Carlos Franz: Un eroe americano

19 Luglio 2004
Questa è una storia vera, che conoscono in pochi. Ad Annapolis, sede dell'accademia dove studiano i futuri ufficiali della marina statunitense, c'è un monumento dedicato a un eroe dell'ottocento. Sul piedistallo della sua statua in bronzo c'è un elenco delle battaglie che gli hanno dato la gloria: "Santiago, Valparaíso, Chinchas Islands", Questa è la storia di come quell'eroe americano riuscì a vincere le sue battaglie e una riflessione sul ruolo dell'innocenza e della merda nella fondazione degli imperi.

Neve sporca. I piedi dei passanti che calpestano la neve davanti a una piccola finestra. Ero molto giovane, vivevo a Washington. Avevo pochi soldi, non conoscevo praticamente nessuno e scrivevo tutto il giorno rinchiuso in un oscuro seminterrato. Ogni volta che alzavo lo sguardo vedevo piedi energici e frettolosi che sporcavano la neve. La mattina che un amico pulì il vetro della finestrella e m'invitò a fare una passeggiata fuori città, non esitai un istante a scappare con lui. Annapolis è un piccolo porto in stile coloniale che si trova inun'insenatura cristallina della baia di Chesapeake, tra i boschi del Maryland. Centinaia di migliaia di turisti statunitensi lo visitano ogni anno. È una tappa obbligata del patriottismo americano perché è la sede dell'accademia navale, dove si scolpisce il braccio muscoloso e forte dei marines; inoltre ospita il parlamento più antico degli Stati Uniti, ancora in uso. L'ho visitato: c'erano memorabilia dell'indipendenza, ritratti di membri del congresso ormai dimenticati, bandiere polverose. In fondo, un gruppo di turisti con il cappello da baseball in mano, in segno di rispetto, circondava la statua di un ufficiale con lo sguardo perso in mari e glorie lontane. Il piedistallo informava che il contrammiraglio Winfield S. Schley (1839-1911) era stato, tra le altre cose, il trionfale vincitore delle battaglie di Santiago, Valparaíso e delle isole Chinchas. Rimasi di stucco.
Da bravo cileno sapevo di ignorare la nostra storia, ma non fino a quel punto! Quand'erano avvenute quelle battaglie così importanti da essere ricordate nel monumento a un eroe americano? Il giorno dopo, tornato a Washington, andai alla biblioteca del congresso per fare delle ricerche sulle imprese di Schley. Il mistero della battaglia. di Santiago fu facile da risolvere. Che sollievo: Non si trattava di una battaglia, dimenticata tra il colosso del nord e la nostra sottile patria australe, che ovviamente avremmo perso. Non era l'ennesima dimenticanza nella nostra storia segnata da molte amnesie: si trattava invece della battaglia di Santiago di Cuba, combattuta il 3 luglio 1898, durante la guerra tra Spagna e Stati Uniti. In quell'occasione la flotta statunitense guidata da Schley distrusse completamente quella dell'ammiraglio Cervera, decretando la sconfitta della Spagna. Non riuscii a evitare di commuovermi un po': si trattava pur sempre del colpo di grazia che mise fine a quattrocento anni d'impero spagnolo in America. Inoltre, fu allora che sorse l'impero americano d'oltremare, con la conquista di Puerto Rico e delle Filippine. Era la morte di un impero e la nascita di un altro. Un passa,ggio epico avvenuto in America Latina, e a guidarlo fu questo eroe.

L’impero e la rissa.
Per la battaglia di Valparaíso, la storia mi riservava sorprese meno gloriose e più divertenti. Il com battimento in questione non era altro che una rissa di taverna il cui erano morti due marines, pugnalati alle spalle da alcuni creoli nelle strade del porto, a metà del 1891. I marines facevano parte dell’ Uss Baltimore; il loro comandante era W.S. Schley. La Baltimore si era schierata a favore del presidente cileno Jose Manuel Balmaceda, che aveva appena perso la guerra civile. Non si sa perché cominciò la battaglia, ma un marinaio cileno sputò in faccia al giovane marinaio della marina statunitense J.W Tatlbot, mentre bevevano al1'osteria del porto, ‟The Blue Room”.
Alcuni dicono che tutto avvenne pel puro antiamericanismo. Altri testimoni assicurano che l'unica causa della rissa fu il vino cileno, o forse le donne cilene (secondo i gringos danno alla testa tutt'e due). La rissa si diffuse per la città: vi parteciparono tutti i marines della Baltimore. Alla fine della serata il bilancio era di decine di arrestati, cinque feriti e due marines morti. Il capitano Schley puntò i cannoni della sua nave verso Valparaíso, minacciando di bombardarla, ma qualcosa gli fece cambiare idea; forse fu l' armata cilena che aveva appena vinto la guerra civile, o i marines rinchiusi nelle prigioni del porto. In seguito all'incidente, il governo americano pretese un risarcimento. Il congresso degli Stati Uniti stava per dichiarare guerra al Cile; sulla stampa, Teddy Roosevelt si era offerto di portare i suoi ranger texani a cavallo fino a Talca. Alla fine, il governo cileno presentò delle scuse formali e dovette sborsare un milione di dollari (dcll'epoca).
Ma forse le cose non finirono lì: fino a non molto tempo fa in Cile circolava una leggenda su un certo tenente Peña.
Secondo alcune voci, ci fu un accordo segreto: il governo cileno s'impegnò a dare soddisfazione pubblicamente all'esercito yankee, inviando una nave ad ammainare la sua bandiera in un porto americano. Con questa triste missione la corvetta Chacabuco sarebbe entrata alla fine del 1892 nella baia di San Francisco. Gli ufficiali tirarono a sorte per chi avrebbe dovuto ammainare la bandiera cilena, La sfortuna toccò a un certo tenente Peña. Con le lacrime agli occhi il marinaio ammainò la bandiera, e subito dopo, davanti al resto dell'equipaggio schierato in coperta, si sparò (erano soldati di altri tempi). La leggenda è stata smentita diverse volte dagli storici, ma nonostante tutto ha resistito fino a due generazioni fa, quando è stata rimossa dalla nostra professionalissima capacità di dimenticare. Quel che è certo (e che meriterebbe di diventare storia) è che grazie alla rissa il nome della nostra perla del Pacifico è scolpito sul piedistallo di quest'eroe americano ad Annapolis.

