Giorgio Bocca: La solitudine del professore

01 Luglio 2002
Il professor Marco Biagi deve essere passato per lo stesso incubo per cui passò il generale: di dovere attendere i suoi assassini in un mondo che sembrava pietrificato, senza orecchi per sentire, senza cuore per soccorrerlo, senza vergogna attorno alla sua agonia.
Stesso vuoto e silenzio attorno al generale prefetto, l´ultima volta che lo incontrai. Mi mostrava il telefono e diceva: «Non suona più, è un mese che non suona più».
E Dalla Chiesa aggiungeva: «Questore, sindaco, ministri, hanno dimenticato il mio numero e io so ciò che significa: è l´isolamento che precede l´esecuzione, e come se tu non esistessi più, non contassi più, sei già morto prima di morire». Era esattamente così. Le guardie all´ingresso della prefettura mi avevano fatto passare senza chiedermi chi fossi, e quando il generale suonò il campanello della segreteria per cinque minuti buoni non si fece vivo nessuno, poi comparve un vecchio usciere a dire che se ne erano andati, tutti. Un vuoto così, un silenzio così lo avevo conosciuto solo a Addis Abeba il giorno che fallì un golpe militare contro il Negus e i rivoltosi penzolavano dalle forche, e negli uffici del palazzo imperiale non c´erano uomini, funzionari, ma statue di sale, mute, occhi fissi nel vuoto.
Così deve essere andata per il giuslavorista professor Marco Biagi: lo Stato che deve proteggerlo è come scomparso. Scrive a prefetti e ministri, alla direzione della Confindustria, all´amico Casini presidente della Camera, e le sue lettere disperate finiscono in qualche sorda casella di archivio. Che cosa fecero quei commis dello Stato? Possiamo immaginare le telefonate fra i palazzi del potere: «C´è questo professor Biagi che dice di essere seguito, minacciato. Dice che gi hanno tolto la scorta». «Onorevole capisco ma la riduzione delle scorte è un provvedimento generale, dipende dal ministero dell´Interno. Provi a sentire Scajola» .
Lo stesso dialogo fra sordi che conoscemmo nei palazzi del potere di Palermo nei giorni seguenti l´assassinio del generale quando arrivò a liquidare la losca faccenda il superprefetto De Francesco che sembrava una divinità incaica, rispondeva - anzi, non rispondeva - a monosillabi e così erano ammutoliti in tutti gli uffici. Lo stesso silenzio, la stessa paralisi dei muscoli facciali dei giorni che seguirono piazza Fontana, quelle ore in cui anche il più umile e ingenuo dei cittadini capisce che i grandi poteri si sono chiusi a riccio in difesa non solo degli interessi personali ma di quel moloch che è lo Stato, tanto più intoccabile quanto più assassino.
La storia non si ripete mai eguale, dicono, ma le sue variazioni sono sempre sugli stessi temi. Uno classico è la diffamazione degli oppositori. Le insinuazioni, le allusioni, gli pseudo ragionamenti che oggi si fanno sul segretario della Cgil Cofferati come a un mandante indiretto dell´assassinio di Marco Biagi sono gli stessi che negli anni di piombo si facevano a tutti coloro che cercavano di ragionare, equiparati a complici delle Br.
Scambiare il dissenso di Cofferati dalla linea governativa di Maroni o di Biagi sulle riforme del lavoro per una minaccia e per un mandato terroristico questo sì è puro terrorismo. Tanto più odioso quanto più generico, con quei discorsi a pera sulla eredità della violenza comunista, sul bagno di cultura comunista, illiberale e assassino, sulle evocazioni del demonio comunista che fanno parte costante della propaganda moderata. «Non ci faremo fermare né da un corteo né da una rivoltella». Capito? I cortei dei sindacati, la rivoltella che ha ucciso Biagi.
Il nostro è un paese senza storia perché abituato a cancellare ad uso del potere il suo passato. Si è già dimenticato che a vincerla, la lotta contro il terrorismo, furono i sindacati operai e la borghesia riformista. La diffamazione impudente fa ormai parte degli usi e costumi del nuovo regime. Non c´è neppure bisogno che l´ordine parta dall´alto: televisioni e giornali sono pieni di volenterosi killer che chiamati al servizio vi si buttano a capofitto, vedi gli editoriali dei fogli del padrone secondo cui le vittime delle attuali Br «son state additate obliquamente dalla Cgil al pubblico disprezzo» e Cofferati, come un comunista staliniano, «ha accusato il governo di complotti inesistenti in difesa di una ideologia fattasi cupa conservazione». Questi acrobati della menzogna che in occasione della visita di un noto giornalista americano avevano avuto il coraggio di scrivere che a costui, fra Berlusconi e Cofferati, il vero uomo di sinistra era parso il primo.
Giorgio Bocca: La solitudine del professore