Administration) del 1997, negli anni della liberalizzazione, il Mozambico è divenuto uno dei maggiori centri del commercio mondiale di droga che dal sud-est asiatico viene sbarcata nel suo porto per essere da qui rispedita in Europa. Ora, il Banco Austral aveva legami con la Bcm ed era diretto dal partner commerciale di Nymphine Chissano, Octavio Muthemba. Nel suo ultimo articolo, Cardoso ipotizzava che i narcodollari fossero riciclati attraverso il Banco Austral e la Bcm.
Dopo la morte di Cardoso, la banca centrale del Mozambico ha preso il controllo del Banco Austral i cui passivi crescevano di giorno in giorno. Un revisore capo della Banca centrale, Antonio Siba-Siba Macuacua, fu nominato presidente del Banco Austral e incaricato del suo salvataggio. Ma Siba-Siba fu assassinato nell'agosto 2001. Per misurare il clima politico che si respira in Mozambico dopo l'assassinio di Cardoso, basti pensare che, dopo l'omicidio di Siba-Siba, il presidente Chissano disse di non avere fede nell'"imparzialità e integrità della polizia mozambicana". Immaginate cosa succederebbe in Italia se Carlo Azeglio Ciampi mettesse in dubbio l'integrità dei carabinieri!
Certo è che, fin dal primo giorno, la polizia ha condotto le indagini in modo assai strano: ha sì ascoltato il solo testimone oculare rimasto vivo, Angelo Nyerere Mavale, ma ora è incapace di rintracciarlo; ha fatto sparire altri testimoni chiavi; ha estorto confessioni false da arrestati. Due mesi dopo l'omicidio, la squadra di polizia incaricata dell'inchiesta veniva rimossa all'improvviso e destinata ad altra mansione. Il procuratore generale che aveva diretto le indagini è stato scaricato (e ora è indagato per averle insabbiate). Prima del processo, un alto ufficiale della polizia chiese un'udienza al procuratore che ora dirige l'inchiesta, Joaquim Madeira, insistendo perché chiudesse il caso: se si fosse tenuto un processo di omicidio, sostenne il dirigente della polizia, "non sarebbe lo stato a giudicare i criminali, ma i criminali a giudicare lo stato". La casa di Madeira è stata scassinata e perquisita.
Soprattutto, il primo settembre 2002, due mesi prima del processo, il capo dei killer, Anibalzinho, è fuggito dal carcere di massima sicurezza in cui era recluso. Ora è uccel di bosco - chi dice a Londra, chi in Sudafrica, chi in un isoletta a nord del Mozambico, tutti luoghi da cui sta trattando una forte riduzione della pena. Nella sua latitanza, Anibalzinho è abbastanza ben equipaggiato da aver inviato al giudice una videocassetta con una testimonianza che scagiona il figlio del presidente. Ora, è molto difficile che un detenuto possa evadere da un carcere di massima sicurezza e infatti qualcuno semplicemente aprì le tre serrature della sua cella: a dicembre i poliziotti assegnati al carcere hanno confessato di aver ricevuto "ordini dall'alto" per facilitare la fuga del killer. A confessare sono stati membri della guardia presidenziale, chiamati i Berretti rossi. Ora, il giornale privato Savana e il giornale di stato Noticias affermano che a dare l'ordine di liberare il capo dei killer è stato lo stesso ministro degli interni, Almerino Manhenje, che adesso rischia l'incriminazione.
Si capisce quindi la passione nazionale per il processo, un gigantesco Mani pulite, con in più un omicidio eccellente. Per l'opinione pubblica mozambicana il processo è un test per vedere se i notabili del regime sono ancora "intoccabili"; per il governo, il processo deve convincere l'opinione pubblica che la giustizia nel paese è trasparente; è per questo che il presidente Joaquim Chissano dice che non interferirà col processo, nonostante le accuse incombenti su suo figlio.
Certo che ai capi di stato e ai dittatori verrebbe di consigliare un maggiore controllo delle nascite, perché i loro figli sono solo fonti di guai. Infatti il coinvolgimento di Nymphine Chissano nel caso Cardoso ricorda un altro famoso figlio, "Tommi" Suharto, adorato rampollo del dittatore dell'Indonesia per più 33 anni. Dopo la caduta del padre, fu ucciso un giudice che indagava su Tommy per un caso di corruzione. Tommy fu accusato di esserne il mandate. Fuggì e si dette alla latitanza. Alla fine fu preso, processato, condannato per omicidio e imprigionato (mentre il caso di corruzione è ancora pendente). Fu quella la dimostrazione che a Djakarta c'era infine la democrazia e nessuno era più intoccabile. Ma lì il dittatore padre Suharto era già stato dimesso a furor di popolo. Qui il presidente Chissano è saldamente in sella.
Si capisce perciò anche l'interesse di tutta la stampa internazionale (italiana esclusa). Meno è chiaro perché alla campagna per un giusto processo, e in difesa della memoria di un'estremista marxista libertario come Carlos Cardoso, si appassionino tanto alcuni giornali Usa, come il Chicago Tribune, assai vicini agli apparati ufficiali.
Marco d’Eramo

Marco d’Eramo

Marco d’Eramo, nato a Roma nel 1947, laureato in Fisica, ha poi studiato Sociologia con Pierre Bourdieu all’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Giornalista, ha collaborato con “Paese Sera” e “Mondoperaio”, e collabora con “il manifesto”. Tra le sue pubblicazioni: I nuovi filosofi (Lerici, 1978), L’immaginazione senza potere, mito e realtà del ’68 (Mondoperaio, 1978), la cura di La crisi del concetto di crisi (Lerici, 1980), Gli ordini del caos (manifestolibri, 1991), Via dal vento. Viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti (manifestolibri, 2004) e, con Feltrinelli, Il maiale e il grattacielo (1995) e Lo sciamano in elicottero. Per una storia del presente (1999).

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