Il 18 luglio del 1918 nasceva Nelson Mandela, detto "Madiba", da tutti considerato il simbolo della lotta al razzismo e il "padre" della nazione Sudafricana. Scopri la vita e le parole straordinarie di uno dei giganti del XX secolo. I libri suggeriti, due estratti e un intervento audio di Simonetta Agnello Hornby.

Prendete pistole, coltelli e panga e gettateli in mare!”, un brano tratto da La sfida della libertà di Nelson Mandela e Mandla Langa, che ricostruisce giorno dopo giorno la creazione di una nuova democrazia. In questo brano Mandela dimostra tutta la sua grandezza. Appena uscito dal carcere, davanti a una paese lacerato dalla violenza e dalle divisioni, invita a buttare le armi.

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L’11 febbraio 1990 giunse finalmente il momento per Nelson Mandela di tornare a casa. Quel pomeriggio moltissime persone in tutto il mondo lo videro alla Tv mentre varcava i cancelli del carcere di Victor Verster.
Quasi due anni prima, l’11 giugno 1988, circa 600 milioni di spettatori avevano seguito in televisione il concerto organizzato in onore del settantesimo compleanno di Mandela nello stadio Wembley di Londra. Il concerto, definito nel 1989 dal presentatore della Bbc Robin Denselow “l’avvenimento politico pop più grande e piu spettacolare di tutti i tempi”, era stato organizzato dal Movimento anti-apartheid inglese (Anti-Apartheid Movement, Aam) con il patrocinio del suo presidente, l’arcivescovo Trevor Huddleston. 1 Quel concerto era l’ennesima prova di quanto potesse essere presente Nelson Mandela malgrado la sua assenza.
Ma lui adesso era lì, incarnazione vivente del fallimento della prigione e dell’apartheid; camminava nella luce del Capo Occidentale, e salutava sorridente la folla.
Per far parte del nuovo Sudafrica che andava sbocciando, Mandela doveva tuffarsi nella frenesia e nel caos del paese e del popolo che intendeva guidare. Il suo viaggio dai cancelli del carcere alla Grand Parade di Citta del Capo, dove migliaia di sostenitori aspettavano di sentirlo parlare, fu segnato da paure e deviazioni; presagi, forse, del cammino tortuoso che il paese era destinato ad affrontare nel suo viaggio verso la democrazia. Si consumò un piccolo dramma quando l’autista di Mandela, impensierito dalla folla ammassata lungo la strada presso il Municipio, deviò verso il vicino sobborgo di Rondebosch, dove il convoglio rimase in attesa in una strada tranquilla. Lì Mandela noto una donna con i due figli e le chiese di abbracciarli. A quel punto uno degli attivisti presenti, Saleem Mowzer, suggerì di andare a casa sua, nella zona est di Rondebosch. Dopo un po’ l’arcivescovo Desmond Tutu, preoccupatissimo, riuscì a trovarli e invito calorosamente tutto il gruppo a dirigersi al Municipio, altrimenti sarebbe scoppiata una sommossa.
Finalmente, verso l’imbrunire, Mandela poté parlare alla folla. Salutò quella massa trepidante nel nome della pace, della democrazia e della libertà per tutti:
“Sono qui davanti a voi non come un profeta ma come un umile servo vostro, del popolo,” disse. “I vostri vigorosi ed eroici sacrifici hanno reso possibile la mia presenza qui oggi. Per questo io metto gli anni che rimangono della mia vita nelle vostre mani.” Su un articolo per il “New Yorker”, Zoe Wicomb descrive alla perfezione quel momento: “Mandela non somigliava affatto al ritratto di un pugile avanti con gli anni che circolava in quel periodo. Quel giorno uno sconosciuto alto e affascinante avanzò a grandi passi nel mondo. Il suo viso era trasfigurato in tratti scultorei che ricordavano le antiche relazioni tra gli xhosa e i khoi, e la sgraziata riga tra i capelli era scomparsa. Sospiravano allo stesso modo top model e filosofi”.
Per quanto Mandela fosse ancora primus inter pares, oramai aveva ben presenti, come chiunque altro, i pericoli che gli si paravano davanti. Ed era cosciente anche delle violenze che devastavano il paese. Ciascuna provincia aveva la sua storia di dolore da raccontare, ma quella del Natal deteneva il triste primato della ferocia. Era qui che l’Inkatha Freedom Party (Ifp), con l’aiuto di agenti sotto copertura delle Forze di polizia sudafricane, faceva la guerra all’Anc e ai suoi sostenitori. Le Natal Midlands e diverse zone dell’area urbana della provincia erano ormai inavvicinabili sia per le forze dell’ordine sia per l’Anc.
Uno dei momenti più memorabili, e umilianti, per Mandela arrivo due settimane dopo il rilascio, durante una fase di intensi combattimenti nel Natal, in occasione di un discorso da lui tenuto davanti a oltre centomila persone nel Kings Park Stadium di Durban. “Prendete pistole, coltelli e panga e gettateli in mare!” chiese Mandela a gran voce. Un brusio di disapprovazione partì da qualche parte tra la folla per sfociare poi in un crescendo di fischi. Stoicamente Mandela continuò: doveva recapitare il suo messaggio. “Chiudete le fabbriche della morte. Mettete fine a questa guerra adesso!”.
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Qui un estratto da Lungo cammino verso la libertà, considerata da più parti come una delle migliori autobiografie mai scritte:

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La mattina del 5 dicembre 1956, appena dopo l'alba, fui svegliato da un forte bussare. Gli amici e i vicini non bussano in modo così perentorio, quindi capii che erano i poliziotti. Mi vestii rapidamente e trovai sulla porta il caporale Rousseau, agente dei servizi di sicurezza e figura alquanto familiare nella zona, assieme ad altri due agenti. Mostratomi il mandato di perquisizione, tutti e tre si misero immediatamente a frugare la casa in cerca di carte e documenti incriminanti. A quel punto i bambini erano svegli e mi guardavano chiedendo di essere rassicurati. Con un'occhiata severa li esortai a stare tranquilli. La polizia rovistò nei cassetti, negli armadi, nei ripostigli, dovunque potessero celarsi documenti illegali. Dopo quaranticinque minuti di ricerca, Rousseau disse semplicemente: "Mandela, tu vieni con noi. Abbiamo un mandato di arresto a tuo nome". Guardai il mandato, mi saltarono agli occhi le parole: "Hoogverraad - Alto tradimento".
Li seguii alla macchina. Non è piacevole essere arrestati davanti ai propri figli, anche quando si sa di non avere fatto niente di male. I bambini non comprendono la complessità della situazione: vedono semplicemente che il padre viene portato via dalle autorità bianche senza nessuna spiegazione.
Rousseau guidava e io gli sedevo accanto - senza manette - voltando le spalle alla strada. Aveva un mandato di perquisizione per il mio ufficio in città, dove ora eravamo diretti dopo aver scaricato gli altri due poliziotti in una zona vicina. Per scendere in città si percorreva una squallida tangenziale che attraversava una zona disabitata. Mentre procedevamo lungo quel tratto, feci notare a Rousseau che doveva fidarsi molto per viaggiare con me da solo e senza mettermi le manette. Lui non rispose. "Cosa succederebbe se io le saltassi addosso e la disarmassi?" chiesi.
Rousseau si mosse a disagio. "Mandela, stai giocando col fuoco," disse.
E io risposi: "Giocare col fuoco è la mia specialità".
"Se continui su questo tono sarò costretto ad ammanettarti," disse minacciosamente Rousseau.
"E se io mi rifiutassi?"
Questo teso scambio di parole continuò per alcuni minuti, ma quando entrammo in una zona più popolata vicino alla stazione di polizia di Langlaagte, Rousseau rhi disse: "Mandela, io ti ho trattato bene, e lo stesso mi aspetto che tu faccia con me. Non mi piacciono i tuoi scherzi".
Dopo una breve tappa alla stazione di polizia fummo raggiunti da un altro agente e andammo nel mio ufficio, dove le ricerche si protrassero per altri quarantacinque minuti. Da lì fui condotto nell'edificio di mattoni rossi in Marshall Square, la labirintica prigione di Johannesburg dove avevo trascorso alcune notti nel 1952 durante la Campagna di sfida. Vi trovai alcuni colleghi che erano stati arrestati e incriminati nella stessa mattinata. Nelle ore successive arrivarono alla spicciolata altri amici e compagni. Era arrivato il colpo che da tempo il governo pensava di assestare. Qualcuno portò dentro clandestinamente una copia dell'edizione pomeridiana dello "Star", così apprendemmo da titoli a caratteri cubitali che la perquisizione si era estesa a tutto il territorio nazionale, e che tutti i principali dirigenti dell'Anc erano stati arrestati con l'accusa di alto tradimento e di presunta cospirazione ai danni dello stato. Coloro che furono arrestati in altre parti del paese - il capo Luthuli, Monty Naicker, Reggie September, Lilian Ngoyi, Piet Beyleveld - vennero caricati su aerei militari e trasferiti immediatamente a Johannesburg, dove sarebbero stati giudicati. Le persone arrestate furono centoquarantaquattro. Il giorno dopo comparimmo in tribunale per essere formalmente incriminati. Nell'arco della settimana successiva furono arrestati Walter Sisulu e altri undici, che fecero salire il totale a centocinquantasei, di cui centocinque africani, ventun indiani, ventitré bianchi, e sette meticci. Tra gli arrestati quasi tutti i dirigenti dell'Anc, sia quelli già messi al bando sia altri che non lo erano. Finalmente il governo aveva fatto la sua mossa.
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Infine, in audio scaricabile, un bellissimo intervento su Mandela di Simonetta Agnello Hornby registrato nel 2007. Clicca qui

 

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