Un film è per sua natura volubile: cambia a seconda di dove, quando e con chi lo vediamo. Me ne sono reso conto improvvisamente qualche settimana fa nella bella città di Bordeaux. Ero stato invitato a partecipare a un breve festival, ‟Les ecrivains font leur cinema”, in cui gli scrittori possono presentare uno dei loro film preferiti. L'invito era arrivato poco dopo la pubblicazione di una raccolta di Lindsay Anderson intitolata Never apologise. Mi ero immerso nel libro per giorni e giorni, rinvigorito dal modo in cui questi saggi, scritti in un arco di cinquant'anni, riescono in un'impresa rara e importante: coniugare l'appassionata fedeltà all'ideale di un cinema veramente britannico con l'assoluta mancanza di campanilismo. Con la testa piena di Lindsay Anderson, sapendo grazie ad alcuni giornalisti francesi miei amici che oltremanica non è conosciuto come merita (neanche lontanamente noto come Ken Loach, per esempio), ho spedito un’email agli organizzatori del festival per chiedere se potevano programmare una proiezione di quel capolavoro tagliente e picaresco che è O lucky man! Nel giro di un paio d'ore ho ricevuto una risposta mortificata. In Francia non c'erano in circolazione copie di quel film: potevano proiettare al suo posto Britannia hospital? A quel punto ho esitato. Britannia hospital è il film che ha quasi distrutto la carriera di Anderson come regista nel Regno Unito. Uscito nel 1982, proprio quando la guerra delle Falkland aveva scatenato una sorprendente ondata di sciovinismo britannico, questo film velenoso sulla situazione del paese andava contro gli umori allora dominanti, come se li avesse intuiti con quattordici anni di anticipo. Ho il vivido ricordo di averlo visto all'Abc Shaftesbury avenue durante la sua (brevissima) distribuzione a Londra. Seduto con la mia ragazza di allora in un cinema quasi vuoto, mi resi conto dopo circa dieci minuti che l'avevo portata a vedere un film uscito dall'inferno.
Il film non risparmia nessuno: né la direzione di un ospedale che non si ferma davanti a niente (neppure a un omicidio) per garantire che tutto fili liscio durante una ridicola visita della regina né i sindacalisti meschini ed egocentrici che sono impegnati a mandare a monte l'appuntamento. L'assistenza sanitaria privata, le illusioni della scienza, la complicità dei mezzi d'informazione e il sogno dell'impero sono tutti presi di mira e ridicolizzati. Riuscendo a ottenere dai suoi interpreti una recitazione brechtiana e antirealistica - e usando quegli interpreti per affondare la soffocante distinzione tra cultura alta e cultura bassa (Robin Askwith divide lo schermo con Joan Plowright) - Anderson aveva prodotto una caricatura sconvolgente e veritiera della Gran Bretagna alla vigilia della rivoluzione della Thatcher. Troppo veritiera, me ne rendo conto adesso, per il pubblico del 1982.
Come chiunque altro all'epoca, non avevo nessuna voglia di essere messo a confronto così spietatamente con lo squallore politico e morale di quei giorni. I critici giudicarono il film oltraggioso e la pensavamo così anche noi due, seduti stretti in quel cinema così vuoto da rimbombare. La scena in cui Malcolm McDowell, novello Frankenstein, si alza dal tavolo operatorio, morde la mano che lo ha creato e poi si fracassa la testa in un sanguinoso primo piano, ci fece veramente schifo.
Ventitre anni dopo, guardando la stessa scena a Bordeaux, in un cinema art deco conservato con cura e stipato fino al soffitto di studenti e cinefili, la sala si è sganasciata dal ridere e io mi sono unito agli altri di buon cuore. Cos'era cambiato in quegli anni? Io, tanto per cominciare. E la soglia di sopportazione del grande pubblico per la violenza più volgare, immagino.
