Enrico Palandri: Hotel Roma, stanza 346

24 Settembre 2003
Da una settimana dormo a Torino al Roma e Rocca di Cavour, alla 336. A pochi metri, nella 346, il 27 agosto 1950, Cesare Pavese si è ucciso. A Torino in molti parlano di questo albergo come "l’albergo di Pavese" ed è misterioso come bene al di là dei suoi lettori questo suicidio abbia scolpito il proprio posto nella città. Anche l’amico che mi accompagnava ha subito sottolineato è l’albergo di Pavese con una strana allegria, il tono genericamente favorevole che prendiamo tutti quando parliamo di persone famose e di successo, quasi che in questo modo il nostro entusiasmo ci porti a condividere qualcosa della notorietà del personaggio. Nel dire Qui il primo parlamento italiano votò la guerra oppure o in questo locale veniva Gozzano andiamo oltre il fatto che la guerra abbia provocato morti o che in quel locale Gozzano possa essere stato infelicissimo; partecipiamo della gloria, della vita che lì si è svolta e che nonostante tutto immaginiamo non ordinaria e mediocre, la proiettiamo vivacemente sul luogo quasi per evocarne un genio nascosto. L’albergo di Pavese però può voler dire solo una cosa, e quando ho chiesto al mio amico: vuoi dire dove si è ammazzato Pavese? Il sorriso gli si è naturalmente spento in faccia e gli è sfuggito un già…
Forse non gli era venuto in mente, o forse voleva semplicemente essere gentile perché sono venuto a Torino a presentare alcuni ospiti in un bel festival, giunto alla seconda edizione, che si chiama Domande a Dio. Come in ogni festival, come in ogni cosa della nostra vita, misuriamo il successo dalla quantità di pubblico che partecipa e il festival sta andando benissimo, pubblico numeroso e tanti ospiti interessanti. Un’idea originale, un tentativo di esplorare i territori della religione da una prospettiva civile, laica, e quindi di parlare di vita spirituale, di rapporti tra le religioni, in una formula che il gruppo teatrale ex Settimo ha sviluppato negli anni insieme a Alessandro Baricco con gli spettacoli Totem. Un modo di raccontare in pubblico molto particolare, frugando in una teatralità naturale degli individui. Al fianco di professionisti della scena come Franca Nuti o Lella Costa salgono sul palco scrittori, monaci, scienziati.
Il festival va bene e l’atmosfera positiva che si respira intorno agli organizzatori e gli interpreti è contagiosa, siamo sempre tutti di buon umore. Oltre agli ideatori Vacis, Tarasco e Micheli lo staff dello stabile, e gli ospiti, Benni, Serra, Meneghello, Vassalli, Elena Loewenthal, Tullio Regge, Enzo Bianchi per citarne solo alcuni, tutti di solito lusingati dall’attenzione di platee che oscillano tra le 400 e le 600 persone a sera. Un’attenzione a cui gli scrittori non sono abituati. Finiamo verso le 2 di notte e poi io torno in albergo, dove il corridoio buio del Roma e Rocca fa uno strano cotrappunto alla giornata. Non riesco a non pensare che un paio di mesi prima di quel 27 agosto Cesare Pavese aveva vinto lo Strega con La Bella estate; era stato improvvisamente circondato dalle attenzioni del bel mondo, da denaro e attrici americane, una vittoria come oggi nel mondo delle lettere non potrebbero più esistere. Guardando le foto di quel periodo raccolte in un libro da Franco Vaccaneo, sembra di vedere dietro i corpi e i sorrisi gli anni di guerra appena finiti, la liberazione. Pavese era felice del consenso e del denaro che improvvisamente gli arrivava. Sono ricco. Solo per una novella mi hanno pagato 30.000 L. scrive il 17 agosto alla sorella Maria.
Come tanti, la mia adolescenza è stata segnata da un altro aspetto di Pavese, dalla sua descrizione dolente di una sessualità vergognosa e langarola, marcata da ruvidi contrasti tra le classi sociali, tra uomini e donne, dall’amicizia che cerca di buttarsi oltre queste barriere e da una disperazione stoica, tenace, che misura passo passo i fallimenti della buona volontà. I romanzi di Pavese ci insegnano a perdere, che è una cosa così importante nell’adolescenza per riuscire a crescere. Non affrontare il mondo come qualcosa che ti dovrà gratificare, ma per il lavoro di esistere, di vivere. Il mestiere di vivere. Fa il tuo dovere e crepa. Come dicevano tra loro i coetanei torinesi di quella generazione, Dionisotti, Mila, Momigliano. Tornando dalle serate festose con lo Stabile guardo il corridoio buio del terzo piano e mi chiedo come mai, un uomo così, che aveva tollerato il confino, una vita sentimentale disastrosa, si sia ucciso nel momento del successo.
