Agosto 1989. Da un po' gli Usa erano senza nemici. Senza quello di sempre: dopo lo sfaldamento del blocco sovietico, di lì a poco sarebbe crollato anche il muro di Berlino. E senza quello futuro, visto che Saddam Hussein non aveva ancora deciso di invadere il Kuwait che gli stava rubando il petrolio sotto il naso. In crisi d'astinenza, la Casa bianca (seguita da tutti i governi dei paesi occidentali) aveva messo al primo punto del suo programma la guerra alla droga. E ai suoi signori: in America Latina, all'ex collaboratore della Cia e presidente di Panama, Manuel Noriega, detto «Faccia d'ananas», per la cui cattura quattro mesi dopo i marines avrebbero invaso il paese, provocando migliaia di morti. E in Colombia, a Pablo Escobar, il capo indiscusso del cartello di Medellín, che da un bel po' aveva cominciato a perdere amici, complici e collaboratori nella società e negli apparati dello stato. Fino ad un paio d'anni prima gli era stata data una caccia tanto spettacolare quanto sterile con blitz che prevedevano un utilizzo smodato di elicotteri il cui rumore lo metteva sull'avviso quel tanto che bastava per farlo scappare, ma soprattutto con il fior fiore di ufficiali che lo tenevano informato di qualunque operativo. Escobar era ancora un intoccabile.

Il 14mo uomo più ricco del mondo
Una decina d'anni prima era diventato, secondo le riviste ‟Fortune” e ‟Forbes” , il quattordicesimo uomo più ricco del mondo ed era entrato in parlamento come deputato liberale, proprio quando il partito veniva accolto nell'Internazionale Socialista. Forte non solo di una colossale fortuna ma anche di straordinario carisma e intuito politico-sociale, aveva prima «militato» nella corrente «Nuevo Liberalismo» diretta dal leader progressista Luis Carlos Galán, per poi passare (quando il giornale ‟El Espectador” rese pubblici i suoi precedenti penali) alla corrente «Alternativa liberal», diretta dal ben più spregiudicato Alberto Santofimio Botero.
Nell'agosto 1989 era in pieno svolgimento la campagna elettorale per le presidenziali dell'anno successivo, che vedevano favorito proprio Galán, paladino della guerra ai narcos e alla corruzione. Sebbene, lontano dalle città, infuriasse la guerra tra esercito e guerriglia e fosse iniziata la carneficina dei gruppi paramilitari con alcuni terribili massacri nella zona atlantica, la Colombia era sconvolta soprattutto dagli attentati, mirati o indiscriminati, che volevano imporre l'abolizione della legge sull'estradizione. «Meglio una tomba in Colombia che una cella negli Usa» era il grido di battaglia dei mafiosi guidati da Escobar.
Il 18 agosto il presidente Virgilio Barco aveva convocato i suoi ministri per approvare l'estradizione per via amministrativa. La riunione già tesa (tutti immaginavano la rabbiosa reazione dei narcos) fu subito turbata dalla notizia dell'uccisione del comandante della polizia di Medellín, Valdemar Franklin, accusato da Escobar di essere un torturatore per avere fermato per alcune ore sua moglie e averle impedito di dare il biberon alla piccola figlia Manuelita. Ma il peggio doveva ancora venire.
Quando il vertice stava terminando, arrivò trafelato il generale della polizia Das, Miguel Maza Marquéz (lontano parente del Nobel Garcìa Marquéz) che disse: «Signori, ho il dovere di informarvi che il senatore Luis Carlos Galán ha appena subito un attentato».
Proprio quel giorno, Galán teneva un comizio nella piazza principale di Soacha, alla periferia meridionale di Bogotà. «Mi ammazzeranno» aveva predetto agli amici più intimi nelle settimane precedenti. Soltanto quindici giorni prima un agguato con bazooka era fallito per un nonnulla nei pressi dell'università di Medellín. I timori non gli avevano comunque fatto disdire un appuntamento in una zona dove aveva iniziato la sua carriera politica. Per precauzione aveva solo lasciato a casa il figlioletto dodicenne, solito accompagnarlo ovunque.
Galán iniziò a parlare protetto da un'imponente scorta di poliziotti, che lo lasciò stranamente solo quando dalla folla assiepata sotto il palco cominciarono le prime raffiche di mitra. A nulla valsero i soccorsi immediati e la corsa verso l'ospedale più vicino.
«Non ci sono dubbi. È stato Escobar», dissero Barco e Maza Marquéz quando annunciarono al paese la morte di Galán, provocando disperazione e rabbia in una popolazione che vedeva stroncata nel sangue l'ennesima illusione di un futuro diverso. La loro promessa di chiarire il crimine sembrò compiersi pochi giorni dopo, quando furono arrestati quattro pregiudicati che confessarono di avere partecipato al crimine e un gruppo di altri uomini, tutti incensurati, che le autorità sostennero fossero diretti da Alberto Hubiz, un professionista d'origine libanese (il che permise alla stampa di parlare di «pista araba»).
Col passare dei mesi, l'inchiesta sull'omicidio si rivelò però una colossale montatura della polizia e in particolare del Das, realizzata con prove false e testimoni comprati. L'omicidio di Galán assunse presto i contorni del complotto. Si venne a sapere, ad esempio, che agli inizi di agosto era stata inspiegabilmente cambiata la sua scorta, affidandola ad un oscuro sergente dei servizi segreti, che scomparve il giorno successivo l'attentato. Le rivelazioni non finirono lì. Un politico liberale svelò che Galán era stato finito con una rivoltellata allo stomaco sparato da una guardia del corpo sull'automobile che lo trasportava all'ospedale.
Il vacillante castello accusatorio crollò del tutto quando, tre anni dopo, Hubiz e gli altri malcapitati furono liberati con tanto di scuse della Procura. Nel frattempo i quattro rei confessi erano stati ammazzati uno dopo l'altro, in galera, dopo incredibili evasioni o dopo avere beneficiato di ancora più incredibili permessi premio, e comunque in circostanze più che sospette. Delle trentasette persone accusate della morte di Galán, adesso rimane dietro le sbarre una sola, John Jairo Velásquez Vásquez, detto 'Popeye', che sta scontando una condanna a venti anni.
Quando sembrava che le denunce e le richieste dei familiari del leader liberale di chiarire i depistagli e di indagare al di là delle organizzazioni mafiose rimanessero inascoltate, ecco la svolta clamorosa. A provocarla sono le rivelazioni di «Popeye», contenute in un libro di prossima pubblicazione dal significativo titolo Sangue, tradimento e morte. Secondo l'uomo che fu capo-killer e segretario di Escobar, il vero ideatore dell'omicidio di Galàn non fu don Pablo, ma il suo capo corrente, Alberto Santofimio Botero.
«Pablo uccidilo finché sei in tempo se non vuoi che quello, appena diventa presidente, ti spedisca negli Stati uniti», avrebbe più volte ripetuto l'anima grigia della politica colombiana, descritto da Popeye come consigliere personale di don Pablo. La confessione viene ritenuta credibile dai giudici tanto da far mettere a metà del maggio scorso le manette a polsi di Santofimio, che nel 1974 arrivò ad essere ministro della giustizia e poi, più volte, presidente della Camera. Nel paese dell'impunità quasi totale, la notizia del suo arresto ha provocato un enorme sconcerto. Un conto è la convinzione che molti politici si siano fatti (o continuino a farsi finanziare) dai narcos, un altro è la scoperta della complicità di uno di loro, e tra i più rappresentativi, in un assassinio così clamoroso.

