Sembra di vederli, i bravi ragazzi siciliani, seduti al bar, annegati nel liberty di qualche vetusto salone carico di storia, a recriminare sull’ultima trovata statistica dell’Eurispes che sancisce il primato della mafia calabrese su tutte le altre, Cosa nostra compresa. Sembra di vederli, con lo stesso fervore agonistico speso per affermare il sicuro ritorno del Palermo in serie A, passarsi di mano in mano - increduli e trasecolati - le implacabili tabelle con le statistiche: ‘ndrangheta prima nel traffico della droga (fatturato di 9813 milioni di euro), nella prostituzione (1033) e nel controllo di estorsioni e usura (1033). E non va male neppure nel traffico delle armi col suo giro d’affari di 1808 milioni. Che depressione per gli spocchiosi e blasonati mammasantissima siculi, abituati a guardare dall’alto in basso i calabresi, quasi a volerli considerare i cugini poveri di una grande famiglia dove il comando è sempre stato al di là dello Stretto. Sembra di vederli, dunque, stretti nei gessati e nei cachemire color pastello, cercare il pelo nell’uovo per contestare la forza dei numeri. Qualcuno replicherà che «la nostra dignità ci impedisce di sporcarci le mani con le buttane». Qualcun altro, tirando in ballo i corsi e i ricorsi storici, potrebbe spiegare strategicamente il declino come precisa scelta di entrare nell’ombra per indirizzare altrove gli sguardi occhiuti della repressione statuale. Certo, un boss magnaccia sarebbe una novità assoluta e la mafia invisibile esiste e non è invenzione. Ma, come dicono a Palermo, ci vuole il vento in chiesa, però senza spegnere le candele. Anche perché la cosiddetta strategia dell’invisibilità non è che abbia poi dato chissà quali risultati. Il «41 bis», potrebbe obiettare qualcuno dei picciotti più irrequieti, è ancora lì sul groppone dei detenuti, l’ergastolo non è stato abolito e pure le leggi largheggianti non sembrano efficaci per il popolino di Cosa nostra. Così sembra ancora di vederli, i boss umiliati dalle statistiche, dibattere e contraddirsi per concludere che sì, saranno intelligentoni questi capi strateghi ma forse sarebbe meglio pensare, come sempre si è fatto, ai piccioli. I soldi, già: senza questi non v’è blasone che tenga, anche di fronte ai cugini ex poveri.
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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