Attac: Gats una nuova Seattle

09 Gennaio 2003
Entro il 10 gennaio la società civile europea è chiamata ad esprimersi sulle richieste di liberalizzazione di servizi fatte pervenire all'Ue dagli altri stati membri del Wto. Dal 12 novembre, infatti, sul sito internet dell’Unione esiste un documento in cui si finge di risolvere un problema di democrazia sostanziale di dimensioni enormi. Ma di cosa si tratta esattamente?
Da due anni è iniziata, come previsto alla nascita del Wto nel 1994, la negoziazione denominata Gats o Agcs (accordo generale sul commercio dei servizi) che si propone di liberalizzare i mercati dei servizi attraverso un processo negoziale tra gli stati membri del Wto.
Si tratta della più grande fetta di liberalizzazione economica della storia. I 160 settori economici definiti "servizi" valgono un terzo del commercio mondiale (nel 1999, 1.340 miliardi di dollari di fatturato) e comprendono settori strategici commercialmente e tecnologicamente come telecomunicazioni e energia, sanità e istruzione, ricerca e trasporti, servizi bancari, ecc. Sono esclusi solo i servizi "forniti nell'esercizio dei poteri governativi" come esercito, giustizia o banche centrali.
Nel 2000 partono le negoziazioni divise in te fasi. Prima il Wto al suo interno, nel Consiglio Servizi di Ginevra, definisce la procedura da sottoporre agli Stati e nel marzo 2001 diffonde (ai governi) le linee direttrici e il programma dei lavori futuri. In seconda battuta ciascun governo membro del Wto, da un lato, identifica gli "obiettivi commerciali offensivi" e i "paesi target" (cioè settori e paesi a cui si richiedono specifiche liberalizzazioni di settore e cambiamenti legislativi per diminuire barriere e limitazioni commerciali), mentre contemporaneamente delinea i propri "interessi difensivi" offrendo agli altri governi "la fotografia" dello stato di regolamentazione dei servizi nel proprio paese. Nella terza fase, ciascun governo dopo avere esaminato le richieste pervenute dagli altri paesi membri del Wto dichiara le proprie offerte di liberalizzazione di servizi. Il tutto dovrà poi trovare una sintesi nella conferenza ministeriale dei paesi Wto a Cancun (Messico) il 10-14 settembre 2003 ed essere sancito in un accordo finale entro il 2004.
Questa complessa procedura si sta svolgendo passo dopo passo. Senza clamori o dibattiti pubblici. D’altronde altri temi, affondano già la fragile unione europea, alle prese con la ripresa dell’inflazione ed una crisi di crescita nonostante o malgrado l’euro. La Commissione europea dal 12 novembre scorso chiede "alla società civile" di esprimersi entro il 10 gennaio sulle richieste settoriali di liberalizzazione pervenutegli (se volete dare un occhiata: http://europa.eu.int/comm/trade/services/pr121102_en.htm), peccato che la quantità e qualità d’informazione lasci molto a desiderare (nulla, ad esempio, viene detto sulle 109 richieste formulate dall’UE agli altri paesi), ma soprattutto la Commissione dimostra concretamente di ritenere una formalità l’inviot ad esprimersi alla società civile, con l’annuncio della prima offerta di liberalizzazione agli altri paesi Wto per il 17 gennaio (una sola settimana dopo).
Evidentemente la "consultazione" è una farsa, perché come per ogni dispositivo Wto, le scelte economiche e politiche sottostanti sono oggetto di discussione tra istituzioni, governi e lobby industriali e finanziarie delle multinazionali. Della società civile e a maggior ragione dei cittadini non ci si può fidare. Si vede che brucia ancora la sconfitta dell’Accordo multilaterale sugli Investimenti (il famigerato Mai) del 1998, fatto fallire dalla mobilitazione internazionale di associazioni e cittadini che svelarono come i governi Ocse stessero svendendo la protezione dell’ambiente e della sicurezza sociale alla libertà di investimento a qualunque costo. Gli andò male e ritirarono l’accordo sotto la pressione dei movimenti "antiliberisti", così come andò male l’anno dopo a Seattle il vertice Wto che riproponeva temi analoghi. Da allora la strategia del Wto è di basso profilo. Dal vertice blindato e isolato a Doha nel Qatar del dicembre 2001, alle negoziazioni quasi segrete sul recupero degli accordi del Mai dentro il Gats.
Cambia la strategia comunicativa, ma non la sostanza. Oggi non si può più dire che il liberismo abbia portato e prometta ancora crescita, sviluppo e diritti umani in tutto il globo, sia per la congiuntura e la guerra, sia perché si rischia di essere facilmente smentiti. Ma si va avanti lo stesso.
