Il primo anniversario della guerra americana all´Iraq porta in regalo, con sbalorditiva tempestività, una preda straordinaria, o almeno la promessa d´averla tra le dita. La misteriosa regia del destino, se si vuole davvero credere ai servizi segreti pachistani, offre il medico egiziano Ayman Al-Zawahiri, il motore e cervello di Al Qaeda, "intrappolato" in un villaggio fortificato in Pakistan, dove la sua cattura potrebbe essere questione di ore.
Catturare Zawahiri, la "mente", l´"architetto" l´"eminenza grigia", il "mentore" di Osama, già oggi, proprio mentre Bush pronuncerà il discorso bilancio del primo anniversario dell´invasione, sarebbe per il presidente intrappolato dalle cattive notizie dal fronte, quella giornata di sole della quale ha disperatamente bisogno per dissipare la foschia della demoralizzazione e dello scetticismo internazionale.
Sono ormai settimane che dal fronte afgano-pachistano arrivano voci di colpi grossi imminenti, di catture sensazionali, in coincidenza con la ripresa delle operazioni nel disgelo di primavera, e questa pare essere la più seria. Le prime notizie d´un accerchiamento in atto erano arrivate in America nella fine mattinata, quando un Bush in costume da guerriero, col giubbotto di pelle della Air Force, spiegava ai parà della 101a divisione nella base di Fort Campbell in Kentucky, che i loro 60 commilitoni uccisi in Iraq, e i 500 altri soldati caduti, non erano morti invano. Retorica classica da funerale militare, che le immagini parallele di nuovi morti, nuovi attentati, nuove imboscate a Bassora, a Bagdad, a Falluja, svuotavano di credibilità, fino a quando piombava su tutte le tv l´annuncio shock del presidente pachistano, del generale dittatore alleato Pervez Musharraf: 200 militanti di Al Qaeda equipaggiati di mortai, lanciagranate, missili a spalla, armi automatiche, erano asserragliati in un ridotto nei monti tra Pakistan e Afghanistan e stavano resistendo "come indemoniati" all´assalto dei reparti regolari pachistani, in attesa di rinforzi e d´elicotteri Usa.
Una resistenza talmente accanita da far concludere a Musharraf che tra di loro doveva trovarsi un obbiettivo "d´altissimo valore". Zawahiri, secondo le conferme dei servizi segreti e del ministro degli Interni.
Ma dove c´è Zawahiri, c´è anche Osama, ci è sempre stato detto, perché i due sono invariabilmente ripresi insieme mentre passeggiano come pastori sui sentieri dell´Hindukush, perché Bin Laden sauditi soffre di insufficienza renale, non può mai allontanarsi molto dall´amico e medico egiziano e da un´apparecchiatura per la dialisi, il che spiegherebbe perché potrebbe farsi intrappolare in un villaggio fortezza, con una taglia di 25 milioni di dollari sulla testa. Ma non spiegherebbe perché sia stato così difficile finora scovare un altissimo (circa due metri) e malatissimo arabo con il proprio medico egiziano sempre accanto, in mezzo a una popolazione non araba come gli afgani o i pachistani, costretto a sottoporsi a una procedura tormentosa come la dialisi renale. La risposta, che sottovoce tutti ripetono a Washington da mesi, è che i pachistani abbiano sempre saputo dove si trovassero Bin Laden e Zawahiri, creature loro come lo fu il regime Taliban, e aspettassero il momento più opportuno per sbarazzarsi, al prezzo più elevato possibile, dei loro inutili e ingombranti ex protetti.
E il momento potrebbe essere arrivato, mentre lo stesso Pakistan è sotto tiro per avere diffuso nel mondo - lui e non l´Iraq - tecnologie nucleari ai migliori offerenti e soprattutto mentre l´amministrazione americana è in difficoltà interne e internazionali. Non ci potrebbe essere antidoto più efficace, per Bush, che mostrare il trofeo di un ras del terrorismo come Al-Zawahiri, vivo o morto, in questi giorni della ribellione europea, degli attacchi di Kerry, di quelle bombe che esplodono con frequenza ormai pluriquotidiana in un Iraq niente affatto normalizzato e fingere che siano stati i pachistani, dunque un popolo musulmano, a catturarlo. Uno Zawahiri "vivo o morto" sarebbe uno spot elettorale vero e formidabile per ricomporre nell´immaginazione mondiale e interna quel legame tra "guerra in Iraq" e "guerra al terrorismo" che le opinioni pubbliche europee ormai rifiutano.
L´assalto finale avverrà questa mattina, ci dicono e quanto potranno resistere 200 guerriglieri di fronte agli eserciti americano e pakistano insieme? Non molto. La preda è fra le dita, basta stringerle. Talmente entusiasmante sarebbe la coincidenza che persino il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, la lucida consigliera di Bush, si è cautelata: "Al Qaeda è una rete, eliminare uno o due leader non la annienterà" diceva ieri sera. Esattamente come fu la cattura di Saddam Hussein che tante illusioni aveva creato in chi aveva creduto alla propaganda, e che ha soltanto intensificato l´interminabile martirio dell´Iraq e la metastasi del terrorismo.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>