Francesco La Licata: Leoluchino, nuovo leader dei carcerati

16 Luglio 2002
e «irriducibili».
Un segnale preciso: verso l´interno dell´organizzazione, ma anche all´indirizzo dei protagonisti della politica e delle istituzioni impegnati nella discussione parlamentare sul carcere duro.
Questo il senso della uscita pubblica di Bagarella, che ha scelto come palcoscenico un´aula di tribunale di Trapani, territorio divenuto centrale nell´economia della sopravvivenza di Cosa Nostra perchè attribuito alla competenza di Matteo Messina Denaro (libero e ricercato) che, insieme con Provenzano (altro libero e ricercato), rappresenta il massimo grado dell´odierno vertice mafioso. E´ clamorosa l´iniziativa di «Leoluchino». Intanto per il modo: la mafia non parla per proclami, lo ha fatto una sola volta - al maxiprocesso di Palermo - quando si presentò la necessità di prendere le distanze dall´omicidio di un bambino del quartiere di San Lorenzo.
Ma se Bagarella ha infranto regole consolidate vuol dire che era «proprio necessario». Vuol dire che le cose non vanno come dovrebbero e che c´è parecchio nervosismo in giro. Ma l´espediente mediatico del boss è clamoroso soprattutto perchè consegna all´opinione pubblica una immagine inedita del boss. Eravamo abituati a vederlo passeggiare dietro alle sbarre, taciturno e come un toro in gabbia, ce lo ritroviamo addirittura portavoce di «tutti i detenuti ristretti a L´Aquila sottoposti al regime del "41 bis". Escluso che Bagarella sia stato eletto in una regolare assemblea, non resta che prendere atto di una autocandidatura che, per la insita rilevanza «politica», non ha avuto bisogno del conforto delle urne.
Dice Leoluca: «Il capo sono io», almeno per quanto riguarda la fazione in carcere. Riina non avrebbe potuto assumere questo ruolo per via della sua immagine irrimediabilmente compromessa dalla campagna di cattiva stampa e dalla fallimentare esperienza di dirigente della scelta stragista. Non che Bagarella fosse straneo al progetto di guerra allo Stato, ma non era quello che decideva, almeno fino a quando era libero il cognato. Con la lettura del proclama, il boss corleonese, interviene pesantemente nella spaccatura in corso tra i mafiosi liberi e quelli detenuti. Si sa che i carcerati nutrono molte aspettative sull´aiuto proveniente dagli «amici» in libertà. Si sa quanto ampia sia la delega affidata a Provenzano perchè faccia il possibile per recuperare una situazione non certo allegra. Sul piano della ripresa economica delle «famiglie», rivitalizzate dai finanziamenti dei soldi pubblici degli appalti e dagli introiti delle estorsioni, Provenzano è a buon punto, com´è dimostrato dall´esito delle indagini più recenti. Lo stesso ottimismo non autorizza, invece, la situazione dei detenuti.
Il «41 bis» non è stato abolito, i processi continuano a mietere ergastoli, i magistrati non hanno fermato la macchina investigativa. Eppure era questo l´obiettivo che Cosa Nostra si era preposto, quando nel 1992 e `93 mise in atto la più sanguinosa campagna stragista mai avvenuta in Italia. Cosa vuole dire Bagarella? Da un lato riafferma la scelta oltranzista, delegittimando, di conseguenza il possibilismo dei moderati (come Pietro Aglieri) convinti di poter in qualche modo dialogare con lo Stato. Dall´altro comunica inequivocabilmente che il tempo dell´attesa è finito. E si presenta come leader di uomini «stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche». Scambio? Non è escluso che in futuro dovrà rispondere a qualche domanda, Bagarella, sulla identità di queste «forze» che «usano la mafia come merce di scambio». Sono affermazioni di una qualche importanza, senza giungere alle minacce di cui si è favoleggiato quando ancora non si conosceva il testo dell´intervento del boss. Uno che ben conosce questo mondo, il giudice Alfonso Sabella, non ha dubbi: «Hanno deciso di uscire allo scoperto con messaggi al limite della intimidazione. E l´ala corleonese guidata da Bagarella conduce le operazioni». E´ da tempo che le diverse anime mafiose si agitano. Lo stesso Provenzano è sembrato sotto pressione e si parla molto di alcuni arresti di suoi fedelissimi addirittura «eterodiretti» al telefono da misteriose voci che guidano i carabinieri verso inaccessibili «covi». Almeno due amici del boss hanno fatto questa fine ingloriosa. E allora? Se aumenta il nervosimo? Dice Sabella: «Se questa dialettica degenera, si può tornare ad una stagione di sangue». E una semplice e quasi ovvia deduzione trova conforto nelle voci degli analisti che seguono il fenomeno da osservatori privilegiati. C´è chi si dice convinto che - accanto al rischio di una nuova guerra intestina - esiste anche la possibilità di una ripresa della guerra allo Stato, interrotta nel 1994 senza una spiegazione certa. Tanto che di questo intende occuparsi la Commissione antimafia nelle prossime audizioni dei magistrati che sulle stragi non hanno mai smesso di indagare.
Francesco La Licata: Leoluchino, nuovo leader dei carcerati