Giorgio Bocca: I "neri fantasmi" su Torino

12 Dicembre 2002
Ritorna a Torino la paura dell'abbandono. A cicli, come se ogni volta che sta per decollare per diventare la città trainante del paese, qualcuno, qualcosa la tirasse giù, come se, a cicli, i suoi meriti, le sue conquiste si trasformassero in punizioni, in delusioni. Le giornate miracolose del Risorgimento e poi l'umiliazione della capitale che se ne va, prima a Firenze, poi a Roma. Il progresso inarrestabile dell'industria e poi la serie delle recessioni, la megalopoli oltre il milione di abitanti e il ripiegamento su una città media. Una città dalle molte vite, che ricomincia sempre da capo.
Oggi la Torino che appende agli alberi di Natale le lettere della cassa integrazione, della sospensione dal lavoro che potrebbe anche essere definitiva per mille dipendenti dell'auto e trecentocinquanta del Comau, la fabbrica dei robot, non è allegra, sciopera, blocca le ferrovie, le autostrade. Ma non sai se siano sortite da una città assediata o rabbia che si isola, delusione che si chiude le vie di fuga. Non alla fame, non disperata perché gli ammortizzatori sociali funzionano, e in ogni famiglia entra più di un salario ma una città depressa, insicura, una città opaca che non riesce a nascondersi come Roma dietro gli scenari multicolori del turismo e come Milano dietro il commercio internazionale.
Forse è così di molte città del mondo ma Torino ne ha viste davvero troppe di mutazioni, di "si ricomincia da capo".
Mi capita di pensare in questi giorni al destino della sua famiglia regnante soprattutto all'Avvocato Agnelli oggi ammalato e lontano. Famiglia di molti privilegi ma anche di molti dolori, famiglia che ha vissuto le paure dell'abbandono. Mi diceva l'Avvocato l'ultima volta che lo incontrai: "Ci sono nella mia vita, come dei neri fantasmi, episodi lontani di quando avevo undici anni e un giorno a Villar Perosa, mentre stavamo in giardino, mio nonno disse: 'Le cose non vanno bene, ho paura che dovrò chiudere due officine'. Poi toccò al professor Valletta e a me licenziare quelli che avevamo assunto in surplus, per salvarli dalle deportazioni dei tedeschi".
I neri fantasmi di sempre, le paure che tornano in una città sempre in bilico fra l'espansione e la recessione. L'espansione che ogni volta crea nuovi conflitti, il mercato che ogni volta promette e poi tradisce: sessantamila automobili vendute dalla Fiat del professor Valletta nei primi anni Cinquanta e sembrava un trionfo e adesso una crisi che sembra senza fine quando di auto se ne producono a milioni. Torino è conosciuta come la città dei bogianen sempre eguali, diffidenti, prudenti. Ma dei bogianen che devono vivere in mezzo a imprevisti e oscillazioni tempestose.
Prendiamo la grande crisi degli anni Ottanta. Ci fu più disperazione di oggi e lo si vedeva: quei licenziati, quei prepensionati che passavano il mattino nei parchi o nei giardinetti per portare a spasso i nipotini o leggere La Stampa dalla prima all'ultima riga per tirare l'ora del pranzo in casa dove li guardavano come buoni a niente. Ci furono più di duecento suicidi e migliaia di casi più o meno gravi di disordini mentali. Forse è da quell'anno che è apparsa nella Torino rossa delle "barriere" l'anomalia dei proletari che votano a destra. E' lì che parte la terza o quarta o chissà quale mutazione antropologica, prima la città capitale della corte e dell'arsenale, poi quella che si ricicla con l'industria e il cinema, e sopravvive alla dittatura anche se non amata dal Duce che ne parla come di una "porca città". Che esce rotta ma viva dalla guerra e dall'occupazione, supera prima l'invasione dei contadini piemontesi e poi dell'immigrazione meridionale, gli autunni caldi e gelidi, l'automazione che a noi cronisti sembrò il paese delle meraviglie e non avevamo ancora finito di meravigliarci che ci spiegarono che troppa automazione fa male, che troppi ingegneri e poca umanità sono un problema.