La battaglia del guano.
Rimaneva solo la misteriosa battaglia delle isole Chinchas. Che diavolo ci facevano sulla lapide dell'eroe questi isolotti sperduti di fronte alla costa peruviana? Come riuscì Schley a coprirsi di gloria grazie a tre rocce desolate, piene solo di cacca di uccelli? Le isole Chinchas sono promontori deserti, a 13° e 32' di latitudine sud, a tredici miglia dalla costa di Pisco, in Perù. Fino all'inizio del novecento furono il punto più importante per la raccolta del guano, cioè degli escrementi di uccelli, allora usato come fertilizzante in mezzo mondo.
Il monopolio del commercio del guano era britannico, la flotta mercantile che se ne occupava era statunitense e il governo peruviano si prendeva la sua parte imponendo un dazio commerciale. Alla base di questa piramide di sfruttamento c'erano gli schiavi, immersi fino al collo nella merda d'uccello. La maggior parte degli schiavi erano cinesi comprati a Shanghai; e forse tra loro dovevano esserci anche gli ultimi Rapa Nui, gli abitanti originari dell'isola di Pasqua, che pochi anni prima erano stati sequestrati in massa (compreso l'ultimo re e tutti i suoi sacerdoti) per essere sfruttati fino all'estinzione in queste isole piene di merda.
Nel 1865 in una guerra da operetta il Cile e il Perù combatterono contro la Spagna per il possesso di quelle rocce. Il giovane e coraggioso tenente Schley arrivò nella zona del conflitto a bordo della Uss Wateree, una sorta di battello attrezzato come una nave da guerra, per proteggere gli interessi americani. Per alcuni giorni non accadde niente. Poi all'improvviso arrivò l'occasione che avrebbe dato inizio alla sua gloriosa carriera d'armi. Nella notte del 25 febbraio di quell'anno, più di quattrocento schiavi si ribellarono sull'Isola del Medio e uccisero i guardiani; volevano sicuramente approfittare della crisi per fuggire dal loro inferno. Un ufficiale peruviano riusci a chiedere aiuto alla nave americana. Schley non si fece pregare: sbarcò e condusse i suoi uomini in una carica eroica. Dall'alto gli schiavi bombardavano gli invasori con delle pietre e, molto probabilmente, con la merda. "Una volta arrivate in alto sulle rupi, le forze americane vennero spiegate e aprirono fuoco sui ribelli", confessa Schley, con professionale innocenza, nel breve paragrafo delle sue memorie dedicato a quest'impresa. Il giorno dopo, i peruviani completarono l'opera fucilando i capi della rivolta. Gli schiavi sopravvissuti ricominciarono a lavorare; gli inglesi tornarono ai loro affari; gli spagnoli si ritirarono con la coda tra le gambe; la flotta mercantile americana poté riprendere il trasporto di guano. La merda delle isole Chinchas continuò a fertilizzare il mondo, e la Uss Wateree levò l'àncora.
Ho provato a immaginare quello che dovette sentire Sehley lasciandosi alle spalle il luogo della battaglia, ma non ci sono riuscito. Dal mio comodo posto a sedere alla biblioteca del congresso non riuscivo a figurarmi queste isole con uno dei deserti più desolati e secchi del mondo, gli stormi di pellicani che gridano nell'immensità dell'oceano, le rocce che affiorano tristi e riarse dal sole. Nelle fessure delle rocce il guano, in cumuli di venti metri d'altezza, rimasto lì per secoli. E immersi nel guano gli schiavi, a scavare sotto il sole opaco del Perù. Le parole non bastano. Forse si può semplicemente esclamare: "L'orrore! l'orrore!", come fa Kurtz in Cuore di tenebra, il romanzo di Joseph Conrad. Ma Schley aveva detto solo: "Fuoco!".
Schley, come Kurtz, era stato anche sul fiume Congo, che aveva risalito nel 1887, solo dieci anni prima di Conrad. All'inizio del romanzo c'è una nave da guerra che fa fuoco contro un invisibile accampamento di indigeni ribelli: "Nella vuota immensità della terra, del cielo e dell'acqua, quella nave, incomprensibile, bombardava un continente". Schley, buon amico di Teddy Roosevelt, fu un sostenitore convinto del destino imperiale degli Stati Uniti, che avrebbero dovuto diffondere la civiltà e il cristianesimo attraverso il commercio. Kurtz scrive il suo rapporto per la Società internazionale per la soppressione dei costumi selvaggi con lo stesso obiettivo; ma alla fine annota febbrilmente, stanco di tanti eufemismi: "Sterminate tutti i bruti!" Ma Kurtz si spezza e affonda nelle tenebre, mentre Schley ha una vita trionfale. Kurtz è un personaggio immaginario, complesso, faustiano; Schley fu semplicemente reale. All'accademia navale di Annapolis, Schley fu il classico ultimo della classe simpatico, l'alunno che va male ma a cui viene perdonato tutto. Era allegro, chiacchierone e gli piacevano gli scherzi pericolosi, come tagliare il cappello a sciabolate a un giornalista (senza cattive intenzioni, ovviamente). Fu condecorato dal congresso, ricevette una spada d'oro e.gli venne dedicata una statua di bronzo. Ma il suo trionfo più grande fu non perdere mai l'innocenza. Nelle sue memorie scrisse: "L'amore conquista tutto. Quando ci riempie l'anima non c'è muraglia abbastanza alta, né mare tanto profondo, né isola tanto desolata che possa sconfiggerlo".
"Amore" invece di "orrore"; d'altro canto, perché avrebbe dovuto tirarlo in ballo? Quando l'orrore gli si avvicinò troppo, sotto forma dei cinesi e dcgli abitanti dell'isola di Pasqua coperti di escrementi, semplicemente lo soppresse, sparando. C'è di più: ho il sospetto che quella notte il giovane Schley non sparò agli schiavi delle isole Chinchas. No: Schley sparò alla cacca. Fece fuoco sulla merda, per tenerla lontana dalla luce, dalla parte delle tenebre. E probabilmente lo fece perché il suo salutare istinto gli indicò che delle iso1e - delle vite - così desolate come quelle erano una minaccia intollerabile per l"'amore" di cui parla nelle sue memorie. Intuì seppur confusamente che quegli schiavi erano una negazione vivente della sua libertà, della sua innocenza infantile, del suo sentimentalismo di ferro, del suo ottimismo a prova di bomba (ma non a prova di merda). O rifiutava gli schiavi, o rifiutava se stesso e tutto quello che rappresentava. In fin dei conti Schley fucilò quegli schiavi per proteggere la sua innocenza.