Un personaggio bruciato
La svolta nell'inchiesta lascia comunque il sospetto che ci si voglia limitare ad un personaggio che, nonostante la sua fama, è stato da sempre in odore di mafia (tanto da essere soprannominato «Santomafio»). Ed è indubbiamente bruciato da quando, nel 1994, fu condannato a quattro anni e mezzo di carcere per avere ricevuto soldi dal cartello di Cali. Nonostante i proclami sul «trionfo della giustizia», l'imbarazzo del governo di Bogotà è evidente: Santofimio ha recentemente appoggiato il progetto di cambio costituzionale che potrebbe permettere la rielezione di Alvaro Uribe e ha inoltre un figlio che è stato nominato dallo stesso Uribe primo segretario dell'ambasciata colombiana a Parigi.
Il mistero della morte di Galàn difficilmente verrà comunque chiarito del tutto. Perché Santofimio sembra intenzionato a far valere la sua parola di persona «per bene» contro quella di un delinquente riconosciuto come Popeye piuttosto che a coinvolgere altri politici o alti funzionari statali. Ma soprattutto perché lo stato colombiano non ha nessuna intenzione di indagare al suo interno, come è d'altronde successo per tutti gli omicidi eccellenti realizzati nel paese, da quello del dirigente popolare Jorge Eliecér Gaitán, che nel 1948 inaugurò di fatto la guerra civile, fino a quelli della campagna elettorale per le presidenziali del 1990 (oltre a Galàn furono uccisi gli altri due candidati della sinistra, Bernardo Jaramillo e Carlos Pizarro).
L'eventualità che possa uscire qualche altro frammento di verità potrebbe più dipendere dai furibondi litigi interni al ceto politico colombiano. Pur di giustificare la sua generosità con i leader delle ‟Autodefensas”, che lo spinge ad attribuire perfino uno status politico ai capi narcos entrati a pieno titolo nell'esercito paramilitare, Alvaro Uribe sta denunciando strumentalmente le torbide complicità realizzate dai suoi predecessori a Palacio Nariño. Niente esclude che il presidente colombiano possa farsi prendere la mano e dire qualcosa di più sull'omicidio di Galàn (d'altronde, come amico personale dei capi mafiosi di Medellín e dei loro alleati paramilitari, deve saperne parecchio). A differenza della vecchia volpe Santofimio, potrebbe farsi tentare, fanatico com'è, dalla suicida logica del «muoia Sansone con tutti i Filistei».
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

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