Ieri mattina, proprio quando Luca Cordero di Montezemolo pronunciava il suo discorso d' investitura in Confindustria, gli operai della Fiat di Melfi hanno rimosso i presidi che da 10 giorni bloccavano la produzione. Per il nuovo leader degli imprenditori è stata una buona notizia. La Fiat resta il teatro dove il conflitto di classe può andare in scena con il massimo impatto simbolico. Parlare di coesione sociale, come ha fatto Montezemolo, sarebbe sembrato un esercizio retorico se nel primo gruppo manifatturiero italiano fosse prevalsa - dall' una e dall' altra parte - la tentazione di investire in scioperi per togliere di mezzo un interlocutore. La trattativa, invece, esorcizza i fantasmi del 1980. Non è detto che vada a buon fine, ma al momento è lecito sperare. E dalla ricostruzione della fiducia tra Giuseppe Morchio, uomo nuovo della Fiat, e i capi di Cgil, Cisl e Uil, la nuova presidenza della Confindustria potrebbe ricavare un forte incoraggiamento nella sua svolta programmatica. Montezemolo ha letto un discorso di 18 pagine nel quale non si parla di tasse, costo del lavoro e flessibilità. Non è su questi terreni che si gioca la sfida tra l' Occidente e le economie più giovani e aggressive. La ragione sta tutta in una realtà che ieri Montezemolo ha forse dato per scontata ma che vale la pena di richiamare. Tra quanti potrebbero, solo 56 italiani su cento lavorano contro il 64,9% della media europea e il 71,9% degli Usa. Ma in questo contesto le attività manifatturiere occupano ancora il 22,8% della forza lavoro contro il 19,4 di Eurolandia e il 13,3% dell' America. L' aggettivo postindustriale, con il quale si qualificano le economie avanzate, è suggestivo ma non aderente al vero: la manifattura non è stata cancellata nemmeno oltre Atlantico. E tuttavia difenderla così com' è appare utopistico. Basti riflettere sul fatto che, secondo una recente inchiesta del "Wall Street Journal", gli investimenti esteri stanno calando in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi baltici tranne l' Estonia a causa dei primi incrementi delle retribuzioni: si preferisce la Romania, meglio ancora la solita Cina. L' Italia, che ha paghe più alte delle repubbliche ex comuniste, può rimanere una potenza industriale se raccoglie la sfida della ricerca e dell' innovazione. Montezemolo non dimentica la lotta ai falsi e la difesa dei marchi esistenti, ma pone l' accento soprattutto sulla costruzione di un nuovo rapporto dell' impresa italiana con il cliente attraverso la qualità certificata dei beni e la completezza dei servizi. Si apre così un nuovo fronte di investimenti che richiede un grande sforzo comune di aziende, sindacati, banche. Non è forse un caso se il nuovo presidente della Confindustria nomina un solo uomo politico, Carlo Azeglio Ciampi, padre della concertazione tra governo, imprenditori e sindacati. In queste occasioni le parole hanno il senso di un impegno se il predecessore, d' intesa con il governo in carica, dichiarava superato l' accordo del 1993 e poi scommetteva sulla rottura del sindacato e l' isolamento della Cgil. Montezemolo ha bisogno di trovare interlocutori stabili. Nel giorno dell' esordio è facile ricevere l' applauso. Poi bisognerà amministrare gli interessi non sempre comuni tra gli associati, una sintesi non facile se la nuova Confindustria vorrà tener fede al suo impegno riformista. Non meno delicati saranno i rapporti con sindacato e governo. Montezemolo fa un cenno alle "frange del conflitto". Cortese verso Epifani, non nomina la Fiom, ma avverte, come gli detta il ruolo, che vanno emarginate. Un' Italia che vuol fare sistema, tuttavia, non può fermarsi a Melfi. Forse la prova del fuoco, dove bruciare le false coscienze nazionali, ha un altro nome e si chiama Alitalia, anch' essa aderente a Confindustria. Il futuro del trasporto aereo, dopo tanti discorsi sul made in Italy, rappresenta una sfida bruciante per il sindacato, che ha coperto troppi interessi corporativi, ma anche per l' azionista di oggi, che è il governo, e i possibili azionisti privati di domani, che non si vedono ancora all' orizzonte.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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