Neve sporca.
Visto così, Schley merita la sua statua dorata. Si potrebbe discutere se quel "combattimento" di Valparaíso dia lustro al piedistallo o lo infanghi. Ma è certo che la battaglia delle isole Chinchas meritava un monumento, forse con più merito della grande vittoria di Santiago di Cuba. In quest'ultima Schley contribuì alla conquista di un impero, ma nella prima fece qualcosa di più importante: difese la felicità dei suoi cittadini. Volle salvare la loro innocenza.. In quelle isole desolate, Schley volle salvare il sentimentalismo statunitense dall'affrontare la merda del mondo.
Uscii dalla biblioteca del congresso, e camminai lungo il Mall, tra i musei. Inevitabilmente mi vennero in mente i versi di Whitman: "Mentre passeggio per questi ampi e maestosi giorni di pace...". Gli imperi, come le religioni, sono pericolosi perché sono una semplificazione sentimentale del mondo. Per fortuna le loro stesse diversità li smentiscono e li obbligano ad affrontare le loro contraddizioni. Gli Stati Uniti non sono solo l'impero di Schley; sono anche la patria di un suo contemporaneo, Whitman, il poeta democratico che non ebbe paura di perdere la sua innocenza. Whitman volle essere tutti gli uomini del mondo, anche quelli che vivono nell'orrore e nella merda: "Sono lo schiavo che fugge e trema al morso dei cani/ L'inferno e la disperazione incombono su di me".
La neve imbiancava il profilo irreale del castello Smithsonian. La cupola del parlamento di Annapolis brillava come se fosse di ghiaccio puro. Era una giornata così bella che, se avessi potuto, non sarei tornato nel mio seminterrato, alla mia finestra, da cui si vedeva solo neve sporca.

Quest’articolo ha vinto il premio latinoamericano di giornalismo José Martí, assegnato dal governo cubano. Franz lo ha rifiutato affermando che non poteva "accettare un premio alla libertà d'espressione" del governo cubano, visto che "a Cuba non c'è libertà di stampa".

Carlos Franz

Carlos Franz è nato nel 1959 a Ginevra ma cileno d'origine e d'adozione.