Foa senza tabù
13 Novembre 2003
«Non mi sento per nulla lacerato, sono del tutto riconciliato con il mio
passato e non ho fatto confessioni inedite», dice sorridendo Vittorio Foa. Il
vecchio outsider della sinistra italiana sfiora con la punta delle dita la
copia-staffetta fresca di stampa di Un dialogo, il libro-intervista in
cui risponde alle domande di Carlo Ginzburg. E si dice stupito perché, ancor
prima dell’uscita da Feltrinelli, tra letture frettolose, interpretazioni
capziose e citazioni equivocate, il libro ha suscitato un can can di polemiche
rimbalzate da «La Stampa» a «Il Foglio» a «La Repubblica».
Foa appare più divertito che arrabbiato. Dopo una recensione di Iacopo Jacoboni, l’estrapolazione di un paio di frasi di questo Dialogo - un complesso attraversamento nella vita della sinistra dagli anni Cinquanta ai Settanta - ha dato vita a una specie di «produzione di notizie a mezzo di notizie» un po’ sconclusionata, con gran dispiego d’interventi su due inediti «scandali»: una presunta confessione di Foa sulla propria mancanza di libertà, sulla subalternità dell’azionismo allo stalinismo e sul proprio silenzio su vari argomenti, tra cui il terrorismo delle Br. «Mi piacerebbe parlare di quest’ultimo libro quando potrà essere letto», dice. Per adesso gli preme soprattutto chiarire una cosa: «Ho sempre parlato e scritto di questi argomenti. Se questo vuol dire infrangere tabù, è una vita che lo faccio», sussurra, e ricorda quanto ha scritto sul Partito d’Azione dopo lo scioglimento, nel 1947, già in Questo Novecento (Einaudi 1996). «La scissione del Psi pose allora una domanda critica che ci saremmo portati dietro con gli anni: perché non c’era una terza via? Forse il partito d’Azione era stato un tentativo. Ma la sua rapida fine dimostra che il compito era alto. C’erano sicuramente delle difficoltà reali. Le vedevo intorno a me, me le ponevo anche per me: se prendevo una posizione che implicasse comunque una presa di distanza dall’Urss e quindi dai comunisti italiani, ero subito ”occupato” dalla potente propaganda americana. E diventavo un traditore per compagni, amici e perfino per le persone più care. Diventavo, senza volerlo, un agente degli americani. Credo che la vita politica di uomini degni, come quelli che sono usciti dal Psi e hanno creato la socialdemocrazia e poi sono scomparsi, è finita nel nulla perché la loro posizione non aveva un futuro politico. Penso a coscienze forti come Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. Restavi un missionario d’idee senza nemmeno avere i mezzi per esprimerle».
Dunque in quegli anni scegliere una via che non aveva avuto la forza di trasformarsi in realtà politica non avrebbe voluto dire diventare più liberi ma degli «spretati» senza possibilità d’incidere? «Avrebbe significato perdere, tagliarsi fuori, buttar via quella che io chiamo la nostalgia dei sogni realizzabili. Io non feci quel salto perché allora una terza via non era possibile, ma non per questo, come ho sempre detto, rinunciai alla mia libertà: mi sono tenuto la mia possibilità di nostalgia per cambiare le cose, non per subirle. Prima in politica, poi nel sindacato».
Sfogliamo Il cavallo e la torre, pubblicato da Einaudi nel 1991, e arriviamo al passaggio in cui Foa scrisse che «la solidarietà con i comunisti, che allora anche noi azionisti consideravamo irrinunciabile, si presentava sempre più inseparabile da una fedeltà incondizionata che era vera e propria sottomissione». Questo autorizza a parlare di tendenza totalitaria degli ex azionisti? «Direi proprio di no», risponde Foa. «Come ho più volte testimoniato e scritto, noi non rinunciammo mai all’idea di libertà anche perché per molto tempo abbiamo creduto nella possibilità di una rifondabilità del comunismo. Può darsi che già allora fosse un’illusione, ma in noi ex azionisti era assolutamente sincera. E del resto, non siamo mai stati comunisti. Direi che la tentazione totalitaria fosse più presente nel Psiup».
