Giorgio Bocca: Sprechi e clientele niente è cambiato
16 Luglio 2002
da quell´intreccio di poteri locali che in questi anni ha sabotato gli invasi lasciandoli senza rete di distribuzione, e continuando nelle gestioni clientelari. L´opinione pubblica ha seguito senza protestare l´ultimo grande sabotaggio, quello dell´acquedotto pugliese che l´Enel si era offerto di gestire. Lasciamo stare il discorso contrattuale se il prezzo offerto dall´Enel fosse o meno giusto. Certo è che l´operazione avrebbe messo fine alla crisi secolare di efficienza: solo l´Enel aveva la capacità tecnica e organizzativa che gli veniva dalla produzione di energia per sistemare gli invasi, le condotte di distribuzione, per mettere fine agli sprechi e mobilitare nell´immediato una task force di tecnici libera dagli interessi locali spesso in guerra fra di loro.
Ma gli interessi locali hanno vinto, l´operazione è fallita, così come è fallito in Lombardia il piano per bonificare la zona del Lambro che continua a inquinare l´intera Pianura padana. Perché è fallita l´operazione Enel? La risposta sta in un flash di agenzia: stanno arrivando otto milioni di euro per gestire l´emergenza idrica in Puglia, Lucania e Irpinia. Un «contributo straordinario» deciso dal governo «per il corretto funzionamento delle strutture che gestiscono le dighe e le reti di potabilizzazione» (articolo 13 del decreto legge Omnibus). Un classico delle amministrazioni clientelari. Si aspetta l´emergenza, la sete delle campagne e delle città, i dipendenti degli enti senza stipendi da mesi e la protesta popolare stanno per esplodere e allora arriva il contributo straordinario che ottiene una tregua e lascia il problema al punto di prima.
Mafia e crisi idrica oggi come trenta, come cinquant´anni fa. La città di Agrigento negli anni Sessanta si rivolse a una società di ricerca torinese: vedesse un po´ di risolvere il mistero dell´acqua che mancava nonostante l´acquedotto di recente costruzione.
I ricercatori non andarono molto lontano, scoprirono che le condutture erano state manomesse dalla mafia che controllava il mercato privato dell´acqua. Non si fece nulla e ogni estate l´acqua manca ad Agrigento. Una delle ragioni tecniche della crisi acquifera è il numero dei gestori di acquedotti, ottomila in gran parte incompetenti, incapaci di una corretta manutenzione, complici di quanti sprecano l´acqua per raffreddare impianti industriali o, per produrre energia. Gli invasi inutilizzati sono centinaia.
Nei giorni in cui facevo l´inviato di mafia nella Sicilia dell´interno mi capitava di arrivare dopo chilometri di arsura a un grande specchio d´acqua.
«Dove va questa acqua?», chiedevo. «Da nessuna parte». «Perché?». «Perché l´azienda che doveva fare le condotte è fallita dopo aver intascato il preventivo». «E adesso?». «Adesso si aspetta un nuovo stanziamento». E ricomincia il giro dei trucchi contabili in cui il governo attuale eccelle. Il presidente Berlusconi ha appena annunziato di avere stanziato 2700 miliardi di lire per la Sicilia, 2600 per la Sardegna, 600 per il Molise, 1700 per la Calabria, ma non si è capito bene se si tratti di soldi in arrivo o di previsioni programmatiche di spesa per il prossimo decennio contenute dalla famosa «legge progetto», il nuovo libro dei sogni. La crisi è drammatica.
Manca nelle riserve un miliardo di metri cubi di acqua, gli invasi sono usati solo per il diciassette per cento, sono a rischio le produzioni orticole. Il direttore generale della Confindustria Stefano Parisi teme che «in tempi anche rapidi il Mezzogiorno possa sganciarsi del resto dell´Europa. Mi sembra impossibile, incredibile che questo problema non venga affrontato con la necessaria urgenza. La crisi idrica è un fatto che riguarda la gestione degli acquedotti che è fatta dagli uomini e gli uomini devono imparare a farlo». Ma non è solo un fatto di efficienza tecnica, è anche un fatto politico. La crisi di Forza Italia, il partito di governo è ormai evidente e non si sa se verrà affidata alle cure di Scajola. Si è scoperto che sul carro vincente sono saliti incapaci e profittatori. Hanno portato milioni di voti ma ora chiedono che gli si paghi il prezzo, chiedono posti, chiedono potere, chiedono mancanza di controlli. I pozzi abusivi in Puglia sono più di trecentomila, le perdite di acqua superano il quaranta per cento. Il presidente del Consiglio convoca i giornalisti e dice che «il governo sta lavorando ma tutte le opere richiedono tempo». Ma il caso dell´acquedotto pugliese dice che a mancare è la volontà politica, l´impotenza a controllare e a respingere gli interessi clientelari. Questo governo ha la forza di mettersi contro le sue clientele?