Su e giù, senza soste, senza ripensamenti: superata la crisi degli anni Ottanta arriva quella del '93, dai tremila miliardi di utili dell'anno precedente una perdita di 1800 miliardi, quasi cinquemila in meno. Su e giù: la discesa trionfale a Termoli, Cassino, Melfi, Termini Imerese e poi la conquista del mondo, la Russia di Togliattigrad le docce gelate, le ristrutturazioni e le conversioni che promettono rilanci miracolosi ma che vogliono anche dire che di errori se ne sono fatti e molti, di ritardi di scelte sbagliate pure. A volte incredibili. Per esempio la grande campagna della qualità degli anni Novanta, quasi una parodia del grande balzo cinese o dei piani sovietici. Più che una propaganda aziendale una confessione scoperta, clamorosa: abbiamo sbagliato tutto, la direzione delle "cinque dita", le cinque sezioni produttive ferreamente controllata dalla direzione al piano più alto di corso Marconi, la cittadella del potere sorvegliata dai "guardioni" in divisa blu e ingentilita dalle segretarie e dalle impiegate fedeli e cortesi, ha sbagliato; scenda ai piani inferiori, si apra a chi lavora, riscopra il genio operaio di Gramsci e dell'Ordine nuovo.

E allora negli immensi capannoni di Mirafiori e di Rivalta, in mezzo ai torni e ai robot fiorirono a centinaia i chioschetti della qualità dove gli operai creatori appendevano le loro fotografie e le loro proposte, come nelle comuni e nei kolkoz, fogli e foglietti presto coperti dalla polvere del disincanto.
La campagna della qualità? Ma chi ha avuto questa idea balorda? Come dire ai clienti: guardate che fino a ora abbiamo fatto delle auto senza qualità, le auto con il motore buono ma la carrozzeria squinternata, le auto del protezionismo che ora di fretta mandiamo in pensione perché la concorrenza è spietata. Negli anni in cui la Fiat era protetta era l'azienda a dirigere il mercato a decidere quale auto di quale cilindrata di quale colore di quali prestazioni i clienti dovevano acquistare. Adesso il mercato prevedibile non c'è più, chi fabbrica auto deve essere flessibile.
Ora si rimprovera ai dirigenti dell'azienda di non essere stati previdenti di non aver capito che la crisi si sarebbe aggravata, e sì che il trend negativo come si dice era chiaro bastava osservare i numeri e il loro inarrestabile declino: nell'85 i dipendenti in Italia erano 60 mila, nel 2000 35 mila e sono ancora troppi. Come cliente non dico di averlo previsto esattamente nella misura e nel tempo ma di averlo in qualche modo intuito.
Aspettavo come tutti il lancio della Stilo, l'auto che avrebbe dovuto continuare il successo della Punto, aspettavo un massiccio, fiducioso imponente lancio pubblicitario e invece ne arriva uno fiacco, quasi timoroso. Aspettavo anche di vedere la invasione nelle strade dell'ultimo modello e invece di Stilo in giro non se ne vedeva neanche una, andavo per chilometri per i viali di Milano a cercarle e non riuscivo a trovarne. Perché le auto francesi, le Peugeot, le Renault di improvviso segnavano un venti per cento in più di venduto e le Fiat venti in meno. Errori certo ma anche una psicosi collettiva, anche i misteri del mercato.
Gli errori e i difetti di anni che improvvisamente si mutavano in un irragionevole rifiuto di massa, e quando arriva l'abbandono di massa non è facile rimettersi in corsa, la crisi si allarga a cerchi concentrici. Giornali e televisioni parlano delle lettere di cassa di integrazione appese agli alberi di Natale, mostrate dai manifestanti, ma ci sono anche le migliaia di lettere invisibili dei licenziati dell'indotto. Quante sono le fabbrichette le boite dell'indotto che dipendono dalla Fiat? Migliaia a cerchio intorno alla città. Non si sta allegri nelle boite dei ricambi e dei componenti. Nella crisi la Fiat ricorrerà ai vecchi e duri rimedi: imporrà ai fornitori di assumere una parte dei suoi licenziati, pagherà di meno e a tempi lunghissimi, taglierà i tempi di consegna, i più deboli saranno decimati senza annunci e pubbliche recriminazioni.
