Podcast: “Le stanze del male” di Piergiorgio Pulixi
La serie: Piergiorgio Pulixi, autore di romanzi noir, indaga le diverse sfaccettature del male attraverso le parole di chi, per destino o per mestiere, deve farci i conti tutti i...
Milano, fine anni cinquanta. Un intellettuale di provincia lascia la moglie e il figlioletto per andare a vivere in città. L’intento è sovversivo: far saltare in aria il “Torracchione”, il palazzo di una compagnia chimico-mineraria, per vendicare i quaranta minatori morti in un incidente causato dalla scarsa sicurezza sul lavoro. Su questo presupposto incendiario – ispirato dal disastro di Ribolla del 1954 – prende avvio il romanzo di Bianciardi, in larga parte autobiografico. Ma la città fa presto a fagocitare il giovane intellettuale che, per mantenersi, si trova a lavorare come redattore per pochi soldi, battendo a macchina tutto il giorno e consumandosi i nervi un caffè alla volta. Intanto osserva con frustrazione crescente il labirinto di cemento in cui è finito, avvolto da una nebbia che è semmai una fumigazione rabbiosa, una flatulenza di uomini, motori, camini; è sudore, polverone sollevato dal taccheggiare degli opportunisti, fiato di denti guasti. E così l’intento iniziale del protagonista si dissolve in una rincorsa costante alla prossima consegna, tra l’assillo di tafanatori e rompiscatole e un vortice di annunci pubblicitari, abbonamenti e telefonate a ogni ora del giorno e della notte.
Pubblicato nel 1962 e subito diventato un libro di culto, La vita agra rimane un incomparabile sguardo sulle conseguenze umane e sociali del boom economico. Con lingua irrequieta, grottesca, che però si apre sempre a una comicità abrasiva, Bianciardi ci consegna uno dei romanzi più rappresentativi dell’Italia del secolo scorso. Una scrittura impossibile da imbrigliare, capace di cogliere con lucidità inimmaginabile i tic linguistici e il progressivo disarmo delle idee che ancora oggi caratterizzano gran parte del mondo culturale.
“Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre.”
Il boom economico, la febbre dei consumi, la produzione spinta sempre un po’ più in là. E intanto la cultura si sfalda, Milano diventa una prigione di nebbia e squallore per chi vende la propria immaginazione per quattro soldi, mentre la classe operaia sconta sulla pelle le conseguenze del capitalismo sfrenato. Con ironia divertita e grottesca, Bianciardi punta il dito contro l’abbrutimento della società che abitiamo.
Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 - Milano, 1971), laureato in filosofia, bibliotecario e professore di liceo, scrisse con Carlo Cassola I minatori della Maremma (1956; ExCogita, 2004). Trasferitosi a Milano, lavorò …