Ma gli interessi locali hanno vinto, l´operazione è fallita, così come è fallito in Lombardia il piano per bonificare la zona del Lambro che continua a inquinare l´intera Pianura padana. Perché è fallita l´operazione Enel? La risposta sta in un flash di agenzia: stanno arrivando otto milioni di euro per gestire l´emergenza idrica in Puglia, Lucania e Irpinia. Un «contributo straordinario» deciso dal governo «per il corretto funzionamento delle strutture che gestiscono le dighe e le reti di potabilizzazione» (articolo 13 del decreto legge Omnibus). Un classico delle amministrazioni clientelari. Si aspetta l´emergenza, la sete delle campagne e delle città, i dipendenti degli enti senza stipendi da mesi e la protesta popolare stanno per esplodere e allora arriva il contributo straordinario che ottiene una tregua e lascia il problema al punto di prima.
Mafia e crisi idrica oggi come trenta, come cinquant´anni fa. La città di Agrigento negli anni Sessanta si rivolse a una società di ricerca torinese: vedesse un po´ di risolvere il mistero dell´acqua che mancava nonostante l´acquedotto di recente costruzione.
I ricercatori non andarono molto lontano, scoprirono che le condutture erano state manomesse dalla mafia che controllava il mercato privato dell´acqua. Non si fece nulla e ogni estate l´acqua manca ad Agrigento. Una delle ragioni tecniche della crisi acquifera è il numero dei gestori di acquedotti, ottomila in gran parte incompetenti, incapaci di una corretta manutenzione, complici di quanti sprecano l´acqua per raffreddare impianti industriali o, per produrre energia. Gli invasi inutilizzati sono centinaia.
Nei giorni in cui facevo l´inviato di mafia nella Sicilia dell´interno mi capitava di arrivare dopo chilometri di arsura a un grande specchio d´acqua.
«Dove va questa acqua?», chiedevo. «Da nessuna parte». «Perché?». «Perché l´azienda che doveva fare le condotte è fallita dopo aver intascato il preventivo». «E adesso?». «Adesso si aspetta un nuovo stanziamento». E ricomincia il giro dei trucchi contabili in cui il governo attuale eccelle. Il presidente Berlusconi ha appena annunziato di avere stanziato 2700 miliardi di lire per la Sicilia, 2600 per la Sardegna, 600 per il Molise, 1700 per la Calabria, ma non si è capito bene se si tratti di soldi in arrivo o di previsioni programmatiche di spesa per il prossimo decennio contenute dalla famosa «legge progetto», il nuovo libro dei sogni. La crisi è drammatica.
Manca nelle riserve un miliardo di metri cubi di acqua, gli invasi sono usati solo per il diciassette per cento, sono a rischio le produzioni orticole. Il direttore generale della Confindustria Stefano Parisi teme che «in tempi anche rapidi il Mezzogiorno possa sganciarsi del resto dell´Europa. Mi sembra impossibile, incredibile che questo problema non venga affrontato con la necessaria urgenza. La crisi idrica è un fatto che riguarda la gestione degli acquedotti che è fatta dagli uomini e gli uomini devono imparare a farlo». Ma non è solo un fatto di efficienza tecnica, è anche un fatto politico. La crisi di Forza Italia, il partito di governo è ormai evidente e non si sa se verrà affidata alle cure di Scajola. Si è scoperto che sul carro vincente sono saliti incapaci e profittatori. Hanno portato milioni di voti ma ora chiedono che gli si paghi il prezzo, chiedono posti, chiedono potere, chiedono mancanza di controlli. I pozzi abusivi in Puglia sono più di trecentomila, le perdite di acqua superano il quaranta per cento. Il presidente del Consiglio convoca i giornalisti e dice che «il governo sta lavorando ma tutte le opere richiedono tempo». Ma il caso dell´acquedotto pugliese dice che a mancare è la volontà politica, l´impotenza a controllare e a respingere gli interessi clientelari. Questo governo ha la forza di mettersi contro le sue clientele?