Resistere, ma come? Oggi la classe operaia è un esercito numeroso ma senza la antica vis pugnandi. Le manifestazioni organizzate dal sindacato vistose lo sono fin troppo, si capisce che vogliono farsi notare bloccando il traffico, agitando i campanacci, chiedendo la solidarietà di chi il posto di lavoro ce lo ha. E la solidarietà a parole tutti la danno, ma per uscire dalla crisi ci vorrà ben altro, se va bene dai tre o quattro anni per il lancio dei nuovi modelli e non meno di cinque miliardi di euro. Dove li troverà la Fiat? Non nella famiglia proprietaria, non in un governo, il cui presidente non l'ha mai amata. Ritorna a Torino con il freddo gelido di dicembre la paura dell'abbandono.
Oggi a Torino ci sono degli operai, degli impiegati Fiat più depressi che arrabbiati. Gli operai non hanno più un nemico in carne e ossa, nessuno ha impiccato o bruciato in questi giorni i fantocci degli Agnelli, anzi li si è difesi dalle accuse maramaldesche arrivate dai palazzi del governo. Non ci sono più neppure i fedelissimi colletti bianchi. Nel procedere inesorabile della crisi la direzione ha dovuto sacrificarli, li ha licenziati in massa negli anni Novanta. Ero a Torino nel gennaio del '94 quando si consumò il sacrificio dei più fedeli fra i fedeli, quando dopo la loro ultima riunione la porta della palazzina della direzione al Lingotto si aprì e ne uscirono gli impiegati cacciati per via di una riga, la riga di coloro che avevano superato una certa età. Licenziati non per demerito ma per l'anagrafe dopo trenta anni di servizio. Aveva aperto la triste processione una signora sui cinquanta anni con cappellino da modista e colletto di pelliccia. Mi diceva: "Vede in qualche modo me la caverò. Ho un marito e una figlia che lavorano. Ma è finita un'epoca per me e per tutti. Alla Fiat avevamo una vita sicura, protetta, ovattata. Ora dovremo muoverci in un mondo sconosciuto. Ho frequentato da giovane la Sisport Fiat, ho fatto sci al Sestriere, nuoto nelle piscine aziendali, d'estate andavo al mare nelle colonie Fiat. Ho sempre avuto come tutti noi automobili Fiat".
Erano gli anni di mamma Fiat, e della famiglia reale. I licenziati degli anni Ottanta si rivolgevano ancora alle donne della famiglia per ottenere la grazie di rientrare nella casa comune e il re di Torino, l'Avvocato, mi diceva: "Non è stato facile dire di no alle suppliche. La mia famiglia è legata alla Fiat a Torino da un secolo, il secolo dell'automobile, di una espansione industriale che sembrava non avesse mai fine. Ma questo secolo è finito".
Forse la Fiat non è finita ma le cure per rimetterla in corsa saranno durissime e i palliativi non convincono. Dicono che questa città potrà vivere di musei, di università, e di olimpiadi. Tutti parlano di quella invernale del 2006 come di una occasione unica di rilancio, ma è difficile capire come esso possa venire dalla presenza per quindici giorni di qualche migliaio di atleti. Si parla anche di cambiare i dirigenti, di licenziare quelli appena nominati per tornare agli anziani e curatori, come Gabetti, degli interessi familiari, non sembra una grande idea. In quell'anno '94, che sembra lontanissimo, l'Avvocato Agnelli mi diceva: "Tre mesi fa in gennaio la situazione era cattiva e in peggioramento. Ora è sempre cattiva ma in miglioramento. Non dico che la ferita si sia chiusa ma la città incomincia a capire che era un dolore necessario".
Oggi forse la città, i suoi operai incominciano a pensare che questo dolore necessario non avrà mai fine, che la vita in questa età della concorrenza continua e spietata non sarà mai serena e prevedibile. Dalla Fiat usciranno probabilmente negli anni a venire automobili più belle, forti e competitive ma al prezzo durissimo di avere spezzato il sentimento ragionevole del vivere in comune.
Giorgio Bocca:  I "neri fantasmi" su Torino