Danilo Manera incontra Fanny Buitrago, autrice di Un animale bellissimo

02 Luglio 2004
Fanny Buitrago scrive in uno studio tappezzato di quadri, in cima a un palazzo del centro di Bogotà, con una parete a vetrate da cui lo sguardo spazia per la sterminata metropoli distesa su un altopiano circondato da montagne, a 2600 metri d’altezza. Fanny però adora stare in giro e preferisce chiacchierare per strada, nel quartiere coloniale della Candelaria, dove ad ogni passo scambia un saluto con qualcuno.
‟Vengo dalla costa caraibica, dove si vive fuori tutto il giorno e c’è un culto speciale per le relazioni umane: facendo la spesa vieni a sapere ogni sorta di notizie e segreti. I miei libri per bambini, come La casa dell’arcobaleno, sono nati perché un mio nipotino era curioso di sapere di cosa riempivo tanti fogli. Dato che gli sembravano incomprensibili, ho scritto una storiella apposta per lui e non ho più potuto smettere: mi restituiva ogni volta il nuovo pezzo dicendo che era corto. Quando si è dichiarato soddisfatto, avevamo un intero libro.”

Fanny è nata a Barranquilla nel 1943 ed è oggi un’autrice di primissimo piano nella letteratura colombiana. Ha pubblicato i romanzi El hostigante verano de los dioses (La sferzante estate degli dèi, 1963), Cola de zorro (Coda di volpe, 1970), Los pañamanes (1979) e La señora de la miel (1993; trad. it. La signora del miele,1999). Le sue narrazioni brevi e medie sono raccolte in La otra gente (L’altra gente, 1973), Bahía Sonora (1975), Los amores de Afrodita (Gli amori di Afrodite, 1983) e Líbranos de todo mal! (Liberaci dal male, 1989). Ha inoltre scritto per il teatro e l’infanzia.
‟Per me leggere è come respirare,” continua Fanny. ‟Ho imparato a farlo di nascosto a scuola, infilando i romanzi tra i manuali che mi annoiavano. Così non ho nemmeno finito gli studi. Da bambina volevo fare la trapezista, ma non ho doti di ginnasta, allora mi sono dedicata completamente alla scrittura, che è un altro modo di camminare su una corda. Mi è costato parecchio, ha significato privilegiarla anche rispetto alla famiglia e all’amore, ma non me ne pento.”

Il romanzo più recente di Fanny è Bello animal (Un animale bellissimo) che si svolge nella Colombia di oggi e ruota attorno alla sfuggente figura di Gema Brunés, top model mito di femminilità e bellezza, al vertice di una di quelle catene di rifrazioni che generano le star della TV o della musica, moltiplicate da gadget e siti internet. Accanto a lei, ci sono un pubblicitario artefice del suo successo, un ragazzo travolto dalle contraddizioni del glamour, un influente clan politico e un navigato principe del jet set, in una girandola di interessi e vanità, macchinazioni e invidie che pare il retroscena vertiginoso di una telenovela delle alte sfere. Chiedo a Fanny da dove ha tratto ispirazione.
‟Bogotà contiene decine di città. È una telenovela a scatole cinesi, un intrico con punti obbligati d’incrocio. Adattissima per ascoltare trame. Perché quando si scrive, ci si muove in più dimensioni insieme. Quel che erediti, quel che hai imparato, quel che imiti, quel che sogni, quel che ti viene imposto, quello che condividi e tutto quanto ti viene incontro inaspettatamente dalla quotidianità: l’intuizione, lo stupore, l’allegria, l’orrore… Scrivendo si rubano le frasi agli amici, si fondono tratti di tre persone in un volto, si ama e si odia più di una volta nella stessa giornata… E poi ci sono temi o personaggi che s’intromettono senza essere stati chiamati, vogliono esistere sulla pagina anche se a te sembra uno sbaglio. Così la storia, che era costato tanto sforzo disegnare, si riformula a modo suo, sceglie nuove strade e sarà difficile fermarla. Anche perché di solito ha ragione lei…”
Forse per questo, commento io, Gema Brunés appare così tormentata, e nel finale sceglie una strada imprevista?
‟Gema soffre. È tutta immagine e l’immagine si consuma. Ne deriva una specie di incubo quotidiano. Perché l’immagine è effimera. Il libro è nato da una frase di Cartesio: quando l’uomo vuol diventare un angelo, finisce per diventare un mostro. Le modelle esibite nelle vetrine e sulle passerelle sono tutte uguali, come cavalli ammaestrati. L’unicità spaventa e bisogna subito commercializzarne l’imitazione, per ricondurla al sistema. La bellezza viene così ad essere la conferma di un’omologazione e insieme un modello a cui omologarsi.”
Chiedo allora a Fanny se le sembra che non ci sia scampo dall’universo light.
‟Se Cristo e Che Guevara sono un prodotto e compaiono su portachiavi e magliette, non rimane altra battaglia che quella di somigliare a noi stessi. La globalizzazione spersonalizza, ma ha anche l’effetto di farci riflettere su cosa è autenticamente nostro. Quanto alla cultura light, non vedo come sfuggirle. Mentre scrivevo il mio romanzo, sentivo di vivere dentro la società ritratta, non mi sono posta al di fuori per burlarmene. Ho fatto ricerche scrupolose, ho cercato di riflettere sui fenomeni…”
Poi Fanny aggiunge, ridendo: ‟Guarda che l’intelligenza non significa che non si debba godere anche della frivolezza. C’è bisogno anche di quella. I violenti sono troppo seri, per questo sono violenti, e vogliono cambiare il mondo a suon di botte”.
Entriamo in un caffè, Fanny si accende una sigaretta mentre il sole andino cocente viene velato di colpo da una galoppata di nuvole, che s’accalcano ma passeranno veloci, bagnando appena le strade. C’è il telegiornale in un televisore con l’audio a zero, le immagini sembrano provenire dall’altra parte del mondo, non da una qualche selva ferita, proprio lì intorno. Nel locale, musica caraibica della costa sconvolta elettronicamente e ragazze che ballano anche solo con gli occhi e il sorriso. A differenza di La signora del miele, esuberante dipinto d’un eros gioiosamente goduto, Un animale bellissimo effonde un aroma sensuale con scarsissime scene di sesso, come se la fisicità fosse scavalcata dall’apparenza e dal possesso, entrambi dubitosi e virtuali.
‟Pranzavo un giorno in uno di quei ristoranti che chiamano tipici, con tovaglie a quadri e camerieri orgogliosi di lavorare il minimo,” dice di colpo Fanny, con l’espressione di chi ha trovato finalmente un esempio accessibile. ‟Al tavolo accanto, di spalle a me, un uomo enorme dai capelli scurissimi parlava piano e adagio, gelido e crudele, mentre la sua compagna piangeva senza pudore, con la faccia gonfia. Un nano venditore di rose, vestito di carminio e turchese, gli si avvicinò. Lui ne comprò una dozzina, seccato. Riuscii a intravedere un naso affilato, labbra strette che si sforzavano di sorridere. Il nano mi guardò con una scintilla di pietà negli occhi chiari e si allontanò a passetti un po’ tremanti. Sapeva che la sua vendita corrispondeva alla fine di un amore e forse non voleva tentare troppo la sorte. Potevo non mettermi a scrivere?”

Un animale bellissimo di Fanny Buitrago

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