Incerto come una vendemmia dopo la grandine, il campionato prova a rifare festa imbandendo le nostre domeniche come ha sempre fatto. Toccheremo i gol, finalmente, come per verificare quanti acini sono rimasti illesi dalla buriana estiva, che è stata sì ridicola, ma anche velenosa, e dolorosa. La rissa sui diritti televisivi, infine ricondotta, per stremo, a una spartizione degli spiccioli, ha comunque chiarito che gli interessi privati governano, o sgovernano, un grande rito pubblico e popolare che non trova più tutela nella sua natura di sport nazionale, ed è esposto agli sbalzi d' umore e di portafoglio dei suoi gestori come una qualunque sottobranca del business. Cose già dette tante volte. Ma causa, questa volta, di uno scandalo impensabile, l' alterazione del calendario, la sospensione del gioco, la minaccia concreta di sbaraccare un edificio così domestico per milioni di persone.
Eh sì, il calcio è "casa", televisori accesi, domeniche alla partita, appuntamenti amicali e scongiuri solitari: e questo week-end saremo in molti a verificare con qualche apprensione se quanto è accaduto è reversibile, se il pallone non è troppo ammaccato, se è ancora intatto il fascino piccolo e intenso del tifo, se il gioco giocato ha ancora voce e muscoli sufficienti a diradare i miasmi fumogeni di questa estate oscurantista. Come in uno spot involontariamente profetico, qualcuno aveva sequestrato il pallone, e la battuta di Fabio Cannavaro al telefono ("Capo, che ce lo ridaresti o' pallone?") riassume benissimo lo sconcerto popolare.
Oh certo, rinunciare ai circensi non è come rinunciare al pane. Eppure, poche cose come l' interruzione dei circensi riescono a dare il senso dell' emergenza, e perfino del lutto: l' interruzione del campionato è cosa da tempi di guerra, e nemmeno di tutte le guerre. Che non sia stata una guerra, ma molto molto di meno, a generare questo pur breve coprifuoco, è in fondo anche più allarmante, perché rivela la fragilità strutturale del nostro calcio, esposto alle alzate di ingegno dei suoi manager al punto da non poter garantire neanche il fischio d' inizio. Passione e fedeltà del pubblico parrebbero infiniti, e forse basterà un "Novantesimo minuto" a ridare il senso della normalità ritrovata. Ma la mutazione genetica del calcio - da gioco a evento televisivo - è tuttora in frenetica evoluzione, e promette nuovi strappi e forzature, nuovi dopaggi finanziari e corrispettivi rischi di buco e di bancarotta. Forse, nei loro calcoli a cortissimo respiro, i padroni del campionato dovrebbero inserire anche questa variabile: per quanto, e fino a quando, passione e fedeltà saranno a prova di rifiuto, di saturazione, di stanchezza.
Niente è eterno. Specie se si fa di tutto per tradurre l' eternità di un rito in un mediocre mercato delle vacche.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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