Ritratto di un presidente perfettamente americano
19 Marzo 2004
George W. Bush non suscita sentimenti intermedi. Per i nemici, americani e non, è un perfetto cretino che sta portando il suo paese alla rovina e il mondo verso una guerra mondiale. Per gli amici e sostenitori è invece the right man, «l' uomo giusto», come da titolo del volume laudatorio del suo ex speechwriter David Frum, fervente neoconservatore. Vittorio Zucconi, inviato di Repubblica negli Stati Uniti, è troppo addentro al mondo americano per cadere vittima degli stereotipi. Così la sua biografia critica dell' inquilino della Casa Bianca (George. Vita e miracoli di un uomo fortunato, Feltrinelli, pagg. 168, euro 12) scorre abilmente fra Scilla e Cariddi, demonizzazione e apologia. E offre al lettore anche digiuno di politica a stelle e strisce un ritratto originale di questo presidente. Un ritratto che è anche un affresco dell' America di oggi. Perché piaccia o meno, Bush è comunque molto americano. Di quell' America profonda che non ha quasi nulla a che vedere con Manhattan o con Washington, dove in genere si ferma la curiosità dell' europeo alla scoperta del Nuovo Mondo. I colori con cui Zucconi dipinge il suo Bush sono squillanti. L' anedottica abbonda. E' lo stesso protagonista ad alimentarla con alcune gaffe, che facilitano l' opera del biografo e ne rendono particolarmente godibile il racconto. Così, in apertura di libro il lettore troverà la seguente frase di George W.: «Signori e signore, e a tutti voi che ci guardate alla radio e ci ascoltate via video, benvenuti» (discorso alla Casa Bianca, gennaio 2004). Bush ama scherzare sulla sua fama di stupido e sul suo passato di ubriacone, tanto da rivolgersi alla regina Elisabetta, durante la sua recente visita a Buckingham Palace, con questa battuta: «My dear Queen, cara la mia regina, so che nella sua famiglia c' è qualche pecora nera, si consoli, ogni famiglia ne ha una, e la famiglia Bush ha me». E nel discorso di fine anno accademico alla Yale University, davanti agli studenti raccolti: «Avete visto? Buone notizie. Si può diventare presidenti degli Stati Uniti anche essendo somari. E tutti quei secchioni che prendevano A (il massimo dei voti, n.d.r.) adesso lavorano per me, hahah». Fra tutti gli errori che si possono commettere cercando di scavare nella personalità di George W. il più grave è proprio quello di considerarlo un incapace. E' il tipico snobismo degli intellettuali di sinistra che spinge ad esempio Maureen Dowd a scrivere sul New York Times che il vicepresidente Cheney sarebbe «il baby sitter» di Bush. Da tutti i resoconti di cui disponiamo sappiamo che questo presidente non è un pozzo di scienza, ma non per questo si fa mettere i piedi in testa dai suoi collaboratori. Non è intellettualmente curioso, certo. Però ha idee semplici e chiare. Ed è lui che decide. E' vero che durante la campagna elettorale il candidato Bush, messo all' angolo da un perfido intervistatore televisivo, non seppe dire chi fosse il presidente ceceno né quello pakistano (tra parentesi: lo immaginate voi un giornalista europeo o asiatico che interroga così il suo leader?). Ma un politico non si misura solo dal suo quoziente intellettuale o da qualche infarinatura nozionistica. Il metro di misura è la sua capacità di fare il suo mestiere, guidare il paese. Osserva Zucconi: «Molti sembrano dimenticare che l' erudizione è un requisito importante, anche se a volte facoltativo, in un docente universitario, ma le nazioni non eleggono un Magnifico rettore per esserne governate e l' intelligenza politica, che Bush possiede, è una qualità molto diversa dall' intelligenza del matematico, dello scacchista, del chirurgo o del narratore». I capitoli forse più istruttivi del libro di Zucconi illustrano il rapporto di Bush con l' America profonda - quella di John Wayne assai più che Woody Allen. E ci introducono ai molti vantaggi e ai pochi problemi che al quarantatreesimo presidente derivano dall' essere figlio di papà: «Non c' è mai stata, in America, una casata come The House of Bush». Lui, nato con la camicia, è molto consapevole di appartenere all' aristocrazia del più potente paese del mondo. Tanto da coltivare un' idea piuttosto alta di sé, quasi fosse incaricato di compiere un disegno divino. Il suo senso religioso - alla Casa Bianca c' è l' «ora della Bibbia», una meditazione collettiva sulle Sacre Scritture - tende a mescolare terreno e divino, America e Dio. Ma anche questa non è affatto una sua eccentrica interpretazione del ruolo perché, ricorda Zucconi, «George W. Bush può essere l' eccesso, ma non l' eccezione, nella storia americana». L' idea di missione è tipicamente americana. Il bene e il male che a noi viene copioso dalle sponde d' Oltreatlantico attinge a questa autorappresentazione, impensabile o quasi per il resto del mondo. Come conclude icasticamente Zucconi: «Il bisogno di premere contro le pareti della storia del momento è una condizione indispensabile del modo di essere americani». Non stupisce allora che Bush possa chiedersi «Perché ci odiano?», subito dopo l' 11 settembre. In fondo, per un americano ogni non-americano è un americano in potenza. Perché nessuna persona dabbene può davvero rifuggire i valori americani - libertà e democrazia. Non sappiamo se Bush si sia reso conto che non tutti vogliono diventare americani. Sappiamo però - e questo libro ce lo conferma - che senza questa fede inconcussa, impermeabile alle dure repliche della storia, l' America non sarebbe quella che è.
George di Vittorio Zucconi
Nel novembre del 2004 si terranno le prossime elezioni presidenziali americane. Quelle scorse sappiamo tutti come sono andate: George W. Bush, figlio dell’ex presidente americano e appartenente a una delle famiglie più potenti della storia degli Stati Uniti, ha vinto al fotofinish contro il cand…