Giorgio Bocca: Chi vuole liquidare il sindacato
15 Luglio 2002
Partiamo da questi dati di fatto: l'unica organizzazione di massa che faccia seriamente l'opposizione al berlusconismo è la Cgil guidata da Sergio Cofferati. La Cgil e il suo leader hanno fatto della difesa dell'articolo 18 la loro battaglia decisiva non perché l'articolo 18 in sé sia la chiave di volta della democrazia del lavoro, ma perché se passa la sua riforma si apre un effetto domino di cedimento, si va inevitabilmente alle trattative subalterne, si accetta la progressiva liquidazione del sindacato, come è avvenuto nell'Inghilterra della Thatcher.
Non è un mistero che la liquidazione o il ridimensionamento del sindacato è uno degli obiettivi a breve termine di un capitalismo in profonda crisi sia nei profitti sia nella sua etica.
In altre parole: lo sviluppo che tende a superare i vecchi valori del lavoro, a farne qualcosa di provvisorio, marginale, privo di ogni potere di controllo, qualcosa di talmente flessibile da essere al totale servizio del processo di accumulazione esige la lotta al sindacato, il suo smantellamento. Le generiche dichiarazioni di stima a Cofferati e per la Cgil non devono ingannare: gli unici oppositori rimasti in piedi sono quelli e secondo la regola capitalistica osservata dagli economisti inglesi negli anni della prima rivoluzione industriale essi vanno prima diffamati e poi emarginati.
È impossibile non vedere come la figura di Sergio Cofferati abbia subìto in questi mesi una mutazione peggiorativa sui media nazionali ormai controllati dal berlusconismo al novanta per cento. Siamo passati dal simpatico "cinese" esponente di un socialismo riformista, ragionevole, di buone maniere a uno stalinista appena mascherato che si rifà allo spirito di violenza e di aggressione. Vedi la storia delle lettere del professor Marco Biagi da cui si dovrebbe evincere che il demoniaco Cofferati lo "criminalizzava" cioè lo indicava come nemico del popolo al nuovo terrorismo. Comunista il terrorismo come comunista Cofferati, una rivelazione dei vecchi e non cancellabili legami.
La frase del professor Biagi sulla inimicizia criminalizzante di Cofferati non è certa, gli organizzatori di questa trama da servizi segreti ora la inseriscono ora la cancellano. Nessuno comunque può dire che peso avesse realmente se volesse denunciare un dissenso anche aspro in materia di riforme del lavoro o una vera e propria minaccia traducibile in un delitto.
Ma la voglia di insinuare, di diffamare, diffusa nei media al servizio del nuovo padrone è irresistibile. In un editoriale del maggior quotidiano nazionale il pirandelliano Francesco Merlo invita Cofferati a spiegare «perché Biagi aveva paura della Cgil, perché un professore un dipendente pubblico, un riformista si sentiva criminalizzato dal sindacato e dal suo leader».
Curiosa logica. Non è il professor Biagi che doveva spiegare nelle sue lettere o anche nelle sue confidenze ad amici e conoscenti il perché di un'accusa che non trova conferma da nessuna parte, in nessuna memoria, in nessun documento ma Cofferati invitato perentoriamente «a spiegare le intolleranze politiche e le intemperanze verbali». Che se anche ci fossero state nell'aspra discussione sulle riforme non avrebbero alcuna seria relazione con l'assassinio del professore.
La diffamazione politica è un vizio antico. Ricordo l'assassinio dell'ingegner Codecà direttore Fiat a Torino nel primo dopoguerra. Forse una rapina, forse opera di un balordo, ma per la stampa del tempo certamente di un comunista, uno di quelli che venivano addestrati a Mosca o a Praga. «Consulente che rompe o traditore di classe», dice Merlo, «il pregiudizio è identico», Cofferati l'infame.
Non è un mistero che la liquidazione o il ridimensionamento del sindacato è uno degli obiettivi a breve termine di un capitalismo in profonda crisi sia nei profitti sia nella sua etica.
In altre parole: lo sviluppo che tende a superare i vecchi valori del lavoro, a farne qualcosa di provvisorio, marginale, privo di ogni potere di controllo, qualcosa di talmente flessibile da essere al totale servizio del processo di accumulazione esige la lotta al sindacato, il suo smantellamento. Le generiche dichiarazioni di stima a Cofferati e per la Cgil non devono ingannare: gli unici oppositori rimasti in piedi sono quelli e secondo la regola capitalistica osservata dagli economisti inglesi negli anni della prima rivoluzione industriale essi vanno prima diffamati e poi emarginati.
È impossibile non vedere come la figura di Sergio Cofferati abbia subìto in questi mesi una mutazione peggiorativa sui media nazionali ormai controllati dal berlusconismo al novanta per cento. Siamo passati dal simpatico "cinese" esponente di un socialismo riformista, ragionevole, di buone maniere a uno stalinista appena mascherato che si rifà allo spirito di violenza e di aggressione. Vedi la storia delle lettere del professor Marco Biagi da cui si dovrebbe evincere che il demoniaco Cofferati lo "criminalizzava" cioè lo indicava come nemico del popolo al nuovo terrorismo. Comunista il terrorismo come comunista Cofferati, una rivelazione dei vecchi e non cancellabili legami.
La frase del professor Biagi sulla inimicizia criminalizzante di Cofferati non è certa, gli organizzatori di questa trama da servizi segreti ora la inseriscono ora la cancellano. Nessuno comunque può dire che peso avesse realmente se volesse denunciare un dissenso anche aspro in materia di riforme del lavoro o una vera e propria minaccia traducibile in un delitto.
Ma la voglia di insinuare, di diffamare, diffusa nei media al servizio del nuovo padrone è irresistibile. In un editoriale del maggior quotidiano nazionale il pirandelliano Francesco Merlo invita Cofferati a spiegare «perché Biagi aveva paura della Cgil, perché un professore un dipendente pubblico, un riformista si sentiva criminalizzato dal sindacato e dal suo leader».
Curiosa logica. Non è il professor Biagi che doveva spiegare nelle sue lettere o anche nelle sue confidenze ad amici e conoscenti il perché di un'accusa che non trova conferma da nessuna parte, in nessuna memoria, in nessun documento ma Cofferati invitato perentoriamente «a spiegare le intolleranze politiche e le intemperanze verbali». Che se anche ci fossero state nell'aspra discussione sulle riforme non avrebbero alcuna seria relazione con l'assassinio del professore.
La diffamazione politica è un vizio antico. Ricordo l'assassinio dell'ingegner Codecà direttore Fiat a Torino nel primo dopoguerra. Forse una rapina, forse opera di un balordo, ma per la stampa del tempo certamente di un comunista, uno di quelli che venivano addestrati a Mosca o a Praga. «Consulente che rompe o traditore di classe», dice Merlo, «il pregiudizio è identico», Cofferati l'infame.