Alcuni anni fa ho incontrato Fernanda Pivano in un ristorante, e le ho chiesto di quella notte. La Pivano piangeva ancora. Aveva ricevuto una telefonata da lui il 27, cosa che io sapevo non so come e di cui le ho quasi subito chiesto. Incredibile come dettagli così intimi alla fine circolino e del resto è di questo che parlano i ragazzi difficili, quando camminano avanti e indietro per le città di provincia, per tutta la notte, per dissipare il loro spleen pavesiano, parlando degli scrittori, di quello che si capisce di quella notte, tentando inutilmente di spiegare cosa ci ha dato un libro. Tanto che non so se della telefonata di cui chiesi alla Pivano qualcuno mi aveva parlato o se ne avevo letto. Io non sono un amico intimo di Fernanda Pivano ma quella domanda ci aveva rimesso nel cuore di un problema, e le sue lacrime a cinquant’anni mostravano ancora la ferita aperta. Dirà lei, o forse ne ha già scritto e io non lo conosco, di quella telefonata.
Penso al successo di Pavese, alle terribili illusioni che si raccolgono in quei mesi intorno a Constance Dowling, riflessioni che a volte mi sembra di capire così bene. Certo in lei non c’è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione -l’America, il ritegno ascetico, l’insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere. Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi. Possibile che non l’abbia sentito? Scrive nel Mestiere di vivere.
Qualcosa del genere, assieme illuso e disperatamente disilluso, lo si respira anche nel Leopardi fiorentino che si invaghisce di Fanny Targiani Tozzetti e di cui lei, molti anni dopo, alla Serrao che gli chiedeva se non si fosse accorta della qualità dell’uomo che la amava, rispose: sì, ma puzzava. Scrive Ceronetti di Leopardi. L’idealismo amoroso assoluto, l’intaminato fuoco si va smorzando con gli anni, ma sempre il desiderio, l’umile desiderio di un peu d’ombre et d’odeur,di bagnarsi in una humedad de feminino oro, lo tormenta, lo agita, lo fa insonne, malato, tronco di pena, gli detta pensieri filosofici e funeree confessioni.
Qualche settimana fa, passando per Campo San Polo subito dopo la proeizione di Buongiorno, notte, ho pensato a com’è bello del cinema e del teatro che la gente, uscendo dalla sala, si racconti quello che ha pensato della storia, degli attori, della tecnica registica. Dei libri non si parla mai così e nonostante Mantova e le tante occasioni pubbliche in cui oggi si è invitati a parlare, la scrittura non può non restare profondamente silenziosa e forzatamente solitaria. Leggere ci costringe a trovare una nostra singolarità, siamo noi tutto il teatro in cui avvengono le cose e anche se cerchiamo di parlarne, nulla sostituisce mai davvero l’essere con il testo, in quel mondo, nell’immaginazione. C.S. Lewis scrive che si legge per scoprire di non essere soli. Ma è vero anche il contrario: leggendo una parte di noi che non cede alla vita sociale, che potrà trovare ascolto forse solo in momenti di straordinaria intimità amicale, si irrobustisce e cresce. Non è paraganabile in questo al teatro o al romanzo, non può mai avere davvero successo.
Può solo essere, oppure non essere, e questo non dipenderà né da vendite né da consensi di altro tipo, solo da una intima qualità che la fa sussistere. Insegnare ai ragazzi a leggere è anche condannarli a sviluppare un io non integrabile, difficile, e quando vedo ragazzi di poche letture passare da una discoteca all’altra, o uomini e donne più fatti apparire quasi senza peso oltre che senza senza letture, mi chiedo se in fondo non siano preferibili le disinvolte e allegre compagnie alla densità dolorosa che rende le persone che si occupano seriamente di letteratura così idiosincratiche. Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla. (Mestiere di vivere). E in questo nulla ci si ritrova dalla parte opposta del consenso degli umani, dove ci si attribuiscono meriti, ci si dà importanza per una ragione o per l’altra. Nel successo. Quando al contrario un libro ci viene a snidare dove invece tolleriamo dolore e conosciamo il mondo attraverso la riduzione di se stessi a un niente. Un corridoio buio, alle tre del mattino, poche porte più in là, cinquantatre anni dopo. L’albergo di Pavese...
Enrico Palandri: Hotel Roma, stanza 346