Già nell’aprile del 2002 il Ministero della Attività produttive invitava la FITA (Federazione Italiana Industrie e Servizi Professionali e del Terziario Avanzato) "a partecipare ai tavoli di lavoro del Ministero per definire le richieste country specific riguardanti il settore dei servizi", nell’ambito del processo Gats, "con appuntamenti con i vari settori interessati". Le aziende quindi hanno partecipato alla definizione degli obiettivi Gats; è ovvio, sono loro che determinano e fanno il mercato. Nel mondo tra le prime cento multinazionali sessantaquattro si occupano di servizi. Si capisce come desiderino rimuovere qualsiasi "barriera" agli investimenti e all'attività produttiva, comprendendo in questo concetto le leggi di tutela dell'ambiente, sociali e sindacali. Si capisce un po’ meno perché politici e governi appoggino questa negoziazione "tecnica" senza discussioni di merito su cosa significhi, ad esempio, liberalizzazione del settore della produzione e distribuzione dell’acqua per la qualità della vita e le tasche dei cittadini. Eppure proprio di questo si tratta: aprire alle imprese in condizioni di perfetta uguaglianza concorrenziale e senza limiti o barriere nazionali settori di impatto fondamentale per la vita dei cittadini. Lo stesso negoziatore dell'Ue in questo settore, Michel Servoz ha ammesso la necessità di "obbligare a breve gli Stati ad ammettere, sul loro territorio, tutti i fornitori di servizi, in ogni campo. (…) Sanità e istruzione, in particolare, sono mature per la liberalizzazione".
Peccato che ciò significhi ad esempio nella sanità, attraverso la generalizzazione del sistema assicurativo come nel modello Usa, "un effetto di scrematura che lascerà agli organismi pubblici solo i pazienti poveri e quelli ad alto rischio", come lo stesso Wto ammette.
Di fatto liberalizzazione significa privatizzazione dei servizi e dei diritti sociali su beni e servizi determinanti per le condizioni di giustizia sociale e pari uguaglianza tra cittadini. Un colpo definitivo all’Europa delle democrazie sociali cancellata dalla mercificazione dei diritti e dei servizi pubblici. Ma possibile che nessuno dica niente? Partiti, gruppi parlamentari europei e nazionali, sindacati o il presidente Prodi, invocato dal centro-sinistra come baluardo del riformismo social-democratico europeo?
Eppure nell'ultima sessione dei negoziati Gats, l'Ue aveva posto una condizione fondamentale: "in tutti gli stati membri dell'UE i servizi che ricadono nella sfera dei servizi di interesse pubblico a livello nazionale o locale possono essere soggetti a monopolio di stato o a diritti esclusivi concessi a operatori privati". Di fatto si escludevano i servizi pubblici dal Gats. E allora come la mettiamo con le affermazioni dei negoziatori, i consigli del commissario europeo al commercio il francese Pascal Lamy, le richieste di liberalizzazione da parte di altri paesi e la necessaria reciprocità con quelle formulate dall’Unione?
La torta è troppo grande, il potere finanziario e politico delle lobby dei servizi è così forte da impedire un dibattito e un confronto pubblico? L’impressione è che la popolazione europea (e l’Inghilterra ne è un buon esempio) guardi con maggiore scetticismo al mercato come regolatore sociale e abbia sperimentato sulla propria pelle i costi (economici e sociali) delle privatizzazioni. I 45 milioni di statunitensi senza copertura sanitaria sono una minaccia chiara di cosa significhino servizi non più sociali ma commerciali, la cui offerta venga regolata principalmente (se non unicamente) da scelte di profittabilità di imprese private.
Il mondo non è una merce ripetono i movimenti spesso in solitudine da diversi anni, smascherando il ruolo di istituzioni illegittime come il Wto e chiedendo a gran voce processi trasparenti, scelte democratiche e la supremazia dei diritti umani, ambientali, sociali e sindacali rispetto alla logica del mercato e degli interessi commerciali.
Come per il Mai o per Seattle spetterà quindi ai movimenti, alle associazioni e alle mobilitazioni dal basso informare e battersi per la globalizzazione dei diritti e non dell’esclusione. La credibilità e la forza del movimento antiliberista si è costruita proprio su questi temi, strano che in molti continuino a fare finta di non accorgersene. Siamo cittadini europei o utenti, consumatori, azionisti, clienti, … merci?

Claudio Jampaglia (membro del Consiglio Nazionale di ATTAC Italia)

Per saperne di più:
Su Internet: speciale GATS di ATTAC Italia http://www.attac.org/italia/privatizzazioni/nogats.htm

Fermiamo il Wto di Susan George

L’organizzazione mondiale del commercio è l’unica istituzione transnazionale a essere dotata di un potere coercitivo, grazie al suo Organo di regolazione delle controversie. Per il Wto il commercio è un valore supremo, più importante di qualsiasi altra considerazione politica, culturale, sanitaria …