Ma c'era dell'altro: Britannia hospital era un trionfo tra quegli spettatori francesi. Un film capace di fondere un umorismo stravagante, antiestablishment alla Monty Python (che i francesi adorano) con una profonda serietà morale, un linguaggio cinematografico fluido e una vera carica di poesia e di idee: una combinazione rara, impossibile da trovare nell'opera di qualsiasi altro regista britannico, vivo o morto. Mentre la discussione seguita alla proiezione si prolungava oltre la mezzanotte, il sentimento dominante tra il pubblico sembrava l'incredulità: possibile che questo regista non fosse conosciuto in Francia e, soprattutto, che non fosse venerato come un'icona nazionale nel suo paese? Devo dire che, riflettendo nelle settimane successive al mio ritorno da Bordeaux, è un sentimento che ho cominciato a condividere.
Lo scorso fine settimana sono arrivato fino a Southend per assistere alla proiezione di altri tre film di Anderson e partecipare a una riunione del comitato della Lindsay Anderson memorial foundation, creata da Lois Smith, la sua amica di una vita, per "promuovere la sua memoria e incoraggiare lo spirito che rappresenta". È stato un avvenimento gioioso, ma il film conclusivo - l'ultima produzione di Anderson, Is that all there is? , un autoritratto televisivo dell'artista nel crepuscolo della sua vita - ha lasciato tutti malinconici.
Ci ricordava che Anderson se n'è andato e che lo "spirito che rappresenta" deve combattere una battaglia ancora più dura per sopravvivere nella cultura cinematografica britannica di oggi. Qualche anno fa ero seduto in un taxi londinese con una produttrice di cinema indipendente. Era il 1999, e avevamo messo a punto l'idea di un film satirico, complicato e a tutto campo sulla mancanza di anima e la fame di spiritualità nella Gran Bretagna moderna. Stavamo per proporlo a un celebre regista britannico che ha girato molti film di grande successo commerciale. Ripensando al nostro progetto, dissi alla mia collega: "Secondo me quello che vorremmo fare è una specie di O lucky man! dei nostri giorni". Lei mi sorrise con aria di approvazione" eravamo due ammiratori di quel film - e ci pensò ancora qualche secondo prima di voltarsi verso di me e sibilare: "Però non dirglielo! Qualunque cosa tu voglia fare, non dirgliela".
Per i suoi amici e ammiratori - come David Storev - Lindsay Anderson era "uno spirito generoso, espansivo, esaltante, liberatore". Ma per troppi protagonisti dell'industria cinematografica inglese di oggi, dominata dal mercato, resta sinonimo di difficile, inquietante e non commerciale.
Che possibilità ci sono oggi di fare qualcosa sfruttando la sua rigorosa onestà, il suo impegno politico e il suo sublime disprezzo per le storie tutte uguali, per i "viaggi emotivi"' dei personaggi e gli altri logori talismani del cinema di massa? Un Britannia hospital del ventunesimo secolo?
La maggior parte dei produttori cinematografici britannici rabbrividirebbe alla sola idea. Per questo tenni chiusa la bocca durante quella riunione. Ma i soldi per fare il nostro film non li abbiamo trovati lo stesso.
Jonathan Coe

Jonathan Coe

Jonathan Coe è nato a Birmingham nel 1961, si è laureato a Cambridge e a Warwick, vive a Londra. Ha scritto tre biografie (di Humphrey Bogart, James Stewart e B.S. Johnson) e numerosi romanzi. Con Feltrinelli ha pubblicato: La famiglia Winshaw (1996), La casa del sonno (1998; audiolibro Emons-Feltrinelli, 2013), L’amore non guasta (2000), La banda dei brocchi (2002), Donna per caso (2003), Caro Bogart. Una biografia (2004), Circolo chiuso (2005), La pioggia prima che cada (2007), Questa notte mi ha aperto gli occhi (2008), I terribili segreti di Maxwell Sim (2010), Come un furioso elefante. La vita di B.S. Johnson in 160 frammenti (2011), Lo specchio dei desideri (2012), Expo 58 (2013), Disaccordi imperfetti (2015), Numero undici. Storie che testimoniano la follia (2016), Middle England (2018) e, nella collana digitale Zoom, V.O. (2011).

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