Giorgio Bocca: Le due Milano lacrime e sorrisi

07 Maggio 2002
E' da due anni che gli spacciatori di droga, sono arrivati a Monte Stella, parco di Milano ovest. Si piazzano a uno degli ingressi, ma la roba la tengono lontano. Un giovane fa la spola con i pacchetti, gli anziani seduti su un muretto aspettano i clienti. Hanno delle facce tumefatte, da infami, da monatti. Ma stamane, per l´Inter sconfitta, sono tornati i cittadini di Milano, urlavano, si minacciavano a pugni chiusi, in una strana contesa all´apparenza matematica.
«Se il Cuper cambiava il tre quattro tre con un quattro quattro due era fatta» . «Ma che quattro quattro due de la madonna, la squadra era bollita, da purtà alla Baggina» . Incuranti dei clienti, dei vigili a cavallo, cittadini come gli altri che oggi per l´Inter sconfitta urlano e piangono a gruppi sparsi per la collina fatta con le macerie dei bombardamenti, dove anche i vecchi artritici corricchiano sghembi sperando di sfuggire alla morte. Signore con il cagnolino, pensionati, qualche immigrato dal continente nero, melanconicissimo, che si fermavano, si raggrumavano per maledire a quel quattro quattro due che l´allenatore Cuper non aveva fatto, squadra più raccolta, in difesa dello scudetto. E così in tutti gli uffici, in tutti i negozi, con qualche juventino muto ma ghignante.
Da quaranta anni che vivo a Milano non ho ancora colto il segreto legame alle due squadre della città, l´Inter e il Milan. Eppure c´è, più stile che sportivo, più legato a quel modello del mondo e degli uomini che ci portiamo in corpo dalla nascita: la scelta fra due modi di essere, fra due archetipi, fra Ettore e Achille arrivata agli stadi. Qui una scelta fra il Milan popolare, diavolo, un po´ matto e l´Inter della Milano borghese ma pure lei «bauscia» . Più di sinistra il Milan più di destra l´Inter? Si poté pensarlo quando il missino Servello stava nella direzione dell´Inter e la rete dei club nerazzurri era usata dalla destra per le elezioni, ma era una forzatura. La scelta della squadra non è mai stata politica, certamente c´è un imprinting fanciullesco prima che giovanile, una bandiera di casa, l´amore per un campione mitico, persino una scelta di colori.
A Torino la divisione fra le due squadre è monarchica. Ci sono quelli che stanno per il re juventino e per la sua corte, schierata in tribuna d´onore, uomini un po´ efebici, donne non sai se belle o così così, ma come non se ne incontrano mai in autobus, e gli altri del «cuore Toro» che a fine turno uscivano dai cancelli di Mirafiori. A Milano è fra due signorie, quella degli imprenditori del terziario come i Rizzoli e Berlusconi la milanista e, quella interista dei grandi commercianti come Fraizzoli, Pellegrini e i Moratti.
Anche queste signorie hanno la loro corte per cui Gioan Brera fu Carlo, giornalista grandissimo ma anche esimio paraculo, inventò le principesse madri, la moglie del Moratti Angelo e del Fraizzoli se non sbaglio Ivanoe, principe della tavola rotonda e venditore di uniformi militari. Infiorando le sue cronache sportive dei motti e gesti delle due dame con una popolaresca piaggeria che però piaceva moltissimo ai sudditi, e mandava in taciti deliri i lettori del «Guerin sportivo». L´inimitabile ma imitatissimo principe dell´Inter fu Angelo Moratti, che aveva movenze e abiti da tanghero, o tombeur de femmes, ma pieno di miliardi e di fortuna con quel suo hidalgo Herrera un po´ psicologo e un po´ ciarlatano pure lui baciato dalla fortuna che il Moratti erede caparbiamente e sfortunatamente invoca. E quello del Milan il cavalier Silvio che scendeva dal cielo in elicottero fra i poveri diavoli del suo principato, e gli scendeva fino ai piedi una sciarpa bianca di cachemire che a volte gli cadeva e veniva raccolta dai cortigiani prima che toccasse terra. E voi non ci crederete ma questa è una mostra del potere che ho visto praticare anche da personaggi di alta qualità come l´editore Giulio Einaudi e il famoso direttore della «Stampa» De Benedetti.
L´Angelo Moratti lo incontravo qualche sera alle Colline pistoiesi di un Gori da Montecatini che aveva un figlio giocatore dell´Inter. E il Gori padre una sera fu sbalordito a vedere il principe che mi salutava e ringraziava per aver scritto di un suo figlio. Per una sera il Gori padre non tenne d´occhio l´oliera e lo smodato consumo che ne facevamo, che ancor faceva gemere il suo cuore contadino. Ma era un tempo in cui le distinzioni funzionavano ancora: alle Colline pistoiesi i dirigenti più un brasiliano che commerciava in calciatori, e i medesimi calciatori (i pedatori, come li chiamava Brera) all´Assassino che credo fosse di un altro di Montecatini, una cinquantina di metri più in la.
Un´altra differenza fra il regno di Torino e i principati ambrosiani era il modo del giornalismo sportivo. A Torino un giornalismo fedele e reverente verso gli Agnelli, moderatamente ironico verso il piccolo Torino venuto dopo il grande e ormai santificato. A Milano al seguito di Brera un giornalismo sicuro di sé, un po´ tracotante, che faceva a pezzi campioni e allenatori, mai però i presidenti e le loro signore, bravissime donne ma inebriate e quasi stupite da una piaggeria tanto più sublime quanto meno spiegabile, avendo le signore poco o niente da regalare oltre i pettegolezzi.
Ma di tifo calcistico si può delirare. Quelle cronache dei trionfi, quei ragazzi filo di ferro, esangui, con il pallore e le occhiaie delle famiglie mono e basso reddito che sbarrano i loro occhi famelici davanti la telecamera e urlano «siamo noi i più forti, i più forti» . Gli altri che riconoscono in un passante che non parla e ghigna uno juventino e obbligano la polizia a intervenire, quelli che piangono perché piange Ronaldo e quelli che a vederli si commuovono perché «il calcio non è solo denaro». Mezza città, la nerazzurra, in lutto perché quell´argentino di Cuper non ha fatto il quattro quattro due, e l´altra metà - la milanista - che gode perché i rivali hanno perso.
E un cielo nero, indifferente che continua a rovesciare acqua a catinelle.
Giorgio Bocca: Le due Milano lacrime e sorrisi