Quest’idea è esplicitata nel passaggio de Il silenzio dei comunisti apparso l’anno scorso da Einaudi dove Foa parla del Psiup come di «un ostacolo all’autonomia comunista nei confronti dell’Urss». E a ripensarci oggi, in tema con l’argomento della rottura dei tabù il vecchio leader dice: «Probabilmente fondarlo fu un vero e proprio errore. Nacque da una certa critica del marxismo maturata negli anni Cinquanta e che io stesso avevo formulato nella convinzione di dare un contributo positivo alla vita del Psi». Invece, anche nel Psi a prevalere fu, con la linea Nenni, la variante staliniana del socialismo. Il che alimentò il clima descritto ne Il cavallo e la torre come di «oscuramento della ragione» ed evocato con l’episodio di una Lisetta Foa furiosa, di ritorno da casa Muscetta, dove aveva sentito dire da Raniero Panzieri di un certo compagno: «È stato in prigione sotto il fascismo, dunque non ci si può fidare». «Uno dei fenomeni più assurdi di quegli anni fu che moltissimi, pur avendo compreso la natura dello stalinismo fino a dire ”se vivessi in Russia verrei fucilato”, ne rimasero del tutto vittime. Questa doppiezza fu di molti, e ne ho parlato anche nel dialogo con mio figlio Renzo raccolto nel librino Del disordine e della libertà».
Fu di molti, ma non fu del vecchio Foa, che da tempo incarna il ruolo di coscienza critica della sinistra, assediandola per trovare i motivi per cui, come ha scritto senza mezzi termini ne Il silenzio dei comunisti, «le cose vanno male, anzi malissimo». Ma perché, a suo avviso, di queste sue posizioni solo oggi si parla tanto, offrendole anche a un ambiguo uso politico? «Non so, ma non mi preoccupa», risponde lui. «La morte di Galante Garrone rende più evidente che noi testimoni di un passato recente stiamo per scomparire. Resta la storia, e ognuno la valuterà come crede». Quanto a se stesso, Foa promette di continuare a infrangere tabù, restando fedele a quel che scrisse in Passaggi (Einaudi, 2000): «La stessa parola ”sinistra” diventa un feticcio, un robusto reticolato in difesa dell’esistente. Mi piacerebbe una nostra grande campagna contro i feticci di sinistra, anche con il rischio di vederne sorgere nuovi più pericolosi».
Foa appare più divertito che arrabbiato. Dopo una recensione di Iacopo Jacoboni, l’estrapolazione di un paio di frasi di questo Dialogo - un complesso attraversamento nella vita della sinistra dagli anni Cinquanta ai Settanta - ha dato vita a una specie di «produzione di notizie a mezzo di notizie» un po’ sconclusionata, con gran dispiego d’interventi su due inediti «scandali»: una presunta confessione di Foa sulla propria mancanza di libertà, sulla subalternità dell’azionismo allo stalinismo e sul proprio silenzio su vari argomenti, tra cui il terrorismo delle Br. «Mi piacerebbe parlare di quest’ultimo libro quando potrà essere letto», dice. Per adesso gli preme soprattutto chiarire una cosa: «Ho sempre parlato e scritto di questi argomenti. Se questo vuol dire infrangere tabù, è una vita che lo faccio», sussurra, e ricorda quanto ha scritto sul Partito d’Azione dopo lo scioglimento, nel 1947, già in Questo Novecento (Einaudi 1996). «La scissione del Psi pose allora una domanda critica che ci saremmo portati dietro con gli anni: perché non c’era una terza via? Forse il partito d’Azione era stato un tentativo. Ma la sua rapida fine dimostra che il compito era alto. C’erano sicuramente delle difficoltà reali. Le vedevo intorno a me, me le ponevo anche per me: se prendevo una posizione che implicasse comunque una presa di distanza dall’Urss e quindi dai comunisti italiani, ero subito ”occupato” dalla potente propaganda americana. E diventavo un traditore per compagni, amici e perfino per le persone più care. Diventavo, senza volerlo, un agente degli americani. Credo che la vita politica di uomini degni, come quelli che sono usciti dal Psi e hanno creato la socialdemocrazia e poi sono scomparsi, è finita nel nulla perché la loro posizione non aveva un futuro politico. Penso a coscienze forti come Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. Restavi un missionario d’idee senza nemmeno avere i mezzi per esprimerle».
Dunque in quegli anni scegliere una via che non aveva avuto la forza di trasformarsi in realtà politica non avrebbe voluto dire diventare più liberi ma degli «spretati» senza possibilità d’incidere? «Avrebbe significato perdere, tagliarsi fuori, buttar via quella che io chiamo la nostalgia dei sogni realizzabili. Io non feci quel salto perché allora una terza via non era possibile, ma non per questo, come ho sempre detto, rinunciai alla mia libertà: mi sono tenuto la mia possibilità di nostalgia per cambiare le cose, non per subirle. Prima in politica, poi nel sindacato».
Sfogliamo Il cavallo e la torre, pubblicato da Einaudi nel 1991, e arriviamo al passaggio in cui Foa scrisse che «la solidarietà con i comunisti, che allora anche noi azionisti consideravamo irrinunciabile, si presentava sempre più inseparabile da una fedeltà incondizionata che era vera e propria sottomissione». Questo autorizza a parlare di tendenza totalitaria degli ex azionisti? «Direi proprio di no», risponde Foa. «Come ho più volte testimoniato e scritto, noi non rinunciammo mai all’idea di libertà anche perché per molto tempo abbiamo creduto nella possibilità di una rifondabilità del comunismo. Può darsi che già allora fosse un’illusione, ma in noi ex azionisti era assolutamente sincera. E del resto, non siamo mai stati comunisti. Direi che la tentazione totalitaria fosse più presente nel Psiup».
Quest’idea è esplicitata nel passaggio de Il silenzio dei comunisti apparso l’anno scorso da Einaudi dove Foa parla del Psiup come di «un ostacolo all’autonomia comunista nei confronti dell’Urss». E a ripensarci oggi, in tema con l’argomento della rottura dei tabù il vecchio leader dice: «Probabilmente fondarlo fu un vero e proprio errore. Nacque da una certa critica del marxismo maturata negli anni Cinquanta e che io stesso avevo formulato nella convinzione di dare un contributo positivo alla vita del Psi». Invece, anche nel Psi a prevalere fu, con la linea Nenni, la variante staliniana del socialismo. Il che alimentò il clima descritto ne Il cavallo e la torre come di «oscuramento della ragione» ed evocato con l’episodio di una Lisetta Foa furiosa, di ritorno da casa Muscetta, dove aveva sentito dire da Raniero Panzieri di un certo compagno: «È stato in prigione sotto il fascismo, dunque non ci si può fidare». «Uno dei fenomeni più assurdi di quegli anni fu che moltissimi, pur avendo compreso la natura dello stalinismo fino a dire ”se vivessi in Russia verrei fucilato”, ne rimasero del tutto vittime. Questa doppiezza fu di molti, e ne ho parlato anche nel dialogo con mio figlio Renzo raccolto nel librino Del disordine e della libertà».
Fu di molti, ma non fu del vecchio Foa, che da tempo incarna il ruolo di coscienza critica della sinistra, assediandola per trovare i motivi per cui, come ha scritto senza mezzi termini ne Il silenzio dei comunisti, «le cose vanno male, anzi malissimo». Ma perché, a suo avviso, di queste sue posizioni solo oggi si parla tanto, offrendole anche a un ambiguo uso politico? «Non so, ma non mi preoccupa», risponde lui. «La morte di Galante Garrone rende più evidente che noi testimoni di un passato recente stiamo per scomparire. Resta la storia, e ognuno la valuterà come crede». Quanto a se stesso, Foa promette di continuare a infrangere tabù, restando fedele a quel che scrisse in Passaggi (Einaudi, 2000): «La stessa parola ”sinistra” diventa un feticcio, un robusto reticolato in difesa dell’esistente. Mi piacerebbe una nostra grande campagna contro i feticci di sinistra, anche con il rischio di vederne sorgere nuovi più pericolosi».
Un dialogo di Vittorio Foa, Carlo Ginzburg
Due persone s’incontrano. Hanno alle spalle vite molto diverse: uno è un politico, l’altro uno storico. Trent’anni li separano, li unisce un’antica amicizia e una provenienza comune (Torino, l’antifascismo). Il più giovane incalza il più vecchio con domande sulla sue scelte politiche passate, e …