Un ampio consesso di scienziati di 30 paesi è riunito da ieri a Exeter, in Inghilterra, per fare il punto sul cambiamento del clima. La conferenza è riunita su invito del governo britannico e avrà senza dubbio una risonanza politica, anche se si tratta di un incontro puramente scientifico: "Lo scopo è dibattere i fatti. Metteremo insieme il meglio delle informazioni che abbiamo per fornirle ai decisori politici ... ma non intendiamo fare nessuna raccomandazione", ha avvertito in anticipo il presidente della conferenza, Dennis A. Tirpak, un ricercatore americano (ex dell'Agenzia per la Protezione dell'Ambiente, l'ente federale Usa). Ma non c'è bisogno di fare raccomandazioni ai governi perché una simile conferenza abbia una valenza politica, e non è difficile capire perché. Tra due settimane, il 16 febbraio, entra in vigore il protocollo di Kyoto: l'unico trattato internazionale che obblighi i paesi industrializzati a tagliare le emissioni di anidride carbonica, metano e altri gas prodotti da motori, industrie e centrali elettriche - i "gas di serra" che scaldano la temperatura terrestre. Il protocollo di Kyoto però entra in vigore senza il paese che fa da solo oltre un quarto delle emissioni del pianeta, gli Stati uniti: nel 2001 il presidente George W. Bush, all'inizio del suo primo mandato, aveva dichiarato che quel trattato danneggia l'economia americana. La conferenza di Exeter è dunque cominciata ieri con la ministra britannica dell'ambiente Margareth Beckett che si è rivolta proprio agli Stati uniti: "Un impatto significativo [del riscaldamento dell'atmosfera] è già inevitabile: dobbiamo agire oggi per limitare il riscaldamento nel futuro ed evitare effetti ancora più gravi. Noi vogliamo che l'America si impegni più a fondo in questo dibattito su dove andremo". Ha insistito, la ministra: non c'è dubbio ormai che le attività umane hanno fatto aumentare in modo abnorme la concentrazione di gas di serra nell'atmosfera rispetto a prima della rivoluzione industriale, e che questo ha contribuito a cambiare il clima. A Londra il premier Tony Blair ha dichiarato che farà del clima una priorità del suo turno di presidenza del G8, quest'anno, e che cercherà di convincere l'amico e alleato Bush a fare qualcosa. A Washington però è un continuo invocare le "incertezze della scienza": non tanto per negare (questo è difficile da quando il Panel Intergovernativo sul cambiamento del clima, rete internazionale di scienziati che ha l'esplicito mandato di fornire avviso ai governi, ha parlato di "visibile influenza umana": e si è espressa negli stessi termini anche l'Accademia americana delle scienze), quanto per dire che non sappiamo quanto in fretta, con quali effetti, come - quindi serve "ulteriore ricerca".
È per questo che una conferenza scientifica come quella di Exeter avrà alla fine un senso politico: potrebbe contribuire a togliere l'alibi delle "incertezze". Perché è vero che molto resta da studiare, ma è vero pure che "la scienza" non è un oracolo da cui vengano indicazioni univoche, semplificate e definitive. E però su alcune cose c'è ormai un consenso pressoché unanime, e fa fede la massa di studi raccolta dal Ipcc nei suoi rapporti. L'ultimo, nel 2001, toglieva ogni dubbio sul fatto che le nostre emissioni di carbonio modificano il clima: casomai lasciava aperta la valutazione su quanto in fretta questo avverrà (il prossimo rapporto Ipcc è previsto nel 2007). Da allora si sono aggiunti molti studi, circolati in congressi internazionali. Il più preoccupante è quello diffuso in novembre sull'Artico: testimonia che il riscaldamento della superficie terrestre è più veloce di quanto pensato, e descrive effetti disastrosi. "Penso che le prove scientifiche ormai bastano a far sentire un nuovo senso di urgenza", ha dichiarato ieri sul ‟New York Times” James E. Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies della Nasa. "Ormai tutti cominciano a capire che gli scenari più estremi sul cambiamento del clima sono possibili", ha fatto eco Chris Jones, del Hadley Center dell'Ufficio meteorologico britannico (sulla ‟France Presse”).
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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