Paolo Rumiz: Bonatti, uomo-contro
27 Agosto 2003
ONDRIO - La Valtellina ha due formidabili guardiani, per chi la imbocca dal Lago di Como. Da una parte il forte secentesco di Fuentes, coperto di vegetazione, solitario tra le cicale, relitto del dominio spagnolo a Milano. Dall’altra Walter Bonatti, classe 1930, il più grande alpinista del mondo, che ha casa quassù. I due bastioni hanno molto in comune. La posizione defilata, quasi invisibile, su uno scoglio a picco sull’Adda. Il tempo che li abbellisce, come la corteccia di una sequoia. E il mondo che li ignora, venendo da essi tranquillamente ignorato. Per costruirsi il suo rifugio, Bonatti s’è spaccato la schiena trasportando massi enormi di granito. Le sue mani nodose, così come le rughe da Cheyenne, dicono - salutandoti sulla porta - tutta la storia di questo uomo-contro, mai sceso a compromessi con nessuno. Ma quelle stesse mani, tagliando l’aria con dolcezza, quasi circospezione, rivelano anche l’infinita prudenza di uno che altrimenti non sarebbe sopravvissuto a tante bufere. Un misantropo, dicono di lui, un polemico. Io vedo piuttosto un solitario Dalai Lama, lontano dalle miserie della vita, ma sempre capace di indignarsi con l’Italia e gli italiani. Lo ascolto e mi infiamma ancora, come negli anni in cui imparai l’alpinismo. Non chiedete ai valtellinesi dove abita il Walter. Non è come chiedere di Messner ai sud-tirolesi, che sanno tutti a memoria la strada per Funes, la sua valle. «L’è miga di noss» mi dice subito di Bonatti uno cui chiedo informazioni a Morbegno. Non è dei nostri, spiega. Già, Walter è bergamasco. E qui, per non essere «dei nostri», basta essere nati a una valle di distanza. Non ci vuol niente a scoprire il localismo di questa valle tappezzata di banche, chiese gigantesche e vigneti doc a strapiombo sul fiume, ma anche invasa da ipermercati, mega-store, discoteche, dighe, elettrodotti e cattedrali del turismo. Una montagna italiana al cubo. Ricca e subalterna. Incapace di gestire lo sviluppo dal basso. Ieri discesa dai Lanzichenecchi, oggi risalita «a salmone» dagli eserciti del Globale. Me l’aveva detto il sociologo valtellinese Aldo Bonomi: «La malattia del mio territorio produce rancore e un agire localistico che non fa mai sistema». Prova a chiedere ai valligiani: ma che cos’è «di noss»? Ti rispondono senza esitare: l’acqua, la nostra acqua.Ti mostrano i cavi che portano a valle l’alta tensione e ronzano a mezza costa. E ti dicono più o meno così: «Senza la nostra energia Milano chiude bottega. Il Gran Milan, che è peggio di Roma ladrona. E intanto la Tellina sgobba, si priva del suo, senza avere nulla in cambio. Una gallina dalle uova d’oro, che potrebbe essere ancora più ricca se potesse gestirsi da sé». L’acqua come risorsa, maledizione, salasso. Sorride Bonatti, il tempo lo ha addolcito. Me ne accorgo quando mi porta nella sua stanza-archivio e rivedo le foto degli inizi. Mostrano un individuo in guerra con se stesso. Oggi no, uomo e volontà hanno fatto la pace. Anche la sua voce lo dice. Più rotonda, persuasa. E poi la compagna, Rossana Podestà, una che - racconta lei stessa - ha fatto l’attrice per sbaglio, senza amare quel mondo. Rossana, nata in Libia, esploratrice forse più inquieta del compagno. Una che da piccola scappava di casa per mangiare dalle donne dei tuareg il cus-cus impastato con la saliva. Buonissimo, ricorda con nostalgia. Andiamo a camminare verso la Valle dei Ratti. La montagna è secca, non s’è mai visto un anno così. Le mani di Walter disegnano la posizione unica del suo nido d’aquila. Se le Alpi sono un arco perfetto, il suo punto mediano è quello. La freccia poggerà lì, formando un angolo a novanta gradi con la Valtellina, la meglio allineata sull’asse Est-Ovest, e scoccherà a Nord attraverso il varco della Val Chiavenna e il passo dello Spluga, il più diretto tra il mondo tedesco e il Paese dei limoni. E non basta. Come nella leggenda di Tell, quella freccia spaccherà anche l’Europa come una mela, frutto di cui le Alpi sono, notoriamente, il torsolo. La attraverserà tutta, tagliando pure il picciolo, che sull’atlante ha nome di Danimarca. «E' quella la strada da fare» sussurra Bonatti quasi a demolire il mio andare da Oriente a Occidente. Spiega: le Alpi si valicano, non si girano. Lo dicono geografia e la storia. Le strade romane, i tratturi, le ferrovie, i trafori, Annibale, Goethe e Napoleone. E poi i Longobardi, Barbarossa, i contrabbandieri, le posizione di chiese e fortezze, persino i carri che portavano il vino dall’Italia alla Germania. E poi ancora i pellegrini, le strade del giubileo, i commerci, gli emigranti, le vie del sale e dell’ambra. «L’alpinismo mi ha stancato - si confida - ma esplorare no. Farei una strada come questa, verso lo Spluga». E i suoi occhi brillano ancora dalla voglia di andare, in incognito, senza riflettori. Gli uomini-formiche là sotto non lo sanno. Come gli abitanti di Vrata, il villaggio sopra Fiume dove cominciano le Alpi ed è iniziata quest’avventura, non hanno idea della loro posizione. Eppure tutto ti dice che sei nel cuore del Continente. L’indice di Walter passa dalle Alpi Orobiche alla piramide di granito del Pizzo Badile, dove cominciò la sua carriera di alpinista. Tutto è a portata di mano. A Settentrione, a 50 chilometri, il Reno e il Mare del Nord. A Oriente l’Adda che arriva da Bormio e poi piena a Sud verso il Po e il Mediterraneo. A Nordest, sulla bisettrice di quell’angolo unico, a 45 chilometri, oltre il Passo Maloja, l’Engadina con le sorgenti dell’Inn che scende sul Danubio e il Mar Nero. Usciamo dalla foresta, d’un tratto la roccia cambia colore, segnala un altro Limes, vecchio di milioni di anni. «E' la linea insubrica» indica Walter. E' il punto dove lo zoccolo africano si scontrò con l’Eurasia, generando le Alpi. Serpeggia come una smagliatura lungo tutta la valle, sul lato Nord. Avverte i Bossi di turno che la Padania appartiene all’Africa. Rincasiamo, Rossana ha cucinato zucchine ripiene al forno. Prime stelle, domani ci aspetta una mitica strada di santi, osti e carrettieri.