Vittorio Zucconi: Powell si basò su fonti fasulle
15 Marzo 2004
Nell'atrio del palazzo della Cia, accanto alle stelle senza nome che ricordano coloro che morirono in silenzio, una citazione dalle Sacre Scritture ricorda ai funzionari la missione dell' agenzia: «Voi conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi». E la verità sta emergendo, ormai ogni giorno, nella battaglia per la sopravvivenza tra agenzie, funzionari, politici alle prese col fiasco delle armi di distruzione di massa e prima ancora che la Commissione d' inchiesta frettolosamente organizzata da Bush per coprirsi le spalle prima delle elezioni abbia cominciato a lavorare. La montagna di prove inconfutabili, di fatti «solidi e credibili» usata per vendere al mondo e all' opinione pubblica americana l' invasione dell' Iraq era costruita su fonti e informatori pagati che le stesse agenzie di spionaggio americane avevano classificato come «noti spacciatori di menzogne». La guerriglia nella burocrazia spionistica e politica di Washington è aperta e si scoprono oggi le verità che avremmo dovuto scoprire un anno fa. I servizi americani sapevano che le fonti erano inattendibili, che le loro informazioni non erano vere, eppure le hanno passate al governo. O, peggio ancora, il governo, Bush, Rumsfeld, Cheney, Powell le hanno passate a noi come vere. Nel maggio del 2002, un anno prima dell' invasione, quando un "informatore", un esule iracheno fornì a Washington notizie su quei laboratori mobili per la produzione di gas letali che Powell illustrò all' Onu con diapositive e cartoni animati, i servizi di intelligence del Pentagono, la Dia, avvertirono che, dopo averlo interrogato per due volte, l' informatore era da considerare un "fabricator", un ballista. Ma l' allarme sollevato dal Pentagono venne ignorato dal ministro Rumsfeld perché la spia apparteneva alla lobby di Ahmed Chalabi, il banchiere bancarottiere iracheno inseguito da una condanna a 25 anni di carcere per truffa dopo il fallimento della sua banca Petra in Giordania. E Chalabi era allora il cocco della destra neo-conservatrice, celebrato nei loro giornali come il presidente possibile del futuro Iraq liberato e il "protegé" personale del vice presidente Dick Cheney. Un intoccabile. Ora, confessano fonti dell' intelligence al New York Times, tutti riconoscono che «fu un errore» fidarsi di lui, dell' uomo di Chalabi, ma il fabricator di informazioni false fu uno dei «testimoni oculari» che Powell citò, senza fare il nome, nel suo rapporto finale al mondo. Un' ammissione che lo stesso direttore della Cia, nell' autodifesa pubblica pronunciata davanti all' Università di Georgetown, ha dovuto fare, con questa formula di perfetto burocratese: la Cia ha scoperto recentemente, ha detto «che gli analisti si sono lasciati sfuggire l' avvertimento che una fonte da noi citata come fornitore di informazioni attendibili è risultata in alcuni casi inattendibile e in altri casi completamente immaginaria». Eppure sulla base di questa fonte, che la Dia aveva marchiato come inattendibile, Bush spiegò, il 26 settembre del 2002 che «ogni giorno potrebbe essere quello in cui il regime iracheno fornisce armi biologiche e gas nervini prodotti dai suoi laboratori ai terroristi». Sbagliò la Cia, nell' ignorare il caveat dei colleghi-rivali al Pentagono, per l' ansia di fare ciò che tutti i servizi di spionaggio al mondo tendono a fare, cioè tentare di compiacere il governo, o sbagliò la Casa Bianca nel prendere per buone informazioni "fabbricate", soltanto perché servivano alla propaganda di preparazione alla guerra? Per la risposta, si dovrà attendere, forse, almeno un anno, fino a quel 31 marzo del 2005, dunque ben dopo le elezioni del novembre 2004, che Bush ha indicato come data di consegna per il rapporto della commissione di saggi che ha formato e insediato venerdì scorso, prima che la tragicommedia delle armi di Saddam diventasse un Weapongate, un ennesimo scandalo. Ma non soltanto la commissione, che pure è formata da sei uomini e da una donna di eccellente reputazione tra i quali il senatore McCain, già avversario di Bush ma grande sostenitore della guerra, è stata messa assieme dalla Casa Bianca senza chiedere il parere dell' opposizione. Dunque difficilmente può essere definita "bi-partisan", visto che l' opposizione non ha avuto il diritto di scegliere i propri membri. Più grave, e quasi ridicolo visto questo nuovo clima di "verità a tutti i costi", è il nuovo "errore" commesso dal direttore della Cia, l' imputata, nella sua pubblica difesa dell' agenzia. Per vantare almeno qualche successo nella "guerra al Terrore", George Tenet aveva annunciato giovedì che il governo malese ha «chiuso una delle aziende fornitrici di materiale nucleare al mercato nero» per i terroristi e gli «Stati canaglia». Si riferiva a una società chiamata "Scomi Group" con sede nella città di Shah Alam, in Malesia. Ma anche questa informazione doveva provenire dalle stesse fonti che già descrissero l' arsenale e i laboratori di Saddam Hussein. Ieri infatti, un dirigente della fabbrica, la signora Rohaida Badaruddin ha condotto un gruppo di giornalisti malesi e americani in visita agli impianti che producono macchine utensili e semilavorati. «Come potete vedere, sono perfettamente funzionanti e nessuno ci ha mai fatto chiudere», ha sorriso la signora e la Cia ha riconosciuto l' errore. «Si è trattato di un problema di editing, di un correttore del discorso che non ha controllato bene un fatto». Forse è stato lo stesso redattore che si dimenticò di avvertire Bush della bufala sulla "torta gialla" di uranio Nigerino. Speriamo nella "commissione d' inchiesta" e nelle risposte che oggi, in un evento straordinario, darà lo stesso Bush in un' intervista "faccia a faccia" di un' ora, per il programma "Meet the Press" della Nbc: dalle prime anticipazioni, si sa solo che Bush non mette in dubbio il posto di Tenet: «Guida con perizia la Cia», ha detto. E quando l' intervistatore gli ha chiesto se il posto del numero uno della Cia è a rischio, ha risposto: «No, niente affatto». Da Bush comunque l' America si aspetta qualcosa: se non tutta quella verità che ci renderebbe liberi, basterebbe almeno qualche pezzetto inedito di onestà per fugare il sospetto di un colossale imbroglio politico spionistico costruito sulla guerra all' Iraq.