Giorgio Bocca: La recita umiliante della democrazia

23 Luglio 2004
La spiegazione più ripetuta al marasma in cui viviamo è: il passato, il vecchio ci sta ancora sulle spalle, il nuovo, il futuro non ha ancora forme precise. Siamo ancora a metà del guado. E che guado! Se si considerano i mutamenti avvenuti nel corso della Repubblica c'è da sentirsi tremar le vene e i polsi. Non c'è istituzione, costume, modo di produrre e di distribuire, fedi, credenze, informazione, classi e tutto di tutto che non sia cambiato con incertezze e paure crescenti.
La specie dei conservatori è scomparsa, tutti nudi e indifesi di fronte a un nuovo di cui nessuno può prevedere gli effetti. I politici che ci governano non sono delle cime, sono in gran parte degli ometti ma riconosciamogli che sono capitati nel tempo peggiore.
Un tempo, nel bene e nel male, ci sorreggevano le ideologie e l'informazione ideologica. Un partito era il suo giornale: l'‟Unità” era il comunista; la ‟Stampa” e il ‟Corriere” il partito liberale della borghesia; ‟Il Popolo d'Italia” il fascismo. Oggi il giornale partito è scomparso, l'ideologia unica è quella del profitto, del denaro, la vera direzione è la pubblicità, la longa manus del capitale a cui tutto deve adeguarsi.
Il nostro è uno Stato che non batte moneta e che non ha una politica estera come gran parte degli Stati contemporanei. Il nostro esercito di mestiere si cura più degli interessi delle grandi potenze economiche che dei nostri: sta nei Balcani, in Iraq, persino in Mozambico, sempre alle dipendenze di altri, per conto di altri. Il tentativo di creare attorno a questo esercito per conto terzi un nuovo patriottismo, cui si dedica con ammirevole tenacia il presidente della Repubblica, è forzato, recitato, spesso di copertura a un nuovo affarismo.
L'euro non ha ancora fatto dimenticare la lira. La maggioranza degli italiani continua a calcolare mentalmente in lire. Non è una colpa, è comprensibile, ma non è convincente.
Sta scomparendo la lingua italiana sostituita da un pidgin italoinglese comprensibile solo dalle parrocchie finanziarie e tecnologiche. Mi sono occupato della lingua italiana popolare per tutta una lunga vita. L'italiano dei giornali, che nella cronaca era comprensibile al gran signore come alla portinaia, se ne è andato ed è un gran male per la libertà. Nei momenti di restrizioni e di censure, quando la politica o il denaro imponevano i loro silenzi o reclamavano il loro potere, c'era, sempre, quel rifugio, la cronaca raccontata con l'italiano che tutti parlavano o almeno comprendevano.
Oggi le pagine dei giornali, le trasmissioni delle radio e delle televisioni, si sono moltiplicate ma almeno la metà sono incomprensibili anche da uno del mestiere: si sa che le bancarotte, gli affari mafiosi, i conflitti di interessi sono un mare di truffe, che l'impunità dei potenti è generale ma senza chiarezza, dietro cortine fumogene impenetrabili, dietro retoriche soffocanti.
Parlare di democrazia cioè di governo del popolo quando il popolo viene sistematicamente tenuto per mano, ingannato, disinformato è una umiliante recita. Eravamo il popolo della famiglia allargata, delle ‟reggiòre” che la tenevano assieme. Stiamo diventando il popolo dei single dalle cui confessioni trapela una miseria esistenziale disperante: una vita in un monolocale, con facoltà di telefonate inutili e di seguire tutte le mode cretine suggerite dalla macchina dei consumi. La posta dei lettori come una confessione generale di povertà economica e sentimentale.
I politici non sono granché, ma governare degli insoddisfatti e alienati non è semplice. Un paese che non crede ma che si dice credente al novanta per cento, che ha avuto in questi anni il governante che si meritava e a cui in qualche modo resta legato: la sua favola è fallita ma era attraente come un supermercato.
Siamo indulgenti con il Follini degli spot elettorali che cammina con il centro e per il centro. Questo centro non è immaginario: siamo noi, in uno dei momenti peggiori della specie.
Giorgio Bocca: La recita umiliante della democrazia