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#6 - Fieri della Resistenza perché... perché insegna a scegliere

“Si muore in tanti ogni giorno e i più innocentemente; io almeno ho combattuto.” [generale Giuseppe Perotti, fucilato a Torino il 5 aprile del 1944]

Nell'Europa dominata dai fascismi la violenza era diventata un valore. Quando la Wermacht invase il nostro territorio e sorse la Repubblica sociale italiana di Mussolini, per chi scelse di combattere contro i nazifascisti si trattò di ridefinire il rapporto con la propria esistenza, e con la morte. Decine di migliaia di uomini e donne furono disposti a morire per i propri ideali e, ancora di più, a impugnare le armi per difenderli. Non era più il Duce a ordinarlo, non era più l'Italia fascista, che li aveva educati alla sopraffazione, a chiedere loro di essere disposti a sacrificare tutto per una patria ingiusta. La crisi dell’autorità”, scrisse a suo tempo Guido Quazza, “diventò assunzione di responsabilità da parte del singolo, si trasformò in nascita della partecipazione e dell’autonomia”.
In questo slancio, ci fu posto per una molteplicità di comportamenti. L’ebbrezza di reimpadronirsi del proprio destino è quella ad esempio che ci viene restituita dal “partigiano Johnny”, quando decide di farsi partigiano: “nel momento in cui partì , si sentì investito in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare, a decidere militarmente e civilmente Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava il vento e la terra”. E’ così anche nel caso di Giorgio Agosti e Dante Livio Bianco, che furono rispettivamente Commissario politico delle Formazioni Giustizia e Libertà del Piemonte e Comandante della Prima Divisione GL. Nella scelta di entrambi, alla forte dimensione esistenziale del loro antifascismo si intrecciò un misto di consapevolezza politica e spinta morale: “Questa lotta,“ scriveva Giorgio a Livio “proprio per questa sua nudità, per questo suo assoluto disinteresse, mi piace. Se ne usciremo vivi, ne usciremo migliori; se ci resteremo, sentiremo di aver lavato troppi anni di compromesso e di ignavia, di aver vissuto almeno qualche mese secondo un preciso imperativo morale”. A questo slancio vitale si accompagnava la sensazione di vivere una fase assolutamente irripetibile della storia italiana, in cui tutto era possibile, anche "una scommessa sul mondo", una resa dei conti con tutto quanto di sbagliato, corrotto, ingiusto il fascismo aveva fatto affiorare nel costume nazionale, l'azzeramento dell’eredità di un’Italia liberale ancora intrisa di trasformismo, con uno Stato unitario sempre forte con i deboli e debole con i forti. E’ quella “completa felicità della condizione partigiana, un accordo intimo di ciascuno di noi con se stesso…io mi sento a mio agio, partigiano nato”, restituitaci con straordinaria efficacia da Roberto Battaglia.
Riprendendo da una delle più belle pagine di un romanzo di Italo Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno), le parole del suo partigiano Kim ("basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima, e ci si trova dall'altra parte") molte di quelle scelte sono state interpretate quasi come se i percorsi di approdo alla Resistenza o alla Repubblica di Salò fossero più da vittime del "capriccio" del Destino o di Dio che da uomini consapevoli. In realtà per Calvino, quel “nulla” “era in grado di generare un abisso”. Il “furore” della guerra civile coinvolgeva entrambi gli schieramenti, ma “da noi, dai partigiani, niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pure uguale a loro, va perduto. Tutto servirà, se non a liberare noi, a liberare i nostri figli, a costruire una umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”. La Resistenza, avrebbe scritto nel 1964, rappresentò “la fusione tra paesaggio e persone, una rifondazione di sé che si attua a partire da uno stato primitivo, fuori dalla società”.
Certo che nella Resistenza confluirono decisioni occasionali, opportunismi esistenziali, desideri di avventura adolescenziali. Ma certamente scegliere di andare in montagna a combattere fu un gesto che risalta con nettezza soprattutto se confrontato con quelli di chi, come ha scritto Claudio Pavone, “fece il possibile per sottrarsi alla responsabilità di una scelta o almeno cercò di circoscriverne confini e significati, avallando di fatto la continuità delle istituzioni esistenti e accettando insieme che il vuoto venisse riempito dal più forte" e che sottolinea un dato di fatto: né durante le guerre di indipendenza, né al momento dell’intervento nella guerra 1915-1918, né in nessuna altra fase della nostra vita nazionale unitaria l'Italia ha potuto mobilitare tanta passione civile e un tal numero di combattenti volontari come nella lotta partigiana.

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