La priorità è sconfiggere Berlusconi. Pare che su questo non ci piova. Il problema caso mai è sconfiggerlo per fare che. Qui gli interrogativi sono infiniti. Sconfiggerlo perché noi crediamo, con un disperato ottimismo della volontà, all'Europa molto più di quanto ci creda lui, che ritiene che l'Europa si sia trasferita da tempo in America? Sconfiggerlo perché sapremmo fare meglio, con tinte delicate di centrosinistra, tutto quello che esige l'elettorato non becero, ma democratico e benpensante del centrodestra, e per di più senza cagnare, concertando anzi con le parti sociali? Sconfiggerlo perché qualunque cosa si vada a fare una volta al governo, la faremmo con meno volgarità, disponibili alla buona cultura, alla satira e alle critiche costruttive dei migliori cervelli del paese? È troppo poco. Così non si riesce a tenere insieme alla Margherita neanche una metà dei Ds. Ci vuole di più. Paletti rigidissimi sulla spesa pubblica, sui servizi, sulla questione pensione, sul caroprezzi, sui salari, sul mondo sempre più vasto del lavoro giovanile precario, sull'ambiente, sulla giustizia, sulla scuola e l'università, sulle connnivenze tra politica e mafia, eccetera eccetera eccetera. Tutte questioni scottanti anche a volerle trattare con abilità compromissoria.
Mettiamo tuttavia il caso improbabile che si raggiunga un accordo vero di programma, da Mastella a Bertinotti tirando dentro anche De Michelis e Luca di Montezemolo, come la si mette con la guerra?
Il conflitto iracheno è sempre meno lontano. La ferocia è sempre meno lontana. Il nemico non solo ci sta ascoltando, ma ci sta seducendo come il canto delle sirene. Trascurare l'effetto-guerra nelle teste è in questo momento rischiosissimo. In guerra non ci sono i buoni e i cattivi, a lungo andare ci sono solo i cattivi. Lo sanno tutti che, per battersi sul serio e non in punta di fioretto, a un certo punto bisogna che sia riesumato il desiderio di vendetta, di distruzione e di sangue. La guerra rende affini. La guerra è sempre tra incivili e vince chi non a chiacchiere ma nei fatti è pronto a buttar via la propria vita insieme a quella del nemico.
Bene: come ci sta cambiando il clima bellico? Il quadro è culturalmente mosso. Nei discorsi si avverte sempre più che la pazienza ha un limite, è giunto il tempo di passare a spezzare le ossa dei cattivi o le reni. E diventa di giorno in giorno più nitida l'idea che, in Iraq come altrove nel mondo, ci vuole d'urgenza un'esibizione di forza ben più robusta di quella attuale. Diamoci dentro con un esercito vero, si dice, un esercito di grandi proporzioni. Ritocchiamo il quadro legale in modo che non metta troppo i bastoni tra le ruote a chi per necessità e per il bene comune deve sporcarsi le mani. Educhiamo le masse all'idea che non bisognerebbe menar troppo scandalo, se a titolo preventivo si decidesse di buttare la bomba, come a Hiroshima e Nagasaki. Tanto più che le nostre città, le nostre case, possono saltare per aria da un momento all'altro. Intanto dura da tempo, fin dai tempi della rivoluzione degli ayatollah, e ora sta diventando robusta, una sorta di nenia apocalittica d'accompagnamento. L'occidente non ha più fedi robuste. A forza di attribuire significato a ogni sciocchezza, il Significato - la Verità - s'è perso. La famiglia è a pezzi, il matrimonio è in crisi, la donna occidentale non figlia più ma già in tenera età mette il tanga, parla di sesso, fa sesso, scrive di sesso senza tabù.
L'unica nostra salvezza è che l'America non si spappoli, visto che ormai chiunque, dopo l'89, sa che non c'è niente di durevole a questo mondo e da un giorno all'altro, da un anno all'altro, può accadere l'impensato e finiamo nell'anarchia planetaria o in mano agli emiri. L'America, insomma, e il papa quando fa il suo mestiere e non solo il pacifista, sono i baluardi del nostro integralismo strisciante. Questo clima, a spizzichi e a bocconi, fa capolino sia dalle righe "selvagge" o meditate dell'intellellettuale di centrodestra, sia da quelle fini di un'intellettualità di sinistra che si rappresenta estrosa, lucida e poco prona al conformismo degli schieramenti. Eredi dell'uomo occidentale di multiforme ingegno, dell'astuto Ulisse per capirci, ci suggeriscono che i lumi della ragione, dopo l'11 settembre, presto o tardi diventeranno lumicini e, volenti o nolenti, bisognerà tendere l'arco sul serio e cominciare la strage dei Proci. La guerra insomma peserà confusamente, con alti e bassi ma in modo durevole, sulle scelte politiche nazionali rimescolando arditamente le carte. Già per esempio è interessante che molta parte della sinistra, che per formazione culturale denuncia da sempre quali colpe nere nasconda l'apparato ideologico occidentale e sa che sotto la cultura della pazienza tessitrice cova un'incoercibile vocazione alla barbarie, difende ogni giorno la linea dell'attesa, del confronto ragionevole, dell'ombrello delle leggi nazionali e internazionali. Mentre proprio i tutori dichiarati dell'Occidente a conti fatti pensano di tutelarci non appellandosi alla tradizione dignitosa della razionalità illuministica, alla sua linea prudente che muove dal mondo greco, ma alla necessità della barbarie. La guerra anzi sembra indurre la cultura dell'emergenza antislamista a un regolamento di conti generale con la pazienza illuminata e lungimirante. I tutori a vario titolo dell'occidente stanno costruendo a marce forzate una cultura della ragionevolezza fremente e vendicativa, in base alla quale le persone, i partiti, i movimenti, i governi, i media che conservano tracce anche banalotte di idee, azioni, parole non nerborute, vengono considerati tasselli di lobby antiamericane e antioccidentali, cieche cellule di un organismo che marcia verso il precipizio e nemmeno se ne accorge. È una cultura trasversale agli schieramenti che ama i difensori del liberismo "vero"; i cattolici torbidamente appassionati; i laici rissosi che sono pronti a friggere sulla graticola chiunque non consenta con le loro credenze e le loro gerarchie di valore; le intelligenze imprevedibili la cui imprevedibilità consiste in un prevedibilissimo barcamenarsi.
Non è da escludere quindi che, in questo clima, le scelte di politica estera diventeranno il discrimine meno trattabile con i classici artifici verbali di un programma politico. Comunque è anche su quello che gli elettori di quel tredici per cento a sinistra dell'Ulivo, e non pochi elettori ds, valuteranno l'operato dei propri rappresentanti. Sicché siamo punto e daccapo. Sconfiggere Berlusconi va benissimo, è prioritario. Ma per fare che?
Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto l’insegnante e il redattore delle pagine culturali del ‟Manifesto”. Oltre a opere narrative, ha scritto molti libri sulla vita scolastica (da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti e Auguri, professore di Riccardo Milani). Con Feltrinelli ha pubblicato Ex cattedra (1985, 1989, poi ampliato in Ex cattedra e altre storie di scuola nel 2006), Il salto con le aste (1989), Segni d’oro (1990), Fuori registro (1991), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994, da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo), Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso (1995), La retta via. Otto storie di obiettivi mancati (1996), Via Gemito (2000, premi Strega e Napoli 2001), Labilità (2005, premi Flaiano e Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007); con Einaudi, Spavento (2009), Autobiografia erotica di Aristide Gambia (2011) Lacci (2014), Scherzetto (2016), Le false resurrezioni (2018); ; con minimum fax, Fare scene. Una storia di cinema (2010). Ha inoltre introdotto, per i “Classici” Feltrinelli, Cuore (1993) di Edmondo De Amicis, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1994) di Ugo Foscolo e Lord Jim (2002) di Joseph